Emmaus compie 60 anni
Graziano Zoni
Nei 36 paesi del mondo dove Emmaus è presente sono previste manifestazioni e incontri per ripensare al significato dell’azione del Movimento e rilanciare i suoi valori fondanti.
«Ne pas subir, toujours agir» «Emmaus: Action, not resignation» «Emaús: No nos resignamos. Actuamos» «Subire, mai! Agire, sempre!». Spinti da questo slogan, i 306 gruppi Emmaus sparsi nel mondo, ciascuno a modo suo, coi propri mezzi e la propria fantasia, celebreranno l’importante anniversario.
Emmaus è iniziato nel novembre del 1949 dall’incontro di Georges, parricida e suicida maldestro per disperazione, con l’Abbé Pierre, sacerdote e deputato all’Assemblea nazionale francese, per il tramite di “Mademoiselle” Coutaz, miracolata di Lourdes, per 40 anni segretaria dell’Abbé Pierre già dai tempi della Resistenza. Il contagio del microbo II dialogo lo conosciamo, come conosciamo la diffusione, il contagio che il “microbo Emmaus” ha prodotto ovunque. Il messaggio è semplice quanto assoluto. Il presidente di Emmaus Italia Renzo Fior lo ricorda spesso: “Dare fiducia alle Persone per ritrovare insieme la gioia di vivere”. È la strada percorsa da Emmaus in questi primi 60 anni di presenza nel mondo. Alla ricerca di fedeltà al “genio” dell’Abbé Pierre di ri-proporre sempre, anche ad ogni “buono a nulla” che bussa alla porta: “Vieni ad aiutarmi. Chiunque tu sia. Italiano o straniero. Regolare o ‘clandestino’”. La proposta, o meglio la “ri-proposta” rimane la stessa, anche se adattata alla realtà dove questo avviene. È fin troppo evidente che la realtà dove le Comunità o i Gruppi Emmaus si inseriscono, a partire già dall’Italia è fortemente diversa. Dal Sud al Nord, sono 13 le Comunità e Gruppi Emmaus. E lo si sa, Catanzaro non è come Treviso… Anche in Europa, dove si trovano la maggior parte delle Comunità. 257 in 15 paesi dell’Unione europea. Figuriamoci poi quando Emmaus si propone di dare (e lo sta cercando di fare già dagli anni ’60) una risposta, anche parziale, ai diritti e ai bisogni dei più poveri in Libano, Africa, America del Nord, America latina, India, Bangladesh, Giappone, Indonesia. 306 comunità e gruppi impegnati in 36 paesi del mondo affinché le Persone trovino fiducia in sé stesse e, insieme, ritrovino la gioia di vivere: darsi da fare perché gli altri soffrano meno. Ovunque sia il posto o le condizioni in cui una Comunità o un Gruppo Emmaus inizia il suo impegno sceglie la concretezza della fedeltà a “servire e far servire per primi i più sofferenti”. Parlando con Jean Rousseau, responsabile della Comunità Emmaus di Angers ed attuale presidente di Emmaus Internazionale, della ricorrenza dei primi 60 anni di vita del nostro Movimento, Jean sottolineava come questa longevità di Emmaus è dovuta in particolare alla grande saggezza del suo Fondatore. Già dal 1963 dopo esser uscito vivo dal naufragio nella traversata del Rio de la Plata, l’Abbé Pierre avvertì l’esigenza di “sposare le sue figlie e di mollare le redini” sostenendo Emmaus affinché si desse una sua struttura internazionale, con il coinvolgimento di persone di tutti i continenti. “Aveva raggiunto un tale livello di modestia che ha scartato, di fatto, di volere che la ‘sua creatura’ morisse con lui. Egli voleva troppo bene a Emmaus e ai suoi militanti!”. Certo è facilmente riscontrabile e comprensibile come la salute e il dinamismo dei gruppi Emmaus nel mondo sia variabile, per ragioni diverse, ma nel suo insieme possiamo dire che il Movimento è, comunque, vivo ed inventivo, e capace di reagire, anche se è sempre più difficile, per i più deboli, cavarsela da soli, con eleganza. Nel 2011 a Recife Impossibile spiegare la ricchezza, la vivacità e la volontà di farcela anche nelle situazioni disperate che ci “ricaricano” e ci entusiasmano quando ci si trova, ogni quattro anni, tutti o quasi insieme, nelle Assemblee generali mondiali. La prossima sarà nel 2011 in Brasile, a Recife, la precedente è stata in Bosnia-Erzegovina a Sarajevo e quella prima a Ouagadougou in Burkina Faso. Questa capacità di Emmaus di conservare, comunque, la sua vivacità, è sicuramente dovuta al fatto che ogni gruppo ricerca e ha la sua autonomia dagli altri, sul piano culturale, politico, religioso ed economico. Questo tipo di movimento – nota Jean Rousseau nella nostra “chiacchierata” via mail (e personalmente mi trova d’accordo) - è abbastanza raro nel mondo: basti pensare al mondo delle “cosiddette” Ong, con la gente del Nord che decide per quella del Sud e a quelle del Nord che si auto-autorizzano a parlare di quello che esse non vivono e quelle del Sud che restano isolate… Onestamente però, va detto che in Emmaus la parola e la forza politica globale del Movimento restano deboli, anche se localmente o a livello nazionale troviamo ottime esperienze e presenze. Ma, lo sappiamo bene, non ci si può esprimere globalmente senza aver potuto formare un pensiero elaborato ed espresso collettivamente. In questo settore, senza dubbio, il Movimento ha da fare il maggior sforzo e progresso, anche perché la sua presenza nei diversi continenti e l’esperienza specifica che gli è propria gli dona senza alcun dubbio una legittimità incomparabile per esprimersi. Ricordiamo in proposito quanto ci ripeteva spesso l’Abbé Pierre: “Avendo prima agito, si ha il diritto di parlare e di essere ascoltati”. Un’altra considerazione interessante che emerge dalla mia “intervista” mail sui 60 anni di Emmaus col presidente internazionale Jean Rousseau: “I nostri primi 60 anni mostrano anche tutta la fecondità dello scatto iniziale dell’Abbé Pierre con Georges. La genialità di quell’incontro, peraltro casuale, sta soprattutto nel fatto che il nostro Fondatore, per forza di cose, disse a quell’uomo disperato: ‘Tu che sei una nullità, che pensi di non essere più buono a nulla, vieni ad aiutarmi…’. È questa importanza e responsabilità che diamo a tutti, compreso il più debole, che può cambiare la società e nello stesso tempo, proprio partendo dalle difficoltà, superare il ripiegamento su se stessi per sublimarlo nel servizio degli altri. Va anche detto che questa prima rivoluzione portata dalla proposta dell’Abbé Pierre sarebbe rimasta soltanto una bella idea se nello stesso tempo non si fosse passati immediatamente all’azione, ai fatti, con l’esempio anche del suo Fondatore. Qui sta la differenza. E finché la gente di Emmaus rimarrà in questa prospettiva e soprattutto in questa azione, il Movimento resterà vivo”. Lo vediamo un po’ ovunque: ci sono belle idee, bei discorsi, ma dopo non si fa nulla. Non per caso anche la politica è un disastro. “Riflettere su questi 60 anni di impegno e di lotta – conclude Jean Rousseau – porta a constatare anche una certa contraddizione: rispetto ai tanti progressi fatti nel mondo, a volte perfino inimmaginabili, dobbiamo riconoscere che alcuni aspetti, peraltro già noti, sono peggiorati: la miseria che stenta a diminuire, il disagio dei senzatetto che aumenta, l’ingiustizia criminale della fame che opprime milioni e milioni di innocenti, l’inarrestato scandaloso sperpero delle folli spese per gli armamenti, l’aspetto sempre più preoccupante della sanità, dell’accesso all’acqua potabile bene comune mercanteggiato, e drammi ‘nuovi’ e altri non risolti, quali il clima, il degrado dell’ambiente, le violenze e i terrorismi ovunque, le migrazioni moderne, la corruzione di ogni tipo, le droghe e le tratte di esseri umani. I frutti delle moderne società dell’egoismo e dell’avidità ove le classi privilegiate impongono i propri valori. Per il cambiamento in Benin È per questo che gli scopi dei gruppi Emmaus e il loro modo di vivere possono e devono restare un esempio per il cambiamento. Agire con coerenza e concretezza sulle cause del male oggi, significa