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Perché non aprire la scuola all’ora delle religioni?

La città conviviale

Antonio Nanni

Il dibattito che si è riacceso in Italia sull’ora del Corano nelle scuole, con il consenso di Gianfranco Fini, Massimo D’Alema e il cardinale Renato Martino merita attenzione. Siamo infatti dinanzi ad una proposta apprezzabile perché valorizza l’Islam ma che rischia, allo stesso tempo, di essere inserita in un quadro di multiculturalismo separatista invece che in una più coraggiosa prospettiva intercultuale che mette le religioni in dialogo tra loro.

Solo una scuola che favorisce e promuove il dialogo interreligioso può rafforzare il fondamento della civiltà e della convivenza sociale. «Ogni bambino ha il diritto di leggere il Libro sacro degli altri bambini», ha affermato Amos Luzzatto, leader storico delle comunità ebraiche, poiché fino a quando i cattolici leggeranno solo il Vangelo, gli ebrei solo la Torah e i musulmani solo il Corano, sarà impossibile realizzare una vera integrazione a scuola e nella società. La presenza crescente delle seconde generazioni nelle scuole italiane mostra con l’evidenza dei numeri che il mosaico delle fedi richiede ormai il passaggio dall’ora di religione cattolica o di analoghe altre ore di religione (ebraica, musulmana, buddhista, induista, ortodossa, valdese, sikh, ecc.) ad una situazione nuova. Questa sarebbe una vera riforma di civiltà, insieme al voto per gli immigrati e ad una nuova legge sulla cittadinanza. Oggi l’alfabetizzazione religiosa non può essere più solo di tipo confessionale, se vogliamo evitare l’esito della balcanizzazione nel nostro paese. È la lezione permanente dell’incontro interreligioso di Assisi del 27 ottobre 1986, voluto da Giovanni Paolo II, che dovrebbe essere introdotta finalmente nelle scuole come simbolo di futuro. A scuola non servono tante educazioni religiose parallele, ma una alfabetizzazione interreligiosa per tutti i bambini. Tale insegnamento interculturale dell’ora delle religioni dovrebbe rispettare due condizioni essenziali: lo studio della religione non come fede ma come cultura; e la conseguente adozione di un metodo comparativo (quale ad esempio il Syllabus di Bradford) per poter confrontare le religioni tra loro.

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