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L’Amazzonia insanguinata

Perù: scontro aperto tra governo e indigeni

Enrica Saladini

Da una parte la protesta degli indigeni che vorrebbero indietro le loro terre e la possibilità di utilizzare le loro risorse liberamente e in modo sostenibile, dall’altra i tentativi di repressione dello Stato. Tutto per onorare il trattato di libero commercio con gli Usa.

È oramai quasi un anno che il governo peruviano di Alan Garcia Perez emette decreti legislativi per attuare il trattato di libero commercio con gli Stati Uniti violando i principi Costituzionali, la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni dell’Onu e le leggi nazionali. L’illegalità di questi decreti è stata riconosciuta dalla Defensoria del Pueblo e dalla commissione multi-partitica del Congresso che hanno presentato l’istanza di abrogazione.

I decreti governativi legalizzano così lo sfruttamento, in violazione dei diritti fondamentali dei nativi, a danno dell’ambiente. La Tienanmen amazzonica Da inizio aprile, migliaia di persone appartenenti ad oltre cinquanta etnie, protestano contro i diversi decreti legislativi e contro la legge sulla privatizzazione dei corsi d’acqua. Queste normative permettono infatti lo sfruttamento, in regime di concessione, delle risorse naturali amazzoniche da parte di imprese e multinazionali petrolifere, minerarie, del legname in violazione dei diritti dei nativi che popolano gli stessi territori, che non sono stati adeguatamente interpellati e informati, pregiudicando gravemente l’ambiente e la biodiversità. Attualmente la situazione tra il governo e i nativi è di forte tensione, da una parte la protesta degli indigeni che vorrebbero indietro le loro terre e la possibilità di utilizzare le loro risorse liberamente e in modo sostenibile, dall’altra i tentativi di repressione dello Stato. Si è cercato di creare un tavolo di mediazione che però ha mal funzionato ed ha così portato a una “soluzione” repressiva da parte del governo. Il 5 giugno scorso, giornata mondiale dell’ambiente, poche ore dopo che il congresso aveva nuovamente rimandato il dibattito sulla deroga dei decreti legislativi, è stata infatti ordinata una violenta repressione contro i manifestanti a Bagua, provincia situata nella parte Nord-Est del dipartimento amazzonico. Il bilancio ufficiale del massacro è stato di 9 morti tra i nativi e 23 poliziotti, un numero molto alto di feriti e un numero indefinito di dispersi. Nelle ore successive al massacro molte sono state le proteste, le conferenze stampa da parte delle associazioni amazzoniche, ma anche tanti gli ordini d’arresto a discapito dei responsabili di queste associazioni indigene presenti sul territorio, ritenuti i maggiori responsabili degli atti compiuti dalla popolazione durante la lotta, anche se al momento dello scontro non erano presenti materialmente nel territorio di Bagua. Arrivata quasi istantaneamente in tutto il mondo la notizia del sanguinoso scontro, si è attivata una rete di solidarietà tra le associazioni e gli enti che in qualche modo sono vicini alla realtà amazzonica peruviana per amicizia, collaborazione o semplice conoscenza, che hanno voluto e vogliono denunciare alle istituzioni nazionali e internazionali competenti tutti gli atti compiuti contro i diritti umani. Le richieste indigene In Perù è stato proclamato uno sciopero nazionale per richiedere l’abrogazione di questi decreti e la richiesta di alcuni specifici punti: l’abrogazione dell’intero pacchetto TLC (Trattato del libero commercio) firmato con gli Stati Uniti e conseguentemente degli 11 decreti legislativi che criminalizzano la protesta; le dimissioni del parlamentare Simon Yehuda, ritenuto responsabile nel genocidio di Bagua, che viene disconosciuto dal popolo come interlocutore per qualsiasi tipo di dialogo; l’istituzione di un’inchiesta indipendente dallo Stato che possa fare chiarezza sui fatti accaduti il 5 giugno scorso; la revoca dello stato d’emergenza e del coprifuoco nei territori dell’Amazzonia; più nessun TLC e l’annullamento di quelli già firmati. Queste sono le richieste di maggior peso che la popolazione indigena peruviana sta cercando di fare attraverso le proteste allo Stato peruviano. Naturalmente tutto ciò deve avvenire per il rispetto dei diritti delle comunità indigene e contadine, dei territori, delle acque, delle biodiversità delle foreste naturali protette dalle Nazioni Unite, dall’Organizzazione internazionale del lavoro e dalla Costituzione del Perù. In sostanza quello che si chiede è il ritiro e lo stop immediato di qualsiasi attività di estrazione per l’esportazione di petrolio, minerali, prodotti della silvicultura che saccheggiano e inquinano i territori naturali del Perù. Il presidente del Consiglio dei ministri del Perù Yehude Simon Munaro, il 15 giugno scorso, ha annunciato la deroga di due dei decreti legislativi “incriminati”. Un’azione politica che però non dimostra molto, né mette a tacere del tutto le proteste; soprattutto, se fosse stata presa una decina di giorni prima, avrebbe evitato le morti di Bagua. Due alti funzionari del governo di Alan Garcia hanno denunciato la presenza nella zona amazzonica di un gruppo di rivoluzionari sostenuti da Bolivia e Venezuela, mentre l’opposizione accusa polizia ed esercito di aver fatto più morti di quelli denunciati e di aver bruciato i loro corpi facendoli così sparire nel nulla. Nonostante queste forti accuse, il capo del Consiglio dei ministri Yehude Simon e la ministra degli Interni Mercedes Cabanillas continuano a smentire dichiarando che i morti, come da fonte ufficiale, sarebbero “solo” 32, 23 tra le forze armate e 9 civili. Per fare chiarezza su questi fatti è stata avviata un’inchiesta da parte del ministero della Giustizia: questa, come dichiarato dal relatore speciale James Anaya, nominato dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu nel marzo 2009, verrà affiancata da una commissione speciale e indipendente formata da diverse istituzioni che siano credibili per tutte le parti in causa e che abbia una rappresentanza indigena come garanzia per una risoluzione definitiva tale da ristabilire la fiducia tra le parti. Nei 100 giorni trascorsi dalla “Tiananmen amazzonica” del 5 giugno, il governo non è riuscito a indagare su quanto accaduto quel giorno, e nemmeno a fermare la sua persecuzione dei leader indigeni, tre dei quali hanno ottenuto asilo politico in Nicaragua. Il governo ha anche annunciato di voler mettere all’asta nuove concessioni per la prospezione di petrolio e gas, che si prevede interesseranno vaste aree dell’Amazzonia, e ha dato il via libera alla compagnia petrolifera anglo-francese Perenco per trivellare nelle terre abitate da due delle tribù più isolate rimaste al mondo. (www.fratellidelluomo.org)

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