Al confine fra Messico e Stati Uniti
Niccolò Rinaldi *
Ciudad Juarez resta una meta per uomini e donne che giungono da ogni dove dell’America latina, disposti a tutto pur di strappare un passaggio clandestino negli Stati Uniti. