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Lager all’italiana

Un’inchiesta sui Centri di identificazione ed espulsione

Gabriele Del Grande

Viaggio in alcuni centri di identificazione ed espulsione. Storie di drammi che arrivano fino al suicidio. Vicende che raccontano vite distrutte in nome di una presunta sicurezza. Come quella di chi ha dovuto lasciare l’Italia anche dopo venti anni di permanenza nel nostro paese.

Vivono nel nostro paese da anni. Qui hanno moglie e figli. Ma l’Italia li rimpatria. Le vittime del giro di vite sulla clandestinità sono soprattutto “italiani”. Italiani tra virgolette, perché non hanno la cittadinanza, ma in Italia vivono da venti o trent’anni.

Gente che ha avuto il permesso di soggiorno con le sanatorie, e che il permesso se l’è visto ritirare per scadenza termini, essendosi trovati senza datore di lavoro al momento del rinnovo. Italiani nei Cie In vent’anni però in Italia uno si costruisce una vita, mette su famiglia. Famiglie che oggi rischiano di essere spezzate in due, in nome della sicurezza degli italiani senza virgolette. Veri drammi, che hanno portato alcuni a tentare il suicidio, bevendo flaconi di candeggina o tagliandosi i polsi. Oppure a imbottirsi di psicofarmaci per non impazzire durante l’attesa del rimpatrio, detenuti in uno dei 13 Centri di identificazione e espulsione (Cie) sparsi sul territorio italiano. Un’attesa che può durare fino a sei mesi. Miguel è uno di loro. È ripartito senza bagagli, su un volo di linea per Lima lo scorso 30 settembre. Dopo 19 anni in Italia, impiegato come domestico presso le più facoltose famiglie romane, l’unico ricordo che avrà di questo paese è una pila. La porta nello stomaco. L’aveva ingoiata insieme a della candeggina un mese fa, quando gli comunicarono che sarebbe rimasto al Cie di Roma per sei mesi anziché due, come effetto dell’entrata in vigore del pacchetto sicurezza. Quando aveva lasciato il Perù nel 1990 sognava di mettere da parte abbastanza soldi, al massimo in un paio d’anni, e di tornare in America latina per iscriversi alla facoltà di sociologia. Da allora però non lasciò più l’Italia. Per 20 anni ha lavorato come domestico e giardiniere presso facoltose famiglie della Roma bene. Prima sei anni nella villa di Anna Fendi, poi la famiglia Cavalli, due anni presso il generale dei carabinieri Paolo Bruno di Noia e infine il servizio all’ambasciata del Libano presso la Santa Sede. Il permesso di soggiorno? L’aveva ottenuto con la sanatoria Dini, quella del 1995, ma poi lo perse nel 2003. In quel periodo era impiegato in nero, e senza un contratto di lavoro non poté rinnovarlo. Una storia banalmente ordinaria. Una storia come quella di Jacob, che in Italia c’è dal 1980. La storia di Jacob Quando gli azzurri di Bearzot vinsero i mondiali di calcio del 1982 in Spagna, Jacob viveva in Italia già da due anni. Era arrivato all’età di 19 anni, nel 1980, dal Camerun. Negli ultimi tempi a Roma lavorava al locale Jogodo, in via di Torre Spaccata 127. Tutto in nero perché non aveva il permesso di soggiorno. Gli era scaduto durante la lunga convalescenza seguita a un grave incidente stradale di cui porta ancora le cicatrici sul cranio. A Roma aveva anche un magazzino di strumenti musicali. Li affittava per serate e concerti per guadagnarsi la vita. E aveva addirittura un’associazione culturale, registrata a nome della moglie, l’associazione “Black and White”. La moglie già. Perché dopo 29 anni in Italia uno ha tutta la vita nel nostro paese. Jacob oltre alla moglie ha un figlio. Un bambino di 10 anni, a cui ancora la madre non ha spiegato dove sia finito il papà da quando lo ha fermato la polizia, lo scorso 31 agosto, per un banale controllo dei documenti. Da allora è rinchiuso al Cie di Roma, e ogni giorno che passa Jacob teme il rimpatrio. Soprattutto per la sorte della moglie e del bambino. Non sarebbe la prima famiglia né l’ultima ad essere distrutta da un provvedimento di espulsione. Nel Cie di Torino Mlek in arabo significa Angela. Si chiama così la bambina di otto mesi in braccio a J.I. Continua a sorridere mentre mi guarda. Suo zio Hosein mi versa un tè alla menta nel salotto di casa. Alla fine la vittima della storia sarà soprattutto lei. Mlek è nata a Torino, dove fino al 30 settembre viveva felice con la mamma e il papà. Poi però è successo che le hanno portato via il padre. È successo a un posto di blocco all’uscita dell’autostrada a Torino. Il papà non ha il permesso di soggiorno e allora l’hanno portato al Cie di Torino. Lui si chiama Raffa, viene da Khouribga, la capitale dell’emigrazione marocchina in Italia. Ha 35 anni, e in Italia vive da quando era un ragazzo. È arrivato a Torino nel 1997, dodici anni fa. Nel 2007 si è sposato con J.I., una ragazza di Casablanca. E poi è arrivata Angela, Mlek. Il primo permesso di soggiorno Raffa lo ottenne nel 2002, con la sanatoria Bossi-Fini. Due anni dopo però, il permesso gli venne