Tavola rotonda
Rosette Hechaime, dell’ufficio regionale della Caritas per il Medio Oriente/Nord Africa.
Cristina Calvo, coordinatrice regionale dell’Area di cittadinanza attiva ed incidenza politica del Segretariato per l’America latina e i Caraibi della Caritas.
Andrè Kalende, formatore, della Repubblica Democratica del Congo, rappresentante della ong New Humanity presso la sede Onu di Ginevra.
1. La crisi dello sviluppo
Cristina Calvo.Il cosiddetto sviluppo adesso è in crisi. Il tentativo è consistito nell’aggiungere gli aggettivi sostenibile, umano, alternativo, e questo è il segno linguistico e concettuale di un disagio del concetto. Ma cosa si intende oggi per sviluppo? La prima constatazione è che sviluppo non equivale a crescita economica. Per questo si devono aggiungere le parole sostenibile, umano integrale, inclusivo. Se facciamo riferimento all’America latina, parliamo di un pezzo di mondo con la disuguaglianza più estrema, dove il 10% della popolazione detiene quasi il 50% del Pil e il resto neanche arriva al 2%. Se penso ai paesi del Sud del mondo - tanto l’Africa quanto l’America latina - considerano la festa come parte del loro sviluppo, ma non c’è nessun indicatore che consideri la gioia dei popoli, che vivono in condizioni sotto-umane, ma danzano, cantano perché sentono che fare parte anche di questo pezzo di mondo è un dono di Dio. I concetti di povertà, di sviluppo e cooperazione hanno avuto un processo molto legato sia ai rapporti Nord-Sud che all’andare avanti delle scienze sociali. Negli anni Settanta si parlava di povertà, poi di marginalità e adesso di esclusione: essere esclusi è rimanere fuori, è non essere, e allora genera tante patologie sociali. Se uno non esiste per gli altri, se essere vivo o morto è la stessa cosa, allora si perde il senso della vita, non c’è più futuro e si incrementano i vizi, la droga, l’alcol che sta distruggendo tutto il tessuto sociale. In America latina si parla di esclusione non tanto perché a volte si pensa che i popoli vogliano includersi in questi parametri del Nord consumista, che distrugge l’ambiente, bensì per una visione completa integrale della dignità della persona. Adesso si parla dei cosiddetti “Desca”: i diritti economici, sociali, culturali e ambientali. In America latina, quando questi diritti non esistono, l’esclusione colpisce tre fattori contemporaneamente: “strutturali”, la parte causata dal potere economico, finanziario, e anche la corruzione politica; “sociali”, perché l’esclusione distrugge la solidarietà di prossimità, il tessuto sociale, così innato nei nostri popoli; “soggettivi”: la perdita del senso della vita, dei rapporti. E allora noi stiamo lavorando perché in questo momento il diritto ai fattori soggettivi e sociali non si realizzi soltanto con i soldi, ma con un diverso rapporto di cooperazione.
Rosette Hechaime.
Secondo me, il concetto stesso di sviluppo va riformulato, perché a volte i criteri di sviluppo sui quali si basa l’occidente non convengono ai paesi impoveriti, o al Medio Oriente, o ai paesi dell’Asia. Lo sviluppo, infatti, dipende moltissimo dalla cultura delle persone, e non dalle differenze. Desidero ricordare, per esempio, il fatto che il Medio Oriente è la culla dell’alfabeto e della matematica, che sono due strumenti importanti dello sviluppo. Ma vediamo purtroppo che questo rapporto così intenso con l’occidente, che vorrebbe esportare delle categorie di sviluppo, va a discapito dei valori locali orientali, che poi sono quegli stessi valori di cui oggi l’occidente ha nostalgia. Dobbiamo imparare dalla cultura degli uni e degli altri. Allora, per la cooperazione, torniamo alla composizione di questa parola: operare insieme. In questo senso acquista un valore nuovo, forse più vero e rispondente a quello che vuol dire lavorare insieme.
Andrè Kalende.
