Incontri: Angela Staude Terzani
di Patrizia Caiffa
Per chi ama Terzani, conoscere la moglie Angela Staude e sapere qualcosa di più sulla “meravigliosa” compagna di vita che così descrive in tanti suoi libri ed interviste, è un desiderio realizzato. Perché accanto ad un grande uomo, giornalista e scrittore come Tiziano, per 47 anni c’è stata sempre lei. Da quando l’affascinante figlia di artisti tedeschi cresciuta tra Amburgo e Firenze aveva 18 anni. Si innamorarono dopo il liceo e non si lasciarono più, sempre assieme in giro per il mondo.
È la puntuale conferma del famoso adagio “dietro un grande uomo” c’è – molto spesso - una “grande donna”. Oggi, nella bella casa fiorentina di famiglia lo sguardo di Tiziano, pensieroso e profondo, colpisce ancora diretto al cuore. E così continua a vivere nei suoi lettori, nonostante il grande vuoto che ha lasciato, 5 anni fa, il 28 luglio 2004. Davanti a quella foto, Angela pone ogni giorno una rosa fresca, che sparge i suoi petali sul tavolino tibetano. Ovunque, centinaia di libri, mobili laccati, quadri, divinità e oggetti preziosi dell’Estremo Oriente, che parlano del lavoro di Tiziano, della sua personalità ricchissima e complessa, ma anche dei tanti soggiorni e traslochi dell’intera famiglia, da quando intraprendenti e giovanissimi, con i figli Saskia e Folco ancora piccoli, arrivarono nel ‘72 a Singapore, e poi Hong Kong, Pechino, Tokyo, Bangkok, Delhi, e tanti altri viaggi per il mondo. In ogni parola e gesto di Angela - semplici ed amichevoli come il raffinato the cinese con cui apre le porte dei suoi ricordi – trapela una innata classe ed eleganza, oltre ad una vasta cultura. Affettuosa e gentile, con il suo leggero accento tedesco arricchito da volate toscane, comincia a descrivere i tempi d’oro del giornalismo, quando Tiziano, corrispondente per il settimanale “Der Spiegel”, girava l’Asia per raccontare le dure cronache dal Vietnam, dalla Cambogia, dalla Russia. E ogni volta che la famiglia si trasferiva in un altro paese “il giornale gli dava sei mesi di tempo per orientarsi, studiare, capire, altrimenti la qualità del lavoro ne avrebbe risentito”. Eppure anche una figura del suo spessore, per vedere riconosciuto il suo talento, dovette rivolgersi all’estero, scrivere in inglese, in una lingua non sua. Con l’accrescersi della fama le grandi testate italiane lo chiamarono come collaboratore, ma non gli fecero mai una proposta seria di lavoro e questo, rivela oggi la moglie, “lo amareggiò molto. Forse perché era una persona libera, pensava di testa sua, non accettava i compromessi e non frequentava i salotti, che è un modo per controllare i giornalisti. Tiziano era fuori da questi giri”. Ecco perché, ad un certo punto, dopo essersi fatto apprezzare per le sue corrispondenze dall’Asia ed i suoi primi libri (“La porta proibita”, “In Asia”, “Buonanotte signor Lenin”, ecc.) il giornalismo lo stancò: “Quando cominciarono a chiedergli articoli su come gli indiani seppellivano i cani o sul boom dell’informatica a Bangalore si scoraggiò molto. Era già finito il periodo migliore di ‘Der Spiegel’”. Nei suoi ultimi libri (“Un indovino mi disse”, “Lettere contro la guerra”, “Un altro giro di giostra”, “La fine è il mio inizio”, scritto con il figlio Folco) Tiziano diede il meglio di sé, affrontando in maniera totale e personale temi difficili come il rapporto con il divino, la guerra e la pace, la malattia, le medicine alternative, la morte, il senso dell’esistenza. Tiziano non credeva veramente nelle profezie degli indovini o in un Dio dalle sembianze umane: “Alla fine condivise la visione degli induisti – spiega Angela - secondo i quali esiste un grande spirito dal quale usciamo e rientriamo, ma senza identità”. Perciò uno dei suoi più grandi messaggi, scoperto mettendo in gioco tutto sé stesso, era profondo e semplice al tempo stesso: “Abbiamo una sola vita, è un tempo breve, e dobbiamo viverla pienamente e nel miglior modo possibile”. A 66 anni seppe di aver avuto una vita felice e di poter morire in pace, nella bellezza, circondato dall’affetto dei suoi cari in terra toscana, all’Orsigna. Oggi Angela, nonna orgogliosa di quattro nipoti e ancora viaggiatrice per il mondo, supera il dolore e la mancanza continuando a portare tra la gente i messaggi di Tiziano, insieme a ciò che hanno scoperto e condiviso insieme. Scrittrice di diari perspicaci e accurati sui loro anni in Cina e Giappone (ha pubblicato con Longanesi “Giorni cinesi” e “Giorni giapponesi”) e curatrice della raccolta postuma di scritti di Terzani sulla Cambogia “Fantasmi”, in questo lungo colloquio si svela un po’ di più. Confidando di voler scrivere un libro che racconti proprio della loro vita insieme.
