Honduras. Dopo il colpo di stato
Atilio A. Boron, ALAI net
Firmato un accordo tra il golpista Micheletti e il presidente deposto. Si va alle elezioni il prossimo 29 novembre. Possibile che Zelaya torni al potere. Ma i giochi non sono fatti. Poi, che succederà dopo? Resta il peso dei troppi morti a causa del golpe.
Si può dire risolta la crisi politica in Honduras? Sebbene si sia aperta una finestra di opportunità, tutto sembra indicare che non ci sia troppo spazio per l’ottimismo. Conviene ricordare l’unica condizione alla quale Micheletti può permanere al potere: l’appoggio attivo o passivo di Washington.
La Casa Bianca ha impiegato quattro mesi per capire il costo elevato che comportava sostenere un regime golpista nella regione. Pressato dai diversi problemi che incontra in politica estera – soprattutto il rapido deterioramento della situazione in Afghanistan e Pakistan e l’impantanamento delle sue truppe in Iraq – Obama ha dato un colpo di timone che ha spiazzato la sua Segretaria di Stato, Hillary Clinton, principale artefice dell’appoggio ai golpisti, inviando Thomas Shannon a Tegucigalpa con l’incarico di restaurare l’ordine nel caotico “giardino di casa”.
Poco dopo Micheletti archiviava le sue bravate e accettava pacatamente ciò che fino a quel momento appariva inaccettabile. Certo, poco prima Shannon aveva trasmesso il comando imperiale di terminare. Per addolcire il brutto momento ha reso pubblica la sua ammirazione per i due leader della democrazia honduregna: il golpista e il destituito.
Nell’accordo, Zelaya propone un programma in tre punti: restituzione, amnistia e governo di riconciliazione nazionale. La prima dovrà essere decisa dal Congresso, lo stesso organismo che convalidò con entusiasmo il colpo di Stato e non risparmiò insulti e calunnie contro di lui. Non sarà facile. L’amnistia, per chi? Per i funzionari civili e militari di un governo che ha violato i diritti umani e sospeso tutte le libertà?
O Zelaya accetterà di essere amnistiato per delitti che non ha commesso, come per esempio osare di voler chiedere al suo popolo se era d’accordo nel convocare un’assemblea costituente? Senza parlare della terza clausola, intimamente legata alla precedente. In che modo, nelle attuali condizioni, un governo di riconciliazione nazionale potrebbe non essere un passaporto per l’oblio e l’impunità?
Chi vince e chi perde
Un bilancio sommario della crisi e della sua apparente soluzione rivela come i golpisti possano ritenersi soddisfatti perché hanno potuto preservare due obiettivi principali: destituire Zelaya, nonostante possa riassumere il suo mandato per pochi mesi prima di concluderlo, e aver ottenuto il riconoscimento internazionale delle viziate elezioni del 29 novembre, cosa che lo stesso Micheletti si era incaricato di assicurare.
A sua volta l’oligarchia honduregna evita il pericolo di una escalation di aggressività degli Stati Uniti contro le sue proprietà e i suoi privilegi, cosa che sarebbe potuta accadere se non si fosse prodotto l’accordo. Un eventuale controllo più scrupoloso di Washington sui suoi investimenti e fondi negli Stati Uniti gli toglieva il sonno, tanto da convertire l’intransigenza di Micheletti in una minaccia non necessaria ai propri interessi.
Per Zelaya il bilancio appare molto più complesso ed è precisamente questo ciò che oscura il panorama honduregno. La sua restituzione al potere non rimuove in alcun modo le cause profonde che hanno provocato il golpe. Non solo ma in questo caso convaliderebbe senza possibilità di appello i risultati di un’elezione che potrà essere macchiata da gravissime irregolarità e la cui campagna elettorale si svolgerebbe sotto il clima di violenza e terrore imposto dai golpisti.
Micheletti sta già facendo suonare i tamburi di guerra. Appena chiuso l’accordo ha dichiarato alla CNN che, una volta restituito al potere, “siamo sicuri che Zelaya e il suo seguito inizieranno una campagna di persecuzione. Solo chi non conosce il comportamento di Zelaya può illudersi che non si avranno conseguenze”. Quale sarà la risposta nel caso in cui sarà ricollocato al governo? Amnistiare i golpisti, riconciliarsi con loro ed abbracciare Micheletti?
Il terzo protagonista
Ma Zelaya è ben lontano dall’essere l’unico attore di questo dramma. Come reagiranno gli eroici militanti che hanno rischiato la loro vita e la loro incolumità fisica per difendere il governo legittimo? In mezzo ci sono molti morti e feriti, molte carcerazioni ed umiliazioni. Queste donne e questi uomini che hanno conquistato le strade dell’Honduras accetteranno di dimenticare tanti crimini e di perdonare i propri carnefici?
In più, se c’è una lezione che i movimenti sociali e le forze popolari hanno appreso durante questi quattro mesi di resistenza è che se si organizzano e si mobilitano la loro forza gravitazionale nella congiuntura può essere decisiva, molto più di quello che si poteva immaginare. La crisi gli ha insegnato brutalmente che possono smettere di essere oggetti della storia per convertirsi in soggetti e protagonisti. E forse per questo, al di là di quello che accadrà con questo accordo, decideranno di continuare ad andare avanti nelle loro lotte per la costruzione di un Honduras diverso, quello che non si ottiene con amnistie ingiuste o spurie riconciliazioni.