In alcuni casi lo sviluppo e la cooperazione allo sviluppo possono essere stati la continuazione della colonizzazione, con altri strumenti. La parola colonizzazione mi fa ritornare ai vecchi tempi. Io vengo dall’Africa, questo continente che ha un passato non tanto gioioso, perché si soffre nella miseria. Devo parlare di un processo che parte dall’epoca delle scoperte, delle esplorazioni delle grandi potenze. Verso il 1450 arrivano gli esploratori che in Africa trovano dei popoli già organizzati in regni e imperi. E portano un nuovo modo di fare: prendono delle persone e le portano altrove. Nel frattempo sono state scoperte le Americhe e gli africani vengono trasportati con la forza per sviluppare queste nuove terre, ma non per le Americhe, bensì per l’Europa. Ricordo il concetto di commercio triangolare che parte dall’Europa, passa per l’Africa e raggiunge le Americhe, commercio di manodopera sotto forma di schiavi: non vanno lì come cittadini! E lì impareranno a lavorare sodo per sviluppare l’occidente. È da chiedersi oggi: cosa è questo sviluppo? Nella mia cultura mi riconosco come una persona che ha bisogno prima di tutto della sua dignità: quando sento che la mia dignità è anche rispettata da altri io mi sento sviluppato. E cosa mi dà questa dignità? Tante cose! Io sono degno anche se il colonizzatore non ha parlato dei diritti umani, ma io so dentro al mio sangue che ho questo diritti, e chi li rispetta mi aiuta ad essere degno, a svilupparmi, a vivere. Un detto africano dice che “Nessuno è un’isola”, quindi questa varietà di doni naturali, di talenti deve essere a servizio di tutti. Possiamo meglio dire che i bisogni degli uni spingono gli altri a intraprendere, a risvegliare lo spirito d’iniziativa. Per esempio il fabbro, che un tempo diveniva il più famoso perché rendeva servizio ai guerriglieri, ai capi tribù e ai contadini che lavoravano la loro terra. Non sempre ognuno produce tutto da sé: alcuni prodotti hanno bisogno di qualcun’altro che li sappia valorizzare. Questo scambio di risorse avveniva in un clima di fiducia prima di tutto, di amicizia e di solidarietà. Più rendeva felice gli altri più ne guadagnava la sua stima! Oggi mi chiedo: è sempre così? Si, ma c’è qualcosa che sta cambiando. Quando si sceglie, si tiene conto prima degli interessi egoistici o prima dell’altra persona che ha dei bisogni? Io mi sento più considerato come uomo, più sviluppato, quando mi prendono in considerazione come persona: solo dopo si potrà parlare di habitat, di educazione, economia… Oggi ci sono una moltitudine di progetti: il colonizzatore è tornato sotto forma di progetti che non sempre corrispondono ai miei veri bisogni. Allora mi sento colonizzato in un paese che si dice indipendente. Quando tu vieni con i progetti e mi imponi un tuo stile… NO! Devi venire e vedere di cosa io ho bisogno, devi vivere con me, vieni e vedi! Non abbiamo tanto bisogno dei soldi o di progetti, ma delle persone: i soldi non parlano, non ascoltano, non ridono, non hanno la capacità di compassione. Se voi venite e vedete sarete capaci di piangere con noi, di ridere con noi, sarete capaci di avere questa compassione e di arricchirvi di tutte queste cose.
2. Dare un’anima alla cooperazione
Cristina Calvo.
La cooperazione internazionale nasce in ambito europeo nel momento della contraddizione tra capitale e lavoro, come possibilità alternativa a questa competizione secca. Quando parliamo di aiuto allo sviluppo e cooperazione dobbiamo distinguere. È molto diverso parlare dell’aiuto allo sviluppo che viene dalla Banca mondiale o dal Banco intermericano dello sviluppo e dell’aiuto che viene dalle organizzazioni della società civile. Se pensiamo al rapporto con le ong, questo ha un valore di “sviluppo umano”, di solidarietà, è molto diverso dalle istituzioni che rispondono a un sistema di accumulazione neoliberista che crea divario tra ricchi e poveri. Stiamo percorrendo una strada di partenariato, di amicizia, di scambio. Tuttavia il principale rapporto è il trasferimento delle risorse: è necessario, ma non sufficiente, perché nelle nostre terre c’è una cultura, e bisogna rispettare i processi, accompagnarli. A volte nella cooperazione siamo vincolati dai “rapporti finanziari”. Nei nostri popoli a volte si impiega un anno per ristabilire rapporti di fiducia, perché la colonizzazione, il capitalismo, il neoliberismo, il consenso di Washington ci hanno venduto delle ricette magiche che ci portavano allo sviluppo, ma che hanno quasi distrutto i rapporti. Allora se alla fine del primo anno si deve avere un risultato che non si accompagna a un processo culturale e di relazione, non potrà esserci risultato più valido di quello di ristabilire il rapporto di fiducia, il comportarsi come amici tra Nord e Sud per cooperare insieme. Quindi è importante non solo trasferire risorse, ma anche accompagnare i processi. Adesso bisogna accompagnare trasformazioni strutturali, ci sono non solo principi sbagliati ma anche strutture ingiuste - strutture di peccato - che hanno istituzionalizzato tali principi perversi. In questo momento, per esempio, ci aiuta di più denunciare insieme questi fattori esogeni: il miglioramento nella stabilità dei meccanismi finanziari; le politiche che si riferiscono al debito estero, la regolazione del commercio internazionale per il protezionismo, la regolazione dei processi migratori, le misure di prevenzione per affrontare le calamità naturali e le conseguenze del cambiamento climatico. Allora tanto più importante è non solo il trasferimento delle risorse, ma anche la trasformazione delle strutture ingiuste, accompagnare i processi e fare uno scambio di reciprocità ma nel rispetto della cultura nazionale e regionale. Queste sono le linee programmatiche del presente e del futuro.