Vivi una vita in cui ti riconosci, diceva Tiziano. Angela si è riconosciuta nella sua?
Completamente, ma non solo per merito mio. Tiziano mi ha portato con sé a fare una vita che via via si inventava lui. Per lui non esistevano alternative. Io invece avrei potuto viverne anche altre, se mi fossi innamorata di un poeta o di un musicista… Per me le vite possibili erano varie. Per lui no.
Forse la parte pubblica l’ha inventata Tiziano, ma la vostra vita l’avete inventata insieme.
Avevamo gli stessi gusti, ci piacevano gli stessi modi di viaggiare, di arredare una casa, davamo importanza – o nessuna importanza – alle stesse cose. Condividevamo gli stessi valori.
E senza Angela che lo seguiva non sarebbe stato lo stesso...
Sarebbe stato diverso. Tiziano, come tutti gli uomini e soprattutto quelli di grandi ideali, aveva un animo fragile che andava protetto. Quando il mondo lo incantava o lo faceva disperare aveva bisogno della famiglia. Era il suo rifugio.
Per seguirlo ha però rinunciato alle rivalse tipiche delle coppie: “Oggi tocca a te, domani a me”.
Che senso hanno? La vita non segue una logica binaria.
Le è pesato?
Per niente. Mi sono occupata della mia famiglia, questo piace a una donna. Ho viaggiato con Tiziano, e ho viaggiato da sola, a modo mio. Ma quando negli ultimi anni ero molto stanca e lui mi diceva, «Ora vai un po’ tu a riposarti nell’Himalaya. Vedessi com’è bello, c’è una leopardo che gira di notte…», non era quello che volevo fare! In questo lui quasi non mi ha capito.
La vita con Tiziano era anche un po’ difficile?
La vita con chiunque lo è. Con Tiziano era difficile non perdere il senso di sé, del proprio valore. Perché lui era bravo in tutto. Non c’era una cosa in cui io fossi stata più brava. Nemmeno nel far da mangiare. E pensare che veniva da una famiglia operaia che non possedeva nemmeno un libro. Ha fatto un salto incredibile fino a intendersi di tutto. In Asia ha collezionato molte antichità senza sbagliarne una. Aveva un gran senso della qualità, dello stile. Aveva una enorme facilità con le lingue, una grande memoria. Era intrattenente, caloroso, interessante. Non è facilissimo stare accanto a un uomo così. Era di grande presenza, bastava che entrasse in un negozio, in un ristorante o in un albergo e tutti si chiedevano chi fosse. Mi dicevano, “Suo marito è meraviglioso”. Ed io: “Lo so!”.
Era gelosa?
Non mi ha dato tante occasioni di esserlo. È stato davvero molto attento. Non voleva mettere in pericolo quella che era una sua certezza. Sicuramente gli piacevano le donne, ma non mi ha dato mai occasione di dire: “Qui c’è un’altra più importante di me”. Non avrei retto. Stare con un uomo così, se poi cedeva anche alle donne...! (ride)
Anche perché era un bellissimo uomo.
Sì, era veramente un bellissimo uomo. Però si lamentava quando alcuni suoi colleghi, decisamente meno belli, ricevevano telefonate, lettere clandestine. Si chiedeva: “Perché le donne non scrivono anche a me?” (altra risata)
Forse perché il suo cuore non era disponibile e le donne lo sentivano.
La sua ricerca era un’altra. Era votato soprattutto a quella.
Ma lei non sentiva il bisogno di uno spazio suo, di una “stanza tutta per sé”?
L’ho sempre avuta. Eravamo molto giovani, sui 22, 23 anni quando uscì il libro di Virginia Woolf, «Una stanza tutta per sé». Tiziano capì immediatamente che quella era una necessità per me e in ogni nostra camera da letto c’è sempre stato un tavolo solo per me. Quello era il mio posto, la mia tana.
Angela è ovunque nei libri di Tiziano. Angela è una “donna meravigliosa”, ripeteva spesso. Non è facile che un uomo si esponga così.
È vero. Aveva coraggio anche nel dire queste cose insolite. In verità non si confidava quasi con nessuno, non raccontava molto di sé. Parlava soprattutto di fatti, di idee, dei problemi del mondo. La maggior parte dei suoi amici non sapeva se era malato, se era depresso. Non si faceva guardare nell’anima.
