E tutto condito da statistiche. L’ultima, almeno fino ad oggi, è quella che ci dice che il nostro paese starebbe bene; che è ricominciata la crescita e che, quindi, ormai possiamo vedere la luce dopo il buio dei mesi passati. È vero, si dice, che la disoccupazione cresce. Ma i segnali ci dicono che è ricominciata, non so di quale punto e virgola, la crescita. Il governo esulta. Ma poi un altro contrordine: la produzione industriale continua a diminuire.
E questo non è un buon segno. Tutto per dire che, alla fine, alla crisi ci siamo, eccome, ancora dentro. Intanto però continuano a diminuire i consumi, che, nel capitalismo rampante che caratterizza la nostra economia rappresentano il volano della crescita. Ma, si dice, le statistiche ci confermano che ormai in sostanza ne siamo fuori. Alla fine continuano a capirci, o a far finta di capirci, soltanto lor signori. Purtroppo le statistiche non raccontano la vita reale. Fanno sono aggregazioni e divisioni. Senza tener conto di altro che dei numeri. Impersonali, freddi. Giustamente è sempre stato detto che se due persone hanno uno due polli e uno nessuno, per le statistiche hanno un pollo a testa. È questo il dramma.
Perché dietro a questi numeri aggregati e scomposti non ci sono le persone reali, quelle in carne ed ossa. Non raccontano le statistiche il dramma di chi ha perso il lavoro e non sa come campare, lei o lui e la sua famiglia. Non raccontano la fatica di chi non sa rispondere ai bisogni dei propri figli. Di chi non sa come pagare l’affitto alla fine del mese o il mutuo della casa. Delle migliaia o, meglio, dei milioni di persone che non sanno neanche come procurarsi il cibo. Così come non raccontano la fatica di chi resiste, la solidarietà fra familiari ed amici che permette di oltrepassare momenti veramente bui. Non raccontano dei ragazzi che vorrebbero sposarsi e non possono perché non hanno davanti nessun spiraglio di speranza.
Non raccontano dei piccoli artigiani, che continuano a resistere stringendo i denti, facendo sacrifici, spesso rimettendoci di persona per non licenziare i due o tre dipendenti che, in questo caso si troverebbero sul lastrico. Non raccontano la solidarietà spesso nascosta ed invisibile, che permette ai più poveri, organizzati insieme, di compiere miracoli. Così come non narrano delle tante iniziative di solidarietà, dai gruppi di acquisto solidale, fino alle mense dei più poveri. Queste cose sembrano fuori da ciò che fa storia, che entra nelle pagine dei giornali.
Così come non raccontano l’arroganza dei ricchi che non si vergognano di lucrare sulla crisi; dei manager che continuano imperterriti a darsi stipendi da nababbi; o dei politici che fanno tanti proclami di nuova etica economica e finanziaria, senza mai passare dalle parole ai fatti. Forse perché ormai l’economia è diventata una scienza a parte, lontana dalla vita, attenta ai grandi sistemi, ma disattenta ai problemi della vita reale delle persone. Chi pensava che da questa crisi ne saremmo usciti cambiati, almeno un po’, in meglio deve ricredersi. Tutto come prima. Peggio di prima






