Parole per dire
Cleophas Adrien Dioma
Ottobre africano 2009
Sette anni. Il festival Ottobre Africano ha sette anni. Sembra un sogno. Mi ricordo ancora oggi la prima edizione. Mi ricordo l’idea. Penso ancora al cammino. Eravamo lì seduti davanti alla televisione. Si parlava del Darfur. Del Sudan. Il giornalista diceva solo Africa, gli africani. Sembrava che il Sudan fosse tutta l’Africa.
Invece no. Io sono del Burkina Faso, Diop del Senegal e Jacques del Ruanda. È vero la situazione di questi paesi non è una situazione idillica. Ma non era il Sudan. Certe immagini che vedevo alla televisione non le ho mai viste a casa mia. Abbiamo pensato: non possiamo sempre lasciare che gli altri parlino dell’Africa. Dobbiamo immaginare qualcosa che ci permetta di parlarne diversamente. Di parlare della nostra Africa.
Di quello che sappiamo. Della nostra esperienza. Non per dire che tutto è bello, ma per dire che non è così tanto drammatico. Alla fine sono situazioni normali. Non possiamo chiedere ad un continente che ha conosciuto per lungo tempo la schiavitù, non possiamo chiedere a paesi appena indipendenti (il Ghana, primo paese a raggiungere l’indipendenza, ha solo 50 anni…) di essere allo stesso livello dei paesi europei. Ogni realtà dovrebbe seguire la sua strada, vivere le sue esperienze, fare le sue scelte legate alla sua storia. I paesi africani nel bene e nel male lo stanno facendo.
Il festival Ottobre Africano è dunque nato per provare a raccontare un’Africa normale, con alti, bassi, quotidianità. L’Africa delle persone. Un foglio, due righe, qualche idea ed è nato un progetto. L’idea era, ed è, di organizzare un festival itinerante. Piccoli eventi in giro nella nostra città. Un evento che cammina, incontra le persone, parla con la gente. Che racconta storie di vita. Esperienze. Che parla dell’Africa degli uomini e delle donne che ogni giorno cercano di cambiare il loro giorno. L’Africa che lotta. Cinema, letteratura, conferenze, cene, mostre. L’Arte africana a 360 gradi. E poi l’idea di incontrare altri sguardi. Sguardi non africani sul continente nero. Italiani, europei che raccontano quello che vedono dell’Africa, la loro esperienza d’incontro. La loro vita. Ogni anno rifare lo stesso cammino, incontrare quasi le stesse persone, scrivere le stesse righe. E voilà.
Ci siamo ancora. Sette anni. Il festival è cresciuto. Esiste. Gira nella città. Ha incontrato un sacco di persone. Ha parlato dell’Africa di Sankara, presidente rivoluzionario del Burkina Faso, del saggio Nelson Mandela, ha incontrato il cinema di Sembene Ousmane, padre del cinema africano. Ha fatto assaggiare piatti africani, sentire la musica di Gabin Dabiré, ballare a suon di rumba congolese, ha fatto vedere film algerini. Quest’anno vogliamo parlare dell’Africa nella sua diversità. Nella sua pluralità. Un’entità plurale, ma unica. Noi diciamo “siamo africani”, poi ci ricordiamo che siamo del Burkina Faso, della Costa d’Avorio, del Congo, del Sudafrica, della Libia. Africani. Vogliamo parlare di questo anno.
Gli eventi della settima edizione cercheranno di aprire una finestra su questa realtà molto complessa. Molto difficile da decifrare, ma nello stesso tempo molto facile da vivere. Parlare di Africa a Parma, ci porta per forza a parlare dell’Italia. Della nostra città. Del fatto che adesso siamo anche parmigiani. Parmigiani africani. L’incontro. Tanti eventi saranno fatti di incontro: l’incontro tra Awa Ly, cantante senegalese, e Francesco Camattini, musicista parmigiano. Incontri poetici con i diversi momenti di lettura in collaborazione con Adunanza poetica.
Incontri culinari con le cene etniche che abbiamo voluto chiamare “prosciutto e kebab”. Incontri di donne, uomini, neri, bianchi. Persone. Incontri di culture. Abbiamo anche voluto affrontare il discorso politico. Gli immigrati e la politica. Con le giornate “Alzo la mano”, in collaborazione con “Italieni/Internazionale” e Teatro Due, vogliamo parlare di politica. Gli immigrati che si confrontano con il conflitto italiano. Che lo leggono. Che cercano di dare risposte alle domande che l’Italia si pone.
“Io sono qui, dunque quiano” così risponde sempre Djamel Debouze, comico francese di origine marocchina, ogni volta che gli rivolgono la domanda “di dove sei?”. Anche noi siamo quiano, si vede no? Siamo qui. E vogliamo alzare la mano. Partecipare, dire le cose con le nostre parole. Parlare. Essere. Il festival Ottobre Africano ha sette anni. È una realtà. Appartiene a questa città. La nostra. Dovrebbe essere il festival della maturità. Un momento di transizione dove con l’aiuto di tutti, istituzioni, persone, associazioni, riusciremo non solo a continuare, ma anche e sopratutto a lavorare insieme per offrire eventi di qualità che creano incontri, conoscenza, consapevolezza.