Rosette Hechaime.
Io desidero raccontarvi del mio ultimo viaggio fatto in Iran per i progetti della Caritas nella regione di Bam, colpita da un distruttivo terremoto nel 2003. Sapevamo che erano stati fatti progetti di ricostruzione, anche per persone disabili. Ciò che ci ha colpito da parte delle autorità locali è stato l’apprezzamento che hanno dato a una forma di solidarietà che ha tenuto conto del loro parere, prima di intraprendere dei progetti per loro. Quello che avevamo in mente era soprattutto metterci al posto di questa gente, e cercare di accompagnare i loro processi di trasformazione. Bisogna capire che non si può chiedere alla gente, a un certo punto della loro evoluzione, di fare delle cose o dei resoconti, o dare delle risposte in un modo al quale noi siamo arrivati dopo anni di lavoro per lo sviluppo di questi processi. Eravamo riusciti ad adattare le nostre esigenze alle loro possibilità. Un’altra cosa importante è la creatività nel partenariato: succede spesso che in quei paesi dove ancora hanno bisogno della solidarietà degli altri, i bisogni che tutti hanno non corrispondono ai finanziamenti già stabiliti dagli altri paesi. Questo crea a volte una distorsione nei nostri paesi impoveriti, perché si creano i progetti in funzione dell’accessibilità ai finanziamenti, mentre forse si dovrebbe iniziare un processo diverso, in modo che si capiscano i bisogni e si cerchi di lavorare sulle strutture che decidono sui finanziamenti. Altrimenti credo si faccia un grave danno all’identità delle popolazioni che tutti vogliamo veder progredire per poter arrivare ad uno sviluppo armonioso della propria condizione di vita, con i propri valori e i tesori del proprio popolo.
Andrè Kalende.
Voglio sottolineare la prossimità tra l’Europa e l’Africa. Quando usciamo dal nostro guscio andiamo verso l’altro, verso il prossimo: lì comincia qualcosa di nuovo! Le istituzioni, sono un po’ indietro in questo agire. Sì, agiscono tanto, ma come vengono fatti questi progetti? Con quale spirito? In questo villaggio globale che è diventato il nostro mondo, un po’ di sovranità sparisce, non si sa più chi è il capo, non ci sentiamo subito amici. Come fare? Sono amico dei contadini e ho sempre saputo che in un pollaio due galli non possono cantare. E questo villaggio globale non si comporta così, ci sono tanti galli. Quando lavoravo negli Stati Uniti un ambasciatore Usa presso l’Onu mi disse: “Anche noi siamo colpevoli di quello che succede da voi in Congo”. Con quel “siamo” parlava di altre nazioni dette “sviluppate” e non solo degli Usa. Il popolo come si trova in questi intrecci di potere? Il Congo è definito dagli scienziati luogo di un disastro ecologico. Hanno detto che se l’Ue avesse le risorse del sottosuolo congolese, gli Usa starebbero zitti. Poi si incontrano lì e noi assistiamo ad una lotta tra due elefanti. Dove due elefanti litigano sapete cosa succede? È l’erba che soffre, e l’erba siamo noi, il popolo. Ognuno ha un suo progetto e un suo scopo e certamente non corrispondono ai bisogni di questi innocenti, di questa erba che viene calpestata e distrutta. Eppure si dovrebbe correggere questo modo di fare, e capire che l’umanità è un’unica famiglia, e il concetto del bene comune deve crescere in chi vuol dare, aiutare, e in chi riceve gli aiuti. Non si può fare finta di niente: abbiamo bisogno gli uni degli altri. Le imprese americane per esempio dipendono sempre più dall’approvvigionamento delle materie prime dei paesi meno sviluppati e hanno bisogno del loro mercato. Non possiamo permettere che la cooperazione sia una porta aperta per un neocolonialismo economico e sociale, bensì per un partenariato desiderabile che considera la persona con la sua vera dignità. Alla radio parlano del gorilla in via d’estinzione a Goma, e non delle persone che vengono uccise! Mi sono sentito molto offeso. Sono andato, per esempio, all’Alto commissariato per i rifugiati e ho parlato degli sfollati che vengono dalle montagne e si ritrovano in città senza acqua. Mi hanno risposto: “Non è nel nostro mandato”, mi hanno detto: “Noi siamo per i rifugiati!”. Cosa vuol dire un rifugiato? Mi hanno risposto: “Uno che ha varcato la soglia della frontiera”. Manca un’anima in questo cooperare, che noi invece dobbiamo metterci. Educare a quest’anima tra la gente, affinché dopo, nel momento in cui si agisce per lo sviluppo, ogni cosa che si fa sarà per il bene del prossimo e del popolo.