ritirato per una condanna che ha pagato con due anni di carcere. Con la nascita della bambina Raffa avrebbe sistemato anche i propri documenti. Sua moglie infatti aveva trovato un datore di lavoro per la sanatoria delle badanti. Fece la domanda il 7 settembre scorso. Suo marito avrebbe potuto richiedere il permesso di soggiorno per la coesione familiare e farsi fare un contratto dalla ditta dove stava lavorando in nero come imbianchino. Ma le cose sono andate diversamente. Il 23 settembre Raffa è stato rimpatriato. Mlek e sua madre sono rimaste da sole. Lui non potrà rimettere piede in Italia prima di dieci anni, per il divieto di reingresso. A meno che non decida di attraversare di nuovo il Canale di Sicilia via mare. Il ricorso presentato dal suo avvocato è stato inutile. La piccola Mlek crescerà senza il padre, in attesa che lui ritorni clandestinamente. E niente esclude che tra vent’anni sia lei ad essere espulsa. Come è accaduto a Floriana, una ragazza albanese di 27 anni, che in Italia vive da quando era un’adolescente e che adesso rischia il rimpatrio in un paese che ormai non le appartiene più. Una minorenne detenuta tra gli adulti “Io là nun conosco nessuno – dice in un ottimo italiano e con un’accentuata cadenza romanesca -. Io è là che me sento straniera, capisci? Non qui. Qui c’ho tutti l’amici. Qui c’ho mi marito. Questa è casa mia”. Classe 1982, Floriana abita in Italia dal 1995, da quando aveva 13 anni. Qui vive metà della sua famiglia. Un fratello maggiore e una sorella, anche lei più grande, sposata con un militare italiano, di stanza presso la base di Cesano. In Albania sono rimaste soltanto la madre, una sorella e un fratello. La storia di Floriana è segnata da un errore commesso da adolescente. Un errore che chi è immigrato non si può permettere di fare, pena l’impossibilità di vedersi rilasciare un permesso di soggiorno. All’età di 14 anni infatti Floriana fu arrestata per furto a Massa Carrara. All’epoca frequentava delle cattive compagnie, una banda di albanesi che la mandavano a rubare negli appartamenti. Venne arrestata e condannata a due anni e tre mesi. Nonostante fosse minorenne, non capendo una parola di italiano, e non avendo avuto un adeguato servizio di interpretariato, non disse mai di essere minorenne e venne reclusa in una casa circondariale per adulti. La rilasciarono dopo tre mesi e 25 giorni, con l’obbligo di firma per altri due anni. Di nuovo, non avendo la più pallida idea delle conseguenze cui sarebbe andata incontro, Floriana scappò dalla comunità che la ospitava e andò a Roma. All’età di 18 anni si sposò con un ragazzo italiano, a Roma. Quando andò in Questura per fornire le sue generalità per ottenere il permesso di soggiorno, uscirono fuori i suoi precedenti penali e la condanna non ancora scontata. Ufficialmente risultava latitante. Pertanto, a distanza di quattro anni dai fatti, venne arrestata di nuovo e portata al carcere di Rebibbia, dove stavolta scontò per intero i due anni che le rimanevano. Il periodo di detenzione le fece perdere anche il permesso di soggiorno per il matrimonio, perché quando si recarono a casa sua per verificare se risiedeva con il marito, lei si trovava in carcere. In definitiva, da quando vive in Italia non ha mai avuto un permesso di soggiorno regolare. E non potrà averlo nemmeno con una sanatoria, avendo un precedente penale. Eppure ha passato più anni in Italia che in Albania. Un particolare di cui però non tiene conto la legge. Né chi la applica. Così, quando la fermarono a un banale posto di blocco a San Giovanni, a Roma, due mesi fa, la polizia la portò direttamente al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, a Roma, da dove ora rischia di essere presto rimpatriata. Sta provando di tutto per restare in Italia, che ormai è il suo paese. Ha chiesto un permesso umanitario, ma gli è stato negato. E allora ha fatto la sanatoria. Come badante. E adesso aspetta la risposta. La sanatoria è scaduta il 30 settembre e sono pochi quelli che dai Cie sono riusciti a partecipare. Dietro le sbarre a Crotone “La sanatoria è stata fatta per i clandestini e noi siamo clandestini. Ma come facciamo a trovare un datore di lavoro se siamo chiusi qua dentro?”. Hasan parla a nome di tutti, in un ottimo italiano. Al Cie di Crotone sono in molti a porsi la stessa domanda. Mohamed è uno di loro. Ha 47 anni, compiuti lo scorso 2 settembre dietro le sbarre del Cie. Nel nostro paese ha passato 20 anni, metà della vita. Il permesso di soggiorno gli è scaduto quattro anni fa, nel 2005. Motivo? Non aveva trovato un datore di lavoro disposto a metterlo in regola per rinnovare il permesso di soggiorno. Aspettava la sanatoria da allora. Ma la fortuna gli ha voltato le spalle. Un controllo di documenti nel momento sbagliato ed è finito dietro le sbarre. “Dopo tanti anni di sacrifici, a una persona, così è come se l’ammazzi”.
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