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Pensare alla grande. Guardare lontano

Massimo Toschi (assessore alla cooperazione, al perdono e alla riconciliazione dei popoli, regione Toscana)

La parola sviluppo va abolita. La usiamo per comodo, ma va abolita, non ci scandalizziamo. Il vero problema oggi non è lo sviluppo, ma è una cooperazione che ricomponga i paesi al loro interno e i paesi tra di loro, e che al tempo stesso sappia riconoscere le responsabilità di ciascuno. Vediamo alcuni esempi.

Il Libano è un paese che ha delle banche di alto livello, ma non lo si può immaginare come un paese in via di sviluppo. Il vero problema del Libano è quello della ricomposizione della società libanese, drammaticamente divisa e spaccata, non solo nei suoi meccanismi istituzionali, ma anche nella società. Noi abbiamo avviato dei progetti di cooperazione dopo la guerra, nel 2006, con alcuni comuni “Hezbollah” del Sud del Libano. Ci è stata anche chiesta una cooperazione con i comuni del Nord che sono cristiani. Il vero problema è riuscire a far lavorare insieme i comuni del Nord e i comuni del Sud come comuni di uno stesso paese. Il vero problema è riconciliare il Libano con i paesi intorno, Israele e Siria. La Repubblica Democratica del Congo viene da 40 anni di guerra, da uno straordinario processo elettorale che ha prodotto un presidente, un governo, un parlamento liberamente eletti, sta avviando un faticoso processo di decentramento. Ma il vero problema in Congo è di ricomporre una società dopo un conflitto terribile. Solo se ci sarà una ricomposizione ci sarà uno sviluppo in senso proprio. Io sono stato a Goma, in occasione della conferenza per la pace, la solidarietà e lo sviluppo economico nell’area a Sud del Kivu, attraversata da drammatici conflitti. E si è creata una grande operazione - in cui tutti sono stati coinvolti, dalle istituzioni alla società civile, dalle tribù ai leaders politici - per costruire un modello di governo della società. Ma il problema è esattamente la riconciliazione del Congo. Se noi andiamo in Medio Oriente (Israele-Palestina) non si può pensare che lì siamo nell’abbandono, nell’Africa addolorata. Ma anche lì il punto vero della questione Israele-Palestina è la riconciliazione: le stesse ong dovrebbero imparare qualcosa in più, sono troppo schierate da una parte e troppo incapaci di portare una cultura che produca progetti in grado di rimettere insieme le due società e i due popoli, ancora prima dei governi. Noi abbiamo fatto una battaglia: abbiamo messo a lavorare insieme ong israeliane e ong palestinesi. E abbiamo trovato un ostacolo durissimo: ci dicevano che “si lavora solo con i palestinesi”. Capisco che i problemi più drammatici li hanno i palestinesi, ma qui la questione è ricomporre le due società, senza questo valore neanche i problemi dei palestinesi si risolvono, semmai si aggravano. Questa è la politica. Un esempio: un progetto per la cura di bimbi palestinesi. Abbiamo curato in cinque anni circa 6000 bambini palestinesi. Affetti da patologie gravi, che non potevano essere curati nei territori palestinesi. Li abbiamo portati negli ospedali israeliani, facendo pagare gli israeliani, e con il nostro sostegno finanziario abbiamo creato un forum delle ong palestinesi-israeliane, abbiamo messo insieme le istituzioni locali (palestinesi e israeliane) e alla fine oggi noi siamo interlocutori politici e la regione Toscana parla non solo con le ong o con i progetti, ma anche con i governi, ha autorevolezza e otteniamo quando chiediamo. La nostra filosofia è compresa da tutte le parti e interpella e spinge tutte le parti a nuove vie di relazione. Qual è lo strumento attraverso cui avviene questa ricomposizione delle società? Molte cose, ma un elemento è indispensabile: il rapporto con le istituzioni locali dei paesi in cui si lavora. Il rapporto tra le istituzioni locali permette di evitare il rischio in cui a volte cadono le ong: il progetto ha un inizio e una fine, ma dopo, che cosa e chi rimane? Nel corso del progetto si consolidano reti di partenariato tra istituzioni locali. Queste reti rimangono e rilanciano i progetti, li rinnovano, e creano scambi di relazioni tra noi e loro, che permettono poi di continuare. È la nostra filosofia ed esperienza concreta come regione Toscana: qui coinvolgere comuni, province, associazioni e ong, nel Sud coinvolgere le istituzioni locali dei territori in cui si opera. È ampiamente dimostrato che, laddove esiste un decentramento forte, aumenta la qualità della vita, della sanità e diminuiscono i conflitti. E laddove c’è un decentramento debole, succede il contrario. Quindi potremmo dire che il decentramento è il nuovo nome della pace in Africa. Lavorare con le istituzioni locali permette di dare continuità alle nostre azioni, altrimenti si rischia di fare delle piccole cattedrali nel deserto. Io penso che la necessità di lavorare con le ong, che sono fondamentali, deve stare dentro questa grande rete di relazioni senza la quale la cooperazione si frantuma, si disperde, si priva di forza. Il vero sforzo della cooperazione è anche quello di prevenire i conflitti, non vogliamo essere solo quelli che mettono i cerotti dopo, poi se c’è da metterli lo facciamo tutti insieme, anche perché spesso le ferite sono dentro di noi, in Europa, in Italia. Ma vogliamo essere capaci, con la politica, di anticipare i conflitti, perché sono sempre terribilmente devastanti. Crediamo in una cooperazione non arrogante, in punta di piedi, che tende più ad imparare che ad insegnare, più a ricevere che a dare. La nostra cooperazione italiana, le nostre ong e regioni, sono sempre capaci di urlare e competere sui soldi. Diciamo sempre che mancano i soldi: è vero i soldi mancano, ma forse mancano anche le idee. Solo se abbiamo più idee, e soprattutto se siamo disposti ad imparare e ascoltare, forse troveremmo anche i soldi che non sempre vengono dallo Stato, ma anche da altri. E poi soprattutto dobbiamo immaginare una cooperazione che non sia legata unicamente ai finanziamenti, altrimenti la politica è persa. Non cercate i soldi, la vera sfida della cooperazione è una sfida culturale che deve avere la misura del mondo. Noi talvolta abbiamo una cooperazione troppo cieca o troppo miope, e invece dobbiamo avere una cooperazione capace di pensare in grande, guardare lontano, di immaginare cosa sarà il mondo tra 20 o 30 anni, e cominciare a costruirlo ora. Da questo punto di vista la cultura della cooperazione italiana è ancora troppo modesta.

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