soprattutto vivere diversamente, con moventi morali di servizio e di condivisione. Tutto questo eliminerebbe molti problemi, o per lo meno ne diminuirebbe la dimensione. Qualche esempio concreto L’Assemblea mondiale di Ouaga nel 2003 scelse alcuni settori particolari di impegno comuni per tutti i gruppi Emmaus. Tra questi il problema dell’acqua fu individuato come uno dei più urgenti, soprattutto per la regione Africa. Dopo una verifica delle varie possibili azioni concrete da intraprendere fu scelta la segnalazione dell’Associazione Sognanon da anni presente nella laguna del lago Nokouè, in Benin. 65.000 persone che vivono nella laguna del lago di 209 km² circondati dall’acqua, senza poterla bere. L’inesistenza di toilette, il gettare le carogne degli animali e le immondizie nelle acque del lago rende impossibile utilizzare l’acqua. La popolazione è costretta ad utilizzare un’acqua assolutamente non potabile o a mandare i bambini o le donne a prenderla, pagandola, a parecchi chilometri di distanza. La mancanza d’acqua è un pericolo quotidiano: le malattie causate dall’acqua non potabile sono frequenti. La scolarizzazione dei bambini mandati in cerca d’acqua è in pericolo. L’inquinamento entra nella catena alimentare attraverso il pesce pescato in laguna. I medici e gli infermieri sono scoraggiati di lavorare sul lago. E le agenzie turistiche, con grandi manifesti, presentano questa località, come “la Venezia del Benin”. I lettori di “Solidarietà internazionale” conoscono bene il “valore dell’acqua”, come diritto alla vita. Purtroppo la situazione, e non solo nella laguna del Lago Nokouè, è insopportabile. Da troppi anni siamo costretti a parlare di diritti negati e di speranze deluse. Acqua per tutti Ma vale la pena fermarci nuovamente su questa azione sociale e solidale con la quale Emmaus ha deciso di impegnarsi per sostenere il diritto all’acqua, che è poi diritto a vivere, di questa popolazione, presa pure in giro dallo sfruttamento turistico di cui è stata involontariamente vittima. Negli ultimi tempi, gli abitanti del lago hanno cercato di valorizzare l’associazione Sognanon per la sensibilizzazione della popolazione. Emmaus Benin è stato coinvolto, e di conseguenza tutto il Movimento Emmaus. Tutti insieme, soprattutto con la gente del posto, con persone competenti in materia, abbiamo dato vita ad un’azione ambiziosa, forse, ma soprattutto duratura nel tempo. Tutto è stato scelto tenendo conto delle abitudini e dei bisogni espressi dagli abitanti del lago. La quantità di acqua prevista per persona è di 50 litri al giorno, al posto dei 20 litri considerati come minimo vitale dalle organizzazioni mondiali. Le molte fontane nei villaggi più abitati permetteranno un approvvigionamento comodo. Anche il numero delle toilette tiene conto della densità della popolazione. I rifiuti organici saranno trasformati (concime o biogas). La popolazione del lago si è responsabilizzata al massimo. Partecipa a tutti i livelli decisionali, dalla concertazione sul luogo dei pozzi, alla definizione del prezzo del servizio acqua, passando attraverso la formazione a nuovi comportamenti sanitari e alla manutenzione dei pozzi e delle canalizzazioni. L’obiettivo è che gli abitanti gestiscano in maniera cooperativa l’acqua e l’impianto globale. Un’associazione degli utenti dell’acqua è stata creata comprendendo rappresentanti di ogni villaggio, delle istituzioni e delle associazioni locali. Questa azione è essenzialmente sostenuta con il lavoro dei gruppi Emmaus sparsi nel mondo, attraverso il recupero di materiale usato. Non sono pochi i gruppi che ovunque si impegnano sia nella raccolta di denaro che in azioni di sensibilizzazione. Non per niente, l’Abbé Pierre per tutta la sua lunga vita di servizio, per primi, ai più sofferenti, sempre concludeva ricordando la sua certezza: “La sorgente di ogni pace sta qui”.






