Cipsi
Banner
2009-09
Anno XXIII
Anno XXII
Anno XXI
Anno XX
Anno XIX
Anno XVIII
Anno XVII
Anno XVI
Appendici
Sei in: Home page / Anno XX / n. 09 Sett. 2009 / Voci e volti del welfare invisibile

Voci e volti del welfare invisibile

Welfare in Italia: tra disagi e idealità

Lucio Babolin e Antonio Ferraro *

Disagi, idealità, problemi crescenti nel “mercato del lavoro sociale”. I meccanismi di concorrenza e di mercato immessi nel sistema creano competizione e non collaborazione. La carenza di fondi rischia di portare al collasso del sistema. Da 2.043 milioni di euro nel 2008, a 695 milioni nel 2010. Due terzi di risorse in meno.

Cnca, Libera, Fish e Rifondazione comunista, insieme a un gruppo di operatori, rappresentanti di associazioni e cooperative che lavorano nel campo dei servizi socio-educativi, hanno promosso la realizzazione dell’inchiesta “Voci e volti del welfare invisibile”, rivolta alle operatrici e agli operatori sia del pubblico che del Terzo settore.

Il welfare locale L’inchiesta ha visto la somministrazione di un questionario a un campione di circa 2800 operatori e professionisti, distribuiti sull’intero territorio nazionale, che lavorano all’interno dei servizi e degli interventi del welfare locale. Si tratta del campione più ampio mai raggiunto in Italia in un’indagine con tali finalità, composto da tutte le figure professionali operanti nel sociale: assistenti sociali, educatori professionali, sociologi, psicologi, pedagogisti, assistenti domiciliari, mediatori culturali, operatori impegnati negli interventi di promozione sociale, nell’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, nei servizi alla persona a carattere domiciliare, semiresidenziale e residenziale. Circa l’80% del totale degli intervistati lavora nel Terzo settore, in prevalenza nella cooperazione sociale (il 7% dei quali con funzioni dirigenziali o di staff), mentre il 12% nella Pubblica amministrazione (Comuni, Asl, ecc.). Sofferenza salariale e contrattuale Il lavoro di inchiesta offre una serie di dati interessanti. Sicuramente si conferma una sofferenza sul terreno delle condizioni salariali e di stabilizzazione di chi lavora in questo settore: emergono condizioni di lavoro, sul terreno salariale e dei diritti, molto pesanti per chi lavora spesso con titoli di studio medio alti. Un operatore su tre non lavora a tempo pieno, mentre sul versante economico più della metà degli intervistati non supera i 1000 euro al mese (il 25% dichiara di guadagnare tra gli 800 e i 1000 euro, il 20% tra i 500 e gli 800 e l’8% addirittura meno di 500). Dal punto di vista contrattuale circa il 63% del nostro campione ha un contratto a tempo indeterminato, mentre il restante 37% ha forme contrattuali a tempo e precarie di vario tipo. Questo dato, se scendiamo verso il Centro-Sud, diventa particolarmente drammatico, visto che la maggioranza degli operatori di tale area geografica non ha un contratto stabile. La soddisfazione per la propria posizione contrattuale taglia in due il campione di lavoratori e lavoratrici intervistate: il 49% ritiene di essere poco o per niente soddisfatto, analoga la percentuale di quanti si dichiarano molto o abbastanza soddisfatti. Un dato meno scontato riguarda la dimensione di continuità e di scelta del lavoro sociale. Chi pensa che fare l’operatore sociale sia un lavoro “di passaggio”, un’esperienza giovanile o comunque qualcosa che “capita”, si deve ricredere. Infatti, da un lato le persone intervistate hanno in gran parte una certa esperienza nel settore (2 su 3 lavorano nel campo da oltre 6 anni mentre circa un 20% è nel campo da oltre 15 anni), mentre il profilo anagrafico dell’operatore sociale ci dice di una persona giovane, ma non giovanissima: oltre il 40% degli operatori ha tra i 30 e i 40 anni. Una spinta ideale Dall’altro lato le motivazioni che spingono a questo lavoro sembrano essere tutt’altro che casuali o strumentali. Solo il 6% afferma di fare questo lavoro “perché non ha trovato altro” e una percentuale analoga “perché gli lascia tempo per fare altre cose”, mentre la stragrande maggioranza trova motivazioni profonde nel lavoro come: “Mi permette di stare continuamente in contatto con tante persone diverse e mettermi in discussione”, oppure ”È un lavoro che mi stimola”, o ancora ”Rappresenta una spinta ideale al cambiamento sociale e politico” o anche “Mi piace aiutare gli altri”. A rafforzare questo concetto è la risposta alla domanda relativa ai progetti professionali futuri: solo una piccola minoranza dichiara che se si presentasse un’alternativa cambierebbe lavoro (8%) e altrettanto pochi sono quelli che affermano “Ora va bene, ma è un’attività che intendo svolgere solo per un periodo della mia vita”, mentre la risposta più gettonata (31%) recita: “Continuerò a lungo se avrò la possibilità di fare cose interessanti e in cui credo”, e anche le restanti risposte parlano di un progetto professionale di lungo respiro. Dunque, malgrado l’evidente condizione sfavorevole sul terreno salariale e dei diritti, i livelli di motivazione degli operatori e l’investimento professionale consapevole nel lavoro rimangono molto alti. Basti pensare che il 75% delle persone intervistate si reputa soddisfatto dell’organizzazione per cui lavora (dato che paradossalmente scende al 61% se si prendono in considerazione i soli operatori del pubblico, dove le garanzie lavorative sono nettamente migliori che nel Terzo settore). Il mercato del lavoro “sociale” Altri dati interessanti riguardano il giudizio sulle politiche di welfare e gli indirizzi del settore sul tema del cosiddetto “mercato del lavoro sociale”. La gran parte degli operatori intervistati sostiene una critica piuttosto forte ai meccanismi di concorrenza inseriti nel mondo “sociale”, attribuendogli un’influenza negativa tanto sul terreno della collaborazione tra servizi e della qualità, quanto sul piano dei diritti degli operatori: il 62% degli intervistati sostiene questa tesi, mentre solo il 14% ritiene che la concorrenza favorisca la qualità del servizio. D’altra parte emerge molto forte anche da altre risposte al questionario un’idea di qualità del servizio molto legata alla capacità di coinvolgere gli utenti, la comunità e il territorio nella costruzione degli obiettivi stessi dei servizi, e in questo senso creare un clima di competizione tra le strutture del Terzo settore che hanno in gestione i servizi stessi non sembra facilitare i processi di partecipazione sociale e condivisione. Dal punto di vista dei cambiamenti ritenuti necessari e urgenti relativamente ai servizi alla persona, emergono dalle persone intervistate richieste e proposte abbastanza nette. Infatti, il 44% degli intervistati chiede di aumentare la spesa sociale sino alla media europea in un momento in cui l’attuale governo ha tagliato le risorse già scarse per le politiche sociali; d’altra parte, un 36% chiede una maggiore integrazione tra servizi sociali, sanitari ed educativi. Infine, un certo numero di operatori, il 27%, chiede di definire i livelli essenziali di assistenza sociale che secondo la legge 328/2000 dovevano essere fissati e che a distanza di 9 anni non sono ancora stati definiti. Un altro tema importante messo in luce dalla ricerca è quello della partecipazione: rispetto all’ente locale, si rileva la necessità di non essere visti come semplici fornitori di servizi, ma come partner attivi nella co-progettazione degli stessi. Per quanto riguarda le organizzazioni di cui gli operatori fanno parte, le persone intervistate si sentono per il 46% molto o abbastanza partecipi delle scelte politiche e gestionali della propria organizzazione. Sempre sul terreno della partecipazione, la maggior parte degli intervistati osserva che i beneficiari degli interventi non sono abbastanza coinvolti, o non sempre, nelle scelte e nella valutazione dei servizi di cui fruiscono, segnalando una necessità di partecipazione anche da parte dell’utenza. Questa indagine, in definitiva, permette di cogliere sia la grande flessibilità del settore e la dimensione di attivazione della società civile rappresentata nel Terzo settore, sia il rischio di collasso del sistema dei servizi, dovuto a investimenti sempre decrescenti, che non può che ricadere sulle spalle dei soggetti più deboli: gli utenti e gli operatori. (www.cnca.it)

 

* del Comitato promotore dell’inchiesta sul lavoro sociale.

Commenti
Nuovo
Nome: *
Email: *
 
Website:
Titolo:
Prima di commentare, inserisci il codice che compare in questo box.
I campi contrassegnati con * sono obbligatori.

!joomlacomment 4.0 Copyright (C) 2009 Compojoom.com . All rights reserved."

E-mail Stampa
 
Sei in: Home page / Anno XX / n. 09 Sett. 2009 / Voci e volti del welfare invisibile