Nuovo attivismo cinese in Medio Oriente
Elena Asciutti
Da un lato la retorica cinese ha riconosciuto ad alta voce l’esistenza del diritto all’autodeterminazione da parte del popolo palestinese e la necessità di creare uno Stato palestinese autonomo e scelto dai palestinesi, dall’altro i fatti hanno dimostrato la vicinanza della Cina a Israele.
Il nuovo attivismo della Cina in Medio Oriente si presenta come un insieme di espansionismo economico, interessi commerciali e necessità di sicurezza. I paesi del Medio Oriente hanno accolto questo attivismo cinese e lo hanno interpretato come un necessario contrappeso all’ingerenza politica statunitense nella regione.
La Cina è infatti considerata paese amico, che è stato capace di abbandonare il proprio status di paese in via di sviluppo attraverso una peculiare modalità di progresso e di modernizzazione, svincolata dall’ingerenza da parte di altri paesi. Questa fiducia nel coinvolgimento cinese in Medio Oriente si fonda su diversi fattori: innanzitutto l’assenza di posizioni contrastanti tra Cina e paesi arabi sulle questioni internazionali più delicate; in secondo luogo, l’uso della Cina di soft power (potere di persuasione di uno Stato nei confronti di altri paesi) nelle relazioni internazionali; infine, lo storico supporto cinese ai movimenti rivoluzionari e anti-coloniali attivi in Medio Oriente e in Africa. La Cina appare quindi come il perfetto partner internazionale che promuove rispetto reciproco e cooperazione Sud-Sud. La Cina tra Israele e Palestina Pur mantenendo un equilibrio all’interno del complesso contesto politico mediorientale, la Cina ha assunto posizioni contrastanti su una specifica e delicata questione politica, quella palestinese. Ne è un esempio il supporto che la Cina ha dato al concetto di land for peace nel processo di pace in Medio Oriente: creazione di uno Stato palestinese indipendente e contemporanea garanzia della sicurezza di Israele. Se da un lato la retorica cinese ha riconosciuto ad alta voce l’esistenza del diritto all’auto-determinazione da parte del popolo palestinese e la necessità di creare uno Stato palestinese autonomo e scelto dai palestinesi, dall’altro i fatti hanno dimostrato la vicinanza della Cina a Israele. La Cina ha duramente e pubblicamente criticato l’occupazione israeliana in terra palestinese e la costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania e Gerusalemme Est, che insieme alla striscia di Gaza costituiscono i territori per la costituzione di uno Stato palestinese indipendente, patria di tutti i palestinesi, di quelli che già vivono sui territori e di quelli della diaspora. Inoltre, a seguito delle elezioni del gennaio 2006, la posizione cinese è diventata ancora più decisa: la Cina ha riconosciuto la legittimità del ruolo di Hamas come valido rappresentante del popolo palestinese nella Striscia di Gaza, assumendo così una posizione contrastante rispetto alla maggioranza degli attori internazionali coinvolti nel processo di pace, che negavano ad Hamas la capacità di rappresentare gli elettori in quanto gruppo di resistenza armata. Ancora più determinata è stata la risposta cinese all’operazione “piombo fuso” iniziata da Israele alla fine di dicembre 2008 e protrattasi fino a metà gennaio 2009 e alla relativa crisi umanitaria. Queste sono state le parole di Liu Zhenmin, vice-rappresentante della Repubblica Popolare Cinese alle Nazioni Unite durante la seduta straordinaria dell’Assemblea generale del 16 gennaio 2009: “La Cina è seriamente preoccupata dall’escalation del conflitto israelo-palestinese e dal peggioramento della situazione umanitaria. Condanniamo qualsiasi violenza contro i civili e siamo scioccati e indignati dagli attacchi di Israele alla scuola delle Nazioni Unite, ai veicoli di soccorso, e al compound dell’Onu. La Cina chiede che Israele tuteli il personale Onu e tutto il personale di soccorso, e allo stesso tempo esige che Israele arresti immediatamente le operazioni militari, ritiri le truppe, e apra tutti i check-point di confine con Gaza, al fine di garantire la distribuzione ininterrotta di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. A loro volta, le fazioni palestinesi armate devono immediatamente interrompere il lancio di razzi”. La retorica di Pechino La retorica di Pechino farebbe pensare alla Cina come contrappeso politico delle posizioni statunitensi nel processo di pace mediorientale, notoriamente a favore di Israele. Tuttavia, una valutazione più attenta suggerisce che la posizione cinese nei confronti della questione palestinese è scaturita dalla programmatica preoccupazione di non creare discrepanze con l’opinione internazionale sul conflitto israelo-palestinese, come sottoscritto nelle diverse iniziative internazionali che hanno contrassegnato il processo di pace in Medio Oriente, tra cui la Conferenza di Madrid (1991), gli Accordi di Oslo (1993), la Road Map (2002), la Conferenza di Annapolis (2007). La retorica cinese a favore della causa palestinese appare più mite se si considerano poi gli appelli ai gruppi palestinesi di resistenza armata a rinunciare alla violenza per trovare una soluzione ai territori occupati. Sono comunque i fatti che indeboliscono ancora di più la critica cinese nei confronti di Israele, redendola impotente di fronte a una delle più solide relazioni commerciali al mondo: la Cina è il più grande partner commerciale di Israele in Asia e il volume di commercio tra i due paesi rappresenta il sesto al mondo per la Cina. Peraltro, non ci sono indicazioni sulla disponibilità della Cina a modificare questa relazione. La Cina ha infatti trovato in Israele un lauto compratore dei propri prodotti e un partner disposto ad aiutarla nei suoi ambiziosi sforzi di modernizzare il suo assetto militare e la sua capacità tecnologica. Nonostante la retorica e la storia rivoluzionaria, il soft power cinese e l’espansione di carattere commerciale in Medio Oriente suggeriscono che la Cina manterrà ancora una posizione di equilibrio in relazione alla questione palestinese. Questa posizione può essere considerata come la combinazione tra la volontà della Cina di voler tutelare la propria leadership morale tra i partner arabi e il consapevole bisogno di mantenere relazioni commerciali con Israele. Come potenza internazionale in crescita, però, la Cina sarà chiamata soprattutto da parte dei propri partner arabi a prendere una posizione più determinata a favore della causa nazionale palestinese. Infatti, l’espansione dell’influenza e la penetrazione economica della Cina in Medio Oriente richiederanno prima o poi una sostanziosa contropartita politica: ovvero l’impegno non solo a parole di sostenere le rivendicazioni palestinesi al diritto di autodeterminazione e di ritorno nei propri territori.






