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Cooperazione: solidarietà in rete

a cura di Nicola Perrone

Certo, “la lingua batte dove il dente duole”. È inevitabile che “Solidarietà internazionale” porti periodicamente in primo piano il tema della cooperazione internazionale. D’altra parte è questo il motivo che ci ha messo insieme nella nostra avventura. In nome di una solidarietà che si fa azione, diventa cronaca e storia di relazioni.

Con accenti e sfumature che, ovviamente, vanno assumendo contorni diversi col cambiare del tempo, delle situazioni e degli avvenimenti. Nata all’interno di un contesto geopolitico segnato dalla guerra fredda e dalla volontà delle due grandi potenze di portare dalla loro parte i paesi usciti dalla colonizzazione, oggi la cooperazione – occorre ribadirlo anche se più volte lo abbiamo detto e scritto – è ancora alla ricerca di una sua identità. Anni fa, ad un dossier che trattava questo stesso tema avevamo dato un titolo significativo: “aspettando Godot”. A significare l’incertezza su cui camminava e – dobbiamo pur dirlo – continua a camminare la cooperazione. I segnali che arrivano dai paesi ricchi, e dall’Italia in particolare, non sono certo incoraggianti in questa ricerca di “Godot”. La cooperazione sembra essere quasi sparita dalle preoccupazioni dei governi, attenti invece alle problematiche interne. Chiusi a riccio nel tentativo miope di risolvere egoisticamente i propri problemi economici, senza rendersi conto che il mondo sta divenendo sempre di più una casa comune, dove i problemi vengono assunti nella loro globalità e si avvitano su se stessi. Si pensi, ad esempio, all’esplosione del problema della sicurezza. La via facile, ma miope, è quella di ritenere che l’insicurezza sia imputabile a tutto ciò che ci è estraneo: agli immigrati che arrivano stremati – quando non sono respinti – sulle coste del territorio europeo; oppure agli estremisti islamici o religiosi che covano interessi nascosti contro di noi. Il risultato è la creazione di barriere sempre più alte, la chiusura di ogni ponte e di ogni relazione, il nascondere la testa sotto la sabbia per non guardare in faccia alla realtà e la messa in mora di ogni atteggiamento di solidarietà. Col pericolo sempre incombente, di derive razziste e xenofobe. Si badi bene, siamo ben lontani dal credere che tutti quelli che seguono questa strada senza sbocchi siano degli egoisti incalliti, disattenti o incuranti dei problemi degli altri. Ma la solidarietà per loro diviene un fatto episodico, da spendersi nei momenti drammatici, nelle situazioni disperate e soprattutto lontano da casa propria. Allora si dà il proprio contributo per il telethon di turno, per i missionari o per le organizzazioni non governative. Tutto però dentro un contesto che non vuole mettere in discussione nulla dei meccanismi che generano la miseria, e l’esclusione. La politica si fa schizofrenica, divisa, contraddittoria. Si invocano le radici cristiane dell’Europa e, nello stesso tempo, si pongono in atto scelte che di cristiano non hanno neanche l’odore. Ci si fa paladini dei diritti umani e delle libertà e si mettono in atto scelte – come quella dei respingimenti – che insultano ogni diritto. E via di questo passo. Una divisione e una schizofrenia che spesso attraversano le persone stesse che vivono, a seconda delle situazioni, atteggiamenti diversi e contrastanti tra loro. Cosa c’entri tutto questo con la cooperazione non è difficile da spiegare. Oggi viviamo all’interno di un mondo in cui le interconnessioni sono crescenti. In cui la crisi di un paese si ripercuote sugli altri paesi. In cui, attraverso le economie globalizzate, i confini divengono – almeno per i capitali e gli interessi - sempre più labili. Un contesto del genere domanda come unica strada politica quella della cooperazione. Del lavorare insieme, del sentirsi corresponsabili insieme di tutto e di tutti. Altrimenti si rischia la guerra (armata o no) di tutti contro tutti. Dove, inevitabilmente, le prime vittime saranno i più deboli e i più poveri. È il tempo di una sorta di nuova alleanza globale tra persone, istituzioni, gruppi e sistemi diversi. Un’alleanza che non guardi solo al presente, ma anche al futuro. Che sia capace di dialogare con la natura e l’ecosistema, che riconcili e riappacifichi ogni elemento di conflitto. Per questo ancora una volta occorre ribadire che si fa cooperazione instaurando relazioni, costruendo ponti e reti, assumendo la solidarietà come forma della politica e dell’economia. Questo dossier è il frutto di un momento di riflessione promosso dall’Amu, dal Cipsi e dalla nostra rivista, svoltosi il 16 maggio scorso a Incisa in Val d’Arno (FI). Un momento di dialogo che ha visto come protagonisti persone provenienti dal Medio Oriente, dall’America latina e dall’Africa. Ne è nato un dialogo che, con parole e storie diverse, vuole raccontare la cooperazione come partenariato e relazione. In nome della costruzione di una pace, difficile certo, ma possibile. Di seguito pubblichiamo l’introduzione di Massimo Toschi, assessore alla cooperazione, al perdono e alla riconciliazione dei popoli della regione Toscana e la sintesi di alcuni interventi svoltisi durante una tavola rotonda.

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