Gianni Caligaris
La caduta del muro
Quasi in contemporanea, festeggiamo il ventennale della caduta del Muro di Berlino, semplicistica icona di un mondo che, prima e dopo il crollo, stava già cambiando per conto suo. In quegli stessi anni molte altre situazioni si stavano rigenerando. In America latina cominciavano a sfaldarsi i regimi tardo fascisti, sostenuti fino ad allora da un establishment nordamericano che iniziava a far fatica nel digerire la propria politica nell’“orto di casa”.
Nel dicembre di quello stesso 1989, con l’operazione “Giusta causa”, l’esercito statunitense invade Panama e cerca di infilare Manuel Noriega “faccia d’ananas” in un carcere di massima sicurezza (Ndr: prima di finire nelle maglie della giustizia americana, Noriega passa quasi due anni come rifugiato nella Nunziatura Apostolica, ovvero l’ambasciata dello Stato del Vaticano di Panama). Neanche due anni dopo William De Klerk, coraggioso presidente bianco ed afrikaneer della Repubblica Sudafricana, chiama al suo fianco Nelson Mandela perché, insieme a lui, porti il Sudafrica alla democrazia e fuori dall’apartheid. Ammetto di non ricordare molto di quel 1989. In fondo sono passati vent’anni, e sai quanti neuroni mi si sono spenti nel frattempo; solo i tre moschettieri di Dumas erano brillanti come prima dopo due decadi. Io arrugginisco. Per continuare comunque un rapido giro del mondo intorno alla caduta del Muro, se non sbaglio in quel 1989 l’esercito vietnamita lasciava la Cambogia dopo aver sconfitto gli Khmer Rossi di Pol Pot e riportato la Kampucea (cantata da Joan Baez) a qualcosa che assomigliava ad una democrazia. Per converso, sempre in quel periodo, la Birmania diventava Myanmar, e non era solo una questione di toponimi, come dimostra da vent’anni la saga di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace ed infaticabile combattente nonviolenta per i diritti umani e politici nel suo paese. Insomma, intorno a quel 1989 sono accadute molte cose, ma il nostro indefesso etnocentrismo fa si che se ne celebri una sola, certamente importante, ma una sola.
Civiltà e carità
I giorni in cui vado raffazzonando queste righe sono pieni di ricorrenze. Abbiamo pregato (ognuno a modo suo) onorando i Santi e ricordando i defunti. I più giovani hanno festeggiato Halloween, anche se le zucche sogghignanti non piacciono a certi settori delle gerarchie cattoliche, nonostante il fatto che l’etimologia sia “vigilia della festa di tutti i Santi”. Abbiamo (rectius, hanno) celebrato la festa delle Forze Armate nell’anniversario della “vittoria” nella I guerra mondiale. Benedetto XV, Papa Giacomo Della Chiesa, la definì “inutile strage” e “suicidio dell’Europa civile”. A parte la mia personale difficoltà a capire quale strage sia utile e quale parte del mondo non sia civile, come tardi posteri dobbiamo essere grati a quel Pontefice che, forse per primo, tolse legittimità alla guerra. La sua prima enciclica, “Ad Beatissimi Apostolorum”, dell’1 novembre 1914, è un appello ai governanti delle nazioni per far tacere le armi e fermare lo spargimento di sangue. Ma si sa, le encicliche hanno alterne fortune. Alcune vengono volentieri brandite come clave, altre vengono altrettanto volentieri lasciate ammuffire negli affollati scaffali delle canoniche. Ho l’impressione che anche la “In caritas veritate” di Papa Ratzinger avrà quel destino, finendo in archivio ancora fresca di stampa. Se venisse presa sul serio i mondi ed i volti della politica e dell’economia dovrebbero arrossire fino ad imporporarsi. Ma ad essi non è concesso il rossore; algidi e sicuri, devono occuparsi del benessere. Per i danni collaterali, i malesseri, ci sono i Servizi Sociali.
Una tartufata
Non so perché il genio di Molière intitolò “ Il tartufo” una delle sue migliori opere satiriche, marchiando così l’ottimo fungo ipogeo, per i secoli a vanire, come sinonimo di impostore. Forse Molière era un inconsapevole preconizzatore. Se è vero quest’anno l’asta mondiale del tartufo bianco d’Alba ha visto battere il suo pezzo migliore, un esemplare da 750 grammi, a centomila euro. Pare che il vecchio Jean Baptiste avesse lo sguardo lungo in fatto di imposture. Io adoro il tartufo e la sua fragranza ambigua, in bilico fra il profumo e l’afrore, divinamente sponsabile con un Brunello di Montalcino. Ma che tre quarti di chilo di quella roba valgano (sia pure - come pare - con una concessione alla solidarietà) quasi come la mia liquidazione, dopo trentanove anni di lavoro, mi sembra veramente, come direbbe Molière, una tartufata. Non a caso quella straordinaria patatina di nobile lignaggio finirà ad Hong Kong.