Era una persona molto complessa. Con queste affermazioni voleva fare un punto, far capire che bisogna limitarsi, non disperdersi, accontentarsi. Erano anche messaggi a me, forse, come improvvisi mazzi di fiori.
Sente di aver conciliato bene il lavoro con la cura della famiglia? Di non aver rinunciato a niente?
Non ho rinunciato a niente, perché non avevo una vocazione precisa. Se avessi avuto la voce della Callas non avrei potuto vivere senza cantare. Ma non era il mio caso.
Qual è il metodo di scrittura di Angela? Come nascono i suoi diari?
Guardo, ascolto e cerco di ricordare. Poi scrivo a mano, seduta a un tavolo, su un divano o una panchina fuori. Il diario mi ha aiutato a riflettere, a mettere ordine nei miei sentimenti. Perché a volte era difficile vivere in Asia senza le amicizie vecchie e salde. E perché ad avere accanto un uomo così particolare rischiavo di sentirmi “niente” o “poco”. Nelle situazioni pubbliche, ufficiali, mondane parlava soprattutto lui, io ascoltavo, mi tenevo in disparte.
Questo le pesava?
Un po’. Ma quando parlavamo insieme – e abbiamo chiacchierato tanto – eravamo alla pari. Anche quando viaggiavamo, lo incuriosiva e divertiva quel che notavo io. C’era questa complicità, anche intellettuale.
Le femministe più incallite sarebbero scandalizzate di molte sue parole...
E lo sono state. Negli anni ‘70 cominciavano ad arrivare in Asia donne fotografe, giornaliste. Mi dicevano: “E tu cosa fai, la massaia?”. Molte mi consideravano una vittima al seguito di un uomo. Non capivano che nessun uomo vivrebbe con una vittima, che nessun rapporto dura, con la migliore delle volontà, se è impari, se non c’è reciprocità.
Ha incontrato donne in carriera così perfide?
Non tante, ma alcune erano molto cattive. Gelose forse. Mi consigliavano di fare dei corsi o di vendere la biancheria cinese. A Pechino c’era una corrispondente di “Le Monde”, che mi chiamava “ma petite Angela”. Mia piccola Angela? Ma io avevo 45 anni! Poi un giorno uscì in Italia il mio primo libro e lei rimase malissimo e non mi parlò più.
Quando Tiziano era in viaggio per lavoro non vi vedevate per lungo tempo. Era preoccupata?
Sentirsi era impossibile. A volte non avevo notizie per settimane. Ma ero giovane, con i nervi saldi. E soprattutto sentivo forte che ognuno ha un proprio destino e che non cambi quello di tuo marito anche se lo leghi al letto. Questo mi ha aiutato a mantenere la calma, altrimenti saremmo impazziti entrambi. E quando cedeva la mia certezza, ecco che arrivava un suo telegramma a rassicurarmi.
È stato faticoso far crescere i figli in giro per l’Asia?
Non più difficile che in Italia. Quando siamo partiti erano molto piccoli e sono andati all’asilo a Singapore. Lì hanno imparato l’inglese. Poi, col tempo si fanno delle amicizie, ci si aiuta tra stranieri nelle piccole cose pratiche, quotidiane. Era divertente inventarsi una nuova vita. So che per molte donne invece è stato un sacrificio vivere in una città dove non esistevano l’olio, gli spaghetti, il salame, si mangiavano solo cibi cinesi o inglesi. Avevano nostalgia di casa. Io non avrei preferito restare a Firenze vicino a mia madre. Non era lei che avevo sposato! Si sposa un uomo per vivere con lui.
Avevate dunque lo stesso spirito d’avventura.
Sì. Questo desiderio di andare lontano era già nella mia famiglia. Mio padre era nato a Haiti, mio nonno era un romantico tedesco che aveva cercato l’avventura nei tropici. Mia nonna era già nata a Haiti, era di origini francesi. E vari parenti di mia madre vivevano a Shanghai un secolo fa, ai tempi della colonizzazione della Cina.
Viaggiava anche da bambina?
Sì, la mia parentela si disperde nel mondo. Mio padre, pittore, era venuto a vivere a Firenze nel ‘27. E mia madre, architetto, aveva lavorato in Germania e in Svezia prima di sposarlo e raggiungerlo in Italia. Ecco perché per me non era così strano girare il mondo insieme a un marito.
Come si è sentita ad iscrivere i suoi figli ad una scuola cinese?
