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Sei in: Home page / Anno XX / n. 09 Sett. 2009 / Amritsar al tempio d’oro

Amritsar al tempio d’oro

Le città del dialogo

Michele Zanzucchi

Mi reco nel Punjab per visitare il tempio d’oro di Amritsar, il luogo sacro per eccellenza dei sikh, che una volta almeno nella loro vita debbono visitare. Bagnarsi nella grande vasca equivale a purificarsi nei cinquantasei luoghi sacri indù: uno invece di cinquantasei, un affare. Fuori dal finestrino del treno partito da Delhi scorre un paesaggio vieppiù fertile e ordinato, una campagna grassa e fertile che ricorda la pianura padana, anche nella vegetazione. I punjabi ne vanno fieri, sono gente laboriosa e industriosa.

Non per nulla il loro Stato è il più ricco tra i 25 che compongono la repubblica indiana. Arrivato al luogo del tempio, non faccio a tempo a prendere le misure della situazione che mi ritrovo senza scarpe e calze a camminare nell’acqua. Mi riparo sotto al portico di un edificio bianco col pavimento di marmo altrettanto bianco, dove vengo sorpreso dallo sguardo burbero, inflessibile ma dolce, di un uomo inturbantato di blu e vestito di una lunga tonaca gialla, armato con un’affilata lancia aguzza che porta le tracce di una recente affilatura. Il fatto è che, prima di entrare nel tempio, devo assolvere a un’ulteriore incombenza: coprirmi il capo. Pochi passi, levo gli occhi ed eccolo: inquadrato dall’arco dell’ingresso, il Golden Temple mi si offre in tutto il suo splendore, nonostante l’assenza di sole e la pioggia insistente. Lo scorgo lontano, seppur all’altezza del nostro sguardo: la costruzione emerge da un’immensa piscina che si stende sotto di noi, una trentina di gradini, bianchissimi, lucidi e… oltremodo scivolosi, come sperimento trovandomi sorretto dalle guardie della scorta, veramente in questo caso “guardie del corpo”. Poco male, rimedio una botta al ginocchio o poco più. Inizio quindi a percorrere il perimetro della piscina, lungo una guida rossa inzuppata di acqua, che ogni tre o quattro minuti un inserviente provvede a strizzare grazie a enormi spatole spinte a braccia dal volontario di turno: coloro che prestano servizio al tempio sono rigorosamente non pagati. Ecco un albero plurisecolare, testimone di uno degli avvenimenti più straordinari che si raccontano da queste parti: una donna era stata promessa sposa a un uomo, ricco ma storpio, al punto che lei lo doveva trasportare aiutandosi con una cesta. L’uomo chiese di essere deposto sul bordo dello specchio d’acqua per pregare, e la donna per qualche istante si allontanò. Quale non fu la sua sorpresa quando, di ritorno, non vide più né la cesta né il marito. Chiese allora a un giovane e bell’uomo se l’avesse visto, ma si sentì rispondere: «Non mi riconosci? Non riconosci più tuo marito?». L’uomo si era trascinato fino a cadere nella vasca, uscendone recuperato nello spirito e nel corpo. Mi avvicino finalmente al tempio. Entro lentamente, per il pontile che inizia sotto un arco rivestito d’oro. Grandi lampioni, anch’essi dorati, ornano il passaggio sospeso sull’acqua. Una lunga teoria di uomini e donne in atteggiamento pio si accosta al tempio, attendendo diligente il proprio turno per penetrare nel santuario interamente ricoperto d’oro, all’esterno e all’interno. Finalmente penetro in un locale angusto, superando, senza toccarlo coi piedi, un gradino sacro, anch’esso ovviamente rivestito d’oro. L’aria è pesante e dolciastra, per via del “nettare di latte” che qui viene distribuito come prasad. Sotto un baldacchino di velluto rosso trapuntato d’oro, e ricoperto da un ulteriore drappo d’un rosso più scuro, tendente al viola, giace dall’alba al tramonto il libro sacro dei sikh, mentre di notte riposa in uno scrigno nel palazzo dei saggi, che si erge dietro l’arco di accesso al tempio. Alla sinistra e alla destra del libro, musici e cantori intonano di continuo – dall’alba al tramonto – i cantici che riprendono le pagine della loro scrittura, la Adi Grantha, composti dallo stesso fondatore della religione sikh, Guru Nanak. Nenie che ci accompagneranno, amplificate da decine di casse acustiche, in ogni angolo del complesso del tempio. Le favole sull’aggressività dei sikh sono basate su dati di fatto mal interpretati: questa è gente pacifica, che ha voluto una religione più “dematerializzata” rispetto all’induismo e all’islam, e anche allo stesso cristianesimo. Ne ho una riprova in un grande magazzino attiguo al tempio, adibito a cucina per i pellegrini, che hanno diritto a pasti gratuiti, offerti in una vastissima sala da pranzo arredata con corsie di stuoia sulle quali si siedono gli invitati. Ricevono in un piatto e in un paio di coppette di metallo il loro cibo, servito dai soliti volontari ben compresi nel loro lavoro. Nella cucina, oscura e invasa dal fumo, appena entrato riesco a scorgere solo una indistinta massa di forme umane in movimento. Quando le pupille si adattano all’oscurità e gli occhiali si disappannano, do un volto a tali forme. Lavorano anch’esse compite, come se stessero svolgendo una delicata missione divina da cui dipendono le sorti dell’umanità – straordinaria sapienza dei “piccoli” –, mescolando tre enormi calderoni nei quali ribollono liquidi vegetali, oppure partecipando alle diverse fasi di preparazione dei chapati, le tipiche focacce indiane. Dieci minuti di incanto, in cui provo la sensazione di essere amato gratuitamente da gente sconosciuta. All’esterno continua la festa, questa volta coi colori dei mucchi di carote, cipolle e cavoli che altre decine di volontari lavano, sbucciano e tagliano, per la zuppa della sera che si suppone, a questo punto della lavorazione, sarà un pasto da re.

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