Manodopera minorile
Traggo da “Repubblica” on line. “Ci sono bambini che in America si ingozzano di torte al mirtillo davanti alla tv. E ci sono bambini che i mirtilli li raccolgono nei campi. Soprattutto nello Stato del Michigan, il più grande produttore del frutto tanto amato in Usa. I minori, non più grandi di 12 anni, perlopiù immigrati dal Messico, sono utilizzati perché hanno mani piccole, più adatte a raccogliere il delicato frutto. Riempiono secchi interi per tutta la giornata e li caricano sui camion. Lo scandalo che ha coinvolto colossi della grande distribuzione del calibro di Walmart e Kroger e Meijer, ha sconvolto gli Stati Uniti. Più della metà delle aziende agricole del Michigan, che forniscono questi supermercati, sfruttano bambini a cominciare dai 5 anni di età. Ma ci sono aziende che impiegano manodopera minorile in New Jersey, North Carolina e California, nelle piantagioni di pomodori o grano”. Barack Obama sta conducendo, e mentre scrivo forse vincendo, una grande battaglia. Se avrà successo, gli Stati Uniti non saranno più quelli di prima. La loro cultura incasserà un cambiamento ben superiore a quello causato dalla sconfitta in Vietnam. Nei fatti, nell’american way of life entrerà con forza devastante il principio, enunciato e quasi preannunciato un anno fa dal celeberrimo Doctor House nella più recente sequenza del suo serial, che tutti hanno diritto ad essere curati. Mi auguro che il Presidente di quelli che potrebbero davvero diventare i Nuovi Stati Uniti d’America trovi anche il tempo e l’energia per pensare ai piccoli chicanos che raccolgono mirtilli per le colazioni della middle class.
Fannullone?
Il Nuovo Zingarelli dedica una sezione a 2800 parole che rischiano di uscire definitivamente dalla lingua parlata. Fra di esse, termini come “abominio” e “zotico”. Non sono parole strane, io le uso spesso, favorito dalla cultura della classe politica che attualmente ci governa; ma è noto che il mio amore per la nostra lingua e per il suo uso rasenta il maniacale. Così ho avuto un sussulto d’amore platonico per un ignoto giornalista che qualche settimana fa ha definito il famoso gesto delle “corna” di Silviobi “apotropaico”. Esistono eroi ignoti che combattono in oscure trincee per far si che il nostro lessico non si riduca al “mi consenta”. Dante è vivo e combatte insieme a noi. In una città italiana al dipendente di un’azienda pubblica di proprietà del Comune sono stati accertati e contestati 21 giorni di assenze ingiustificate, rese possibili dal fatto che il lavoratore non doveva timbrare ed autocertificava le proprie presenze presentando un foglio a fine mese. Il Cda gli ha comminato, udite udite, tre giorni di sospensione senza retribuzione, motivando che “il dipendente dal momento dell’assunzione a oggi non ha mai subito alcun provvedimento disciplinare e anzi è stato meritevole di ben due promozioni”. Mi sarei aspettato che il ministro Brunetta prendesse un plotone di paracadutisti e si precipitasse a giustiziare sulla pubblica piazza quei pubblici amministratori che avevano trattato il “fannullone” assenteista come un monello che avesse sporcato per terra. E invece no, il prode ministro non ha nemmeno inarcato un sopracciglio. Forse perché si era distratto, forse perché stava studiando come diventare sindaco di Venezia? O forse perché il fannullone, quando bigiava il lavoro, andava ad accudire lo yacht del sindaco di Palermo? Beh, avrà ragionato il ministro castigamatti, se andava a strofinare la tolda del barcone è evidente che non è un fannullone.
Immigrazione ed economia
Asher Colombo, professore di sociologia all´Alma Mater e ricercatore dell´Istituto Cattaneo, ha reso noti i risultati di una ricerca svolta in Emilia Romagna ed in particolare a Bologna. I risultati certificano che gli stranieri dimoranti o lavoranti nella provincia di Bologna hanno pagato oltre 70 milioni di euro al fisco nel 2007, versandone all´Inps almeno 57, dando così un contributo significativo alle casse dello Stato. In regione hanno avviato oltre 20 mila nuove imprese. L´immigrazione comincia ad essere una fetta importante per il sistema economico del territorio: si parla di una popolazione residente che a gennaio di quest´anno ha superato le 80 mila presenze in provincia (42 mila solo in Comune di Bologna), arrivando oltre le 400 mila in regione. “Contribuiscono con molto più di quello che ricevono”, afferma Colombo. Per lo più sono giovani che non vedranno mai un cent di pensione, poiché tendono a spostarsi ed a tornare nei paesi d’origine, verso i quali hanno rimesso nello stesso anno circa 138 milioni di euro. Purtroppo da noi sono di moda gli omini verdi come i marziani, che hanno speso quintiliardi di parole per promuovere il flop delle ronde, e che grazie al consenso popolare assicurano rango istituzionale alle affabulazioni dei vari Borghezio, Gentilini e via ragliando. Come recita un antico proverbio africano “Se sono i corvi a guidare il popolo, la meta non può che essere un asino morto”.