Forse non lo avrei fatto, è stata una decisione che mi faceva male al cuore. A Pechino c’era una piccola scuola internazionale dove a loro sarebbe piaciuto andare, ma Tiziano non voleva assolutamente che rientrassero nel solito giro privilegiato. E c’era la scuola cinese: squallida, triste, di cemento, senza riscaldamento. All’inizio erano scoraggiati. Folco aveva 9 anni, Saskia 7, già leggevano e scrivevano. Ma sono dovuti tornare in prima per imparare i caratteri cinesi. E tutti i giorni la classe doveva ripetere in coro, anche se era già morto, “Noi amiamo il nostro presidente Mao”. Folco non ne poteva più. Siamo andati dalla direttrice e le abbiamo chiesto di insegnargli qualcosa di più utile, come: “Vorrei il pollo alla Kiew”, un piatto che piaceva ai ragazzi nell’albergo in cui all’inizio stavamo. Il giorno dopo tutti i bambini hanno intonato, “Vorrei il pollo alla Kiew”. Ma l’indomani era di nuovo, “Noi amiamo il nostro presidente Mao”.
Alla fine Folco e Saskia se ne sono fatti una ragione...
Hanno imparato a non aver paura di uscire dalla norma. Tiziano ogni tanto li toglieva da scuola e partivamo tutti assieme, con l’interprete. Si pernottava negli ostelli del partito, sordidi, per cui ci portavamo dietro le nostre federe e le nostre bacchette per mangiare. Tiziano faceva le interviste con i bambini seduti accanto. Avranno anche una lacuna di un millennio e mezzo di storia occidentale, ma tante altre cose le hanno imparate.
Quindi, nonostante i viaggi di lavoro, Tiziano era un genitore molto presente...
In un certo senso sì. Non giocava con loro, non si interessava ai loro compiti, ma li ha sempre coinvolti in esperienze straordinarie.
Tornerebbe in Cina?
Mi sembra che la Cina non sia più la Cina. Poco fa un cinese mi ha detto: “Stiamo diventando degli americani con gli occhi a mandorla”. Peccato.
Siete stati bene in India?
Gli indiani apparentemente sono i più simili a noi, ma in realtà sono molto, molto diversi. Tendono a una spiritualità che noi abbiamo perso, o mai avuto. L’India è il solo paese che sia ancora completamente diverso dagli altri.
E tornare in Italia come è stato? Anche da noi la situazione non è “rose e fiori”...
Non ci si rende conto in Italia che l’Europa e gli Stati Uniti sono tra i pochissimi posti al mondo dove l’uomo è libero e tutelato. Abbiamo il diritto di parlare, di votare, di viaggiare, abbiamo una bellissima Costituzione e una magistratura indipendente. Abbiamo Berlusconi, è vero, ma possiamo anche mandarlo a casa, volendo. Se ce la mettiamo tutta, magari un giorno ci riusciremo! (risate)
A quasi cinque anni di distanza dalla morte di Tiziano, quali sono oggi le sue piccole gioie quotidiane?
Anche parlare con lei! Scoprire un’altra Italia, un’Italia che cerca una nuova ispirazione e la trova nei libri di Tiziano. Prima non parlavo mai in pubblico, ora mi ci sono abituata. È uno scambio reciproco.
È stato coraggioso ad affrontare il tema della morte, che era un tabù.
È vero. La discussione aperta sul ruolo della malattia e della morte nella vita l’ha iniziata lui. Negli ospedali, nelle associazioni che assistono i malati terminali mi dicono di aver tratto un grandissimo beneficio dai suoi libri. Il fatto d’essere stato utile oltre ogni sua aspettativa gli avrebbe fatto tanto piacere.
Forse è questa l’eternità che tanti scrittori cercano…
Una forma di eternità. Gli indovini avevano predetto a Tiziano una vita lunghissima ed è morto a 65 anni. La gente invece mi dice: “Ma l’ha avuta, una vita lunghissima...”.
C’erano occasioni in cui lui si scoraggiava?
Si disperava per dove andava il mondo. E poi per il tempo perso, il tempo sprecato. Dopo una serata noiosa, ad esempio, mi diceva: “Quante ore ho ancora da vivere? 1.500? 3.647? Ecco, stasera ne ho buttate via tre». Tiziano sentiva forte che abbiamo una vita sola e che va vissuta a pieno.
È d’accordo che in Occidente è come se l’uomo avesse perso tutti i suoi riferimenti a causa di una vita troppo materialistica?
Certo. Ed è questa la ragione della nostra infelicità. Sentiamo che qualcosa è sbagliato, qualcosa non va, che “si corre dietro ad un coniglio di carta”, come dicono gli inglesi. In cambio di che cosa? Una macchina, una casa, vestiti.
Rimarrà a Firenze?
Le nostre famiglie vivevano qui. Tiziano era di qui. È qui che mi piacerebbe concludere la mia vita.
Possiamo aspettarci un nuovo diario di Angela?
Non vogliamo diventare produttori di libri a tutti i costi! Ma forse, prima o poi, ne uscirà uno sulla nostra vita a due.






