Il tempo e i tempi
Roberto Musacchio
Quale sarà il peso dell’Africa alla prossima conferenza sul clima di Copenhagen che, a dicembre, proverà a far nascere il protocollo Kyoto 2? Pongo la domanda convinto che per la risposta non bisogna attendere la fine di quell’evento ma occorre agire oggi, subito. Ho già avuto occasione di dire che, per la lotta al cambiamento climatico l’Africa è una cartina al tornasole. Il continente che meno inquina e più rischia per le conseguenze dei gas serra.
Ma è un continente che rischia di non avere peso alcuno in quello che sarà un negoziato complicatissimo. Ban Ki Moon, il segretario generale dell’Onu, ha lanciato recentemente qualcosa di più di un grido di allarme. “Il negoziato è congelato”, ha detto. Ed è vero. I due gruppi di negoziazione che sono al lavoro per preparare Copenhagen segnano il passo. Si discute della natura giuridica del prossimo trattato e delle misure di intervento necessarie. Nella stessa sede Onu dove parlava Ban Ki Moon, si sono udite le voci dei potenti.
Obama ha confermato il cambio di passo degli Usa. Non più fieri oppositori di Kyoto, come furono le presidenze Bush, ma alfieri del “new deal verde”. Ma ancora niente di concreto è stato approvato dal senato, dove sono ancora ferme le misure per il clima, come quelle per la riforma sanitaria. Nuove aperture anche dal Giappone e, soprattutto, dalla Cina. Proprio l’ingresso dei due grandi assenti da Kyoto 1, Usa e Cina, è la chiave di volta per il Kyoto2. Ma se e come si realizzerà questa entrata è tutto da vedere. Kyoto1 aveva il grande merito di proporre obiettivi e date certe per le riduzioni e in modi vincolanti.
Questo carattere prescrittivo è ora tutto da confermare. Le misure delle riduzioni sono ora enormemente più impegnative. E molti vorrebbero che fossero volontarie e non obbligatorie. Con buona pace della credibilità e della verificabilità del trattato. Ma questo non è il solo punto. I calcoli del Kyoto2 a differenza di quelli del Kyoto1, richiedono qualcosa di molto più complesso di un’operazione aritmetica. Come si calcolano gli inquinamenti storici? Che rapporto c’è con la demografia e i livelli di sviluppo? Come si premiano le mancate deforestazioni? Come si trasferiscono le tecnologie?
Come si affrontano gli adattamenti ai cambi già in atto? Calcoli pesanti e che condizionano il presente e il futuro dell’intero pianeta ormai globalizzato, ma che riguardano anche le varie aree continentali. E qui torniamo all’Africa. Se l’America latina è riuscita a porre sul piatto la questione delle foreste, anche grazie alle sue nuove leadership, l’Africa rischia di non avere voce. Eppure è decisiva la sua sorte anche per capire la natura del nuovo trattato. In molti, anche giustamente, temono che si realizzi solo un gigantesco mercato del carbonio e un colossale ecobusiness. Resto convinto che ciò non consentirebbe di affrontare sul serio il cambio climatico che richiede invece un vero cambio di paradigma e di modello.
Ma sarà proprio il rapporto con l’Africa che darà lumi sulla direzione di marcia. L’Africa, ad esempio, rischia di essere vittima di uno degli ecobusiness più pesanti e cioè l’uso massivo e speculativo del biofuel. Al contrario ha bisogno di politiche atte a favorire sviluppo autocentrato di cui l’elemento ambientale è un perno fondamentale a partire dal diritto all’acqua. Il nuovo patto deve avere una natura multipolare evitando ad esempio che l’ingresso di Usa e Cina porti a un loro asse preferenziale di interessi. L’Europa ha messo sul piatto una delle poche cose concrete e cioè il proprio pacchetto clima già varato. Ma dovrebbe lavorare anche a questa natura multipolare di Kyoto 2. Ma nulla può sostituire una capacità diretta, politica dell’Africa che faccia sentire la sua voce.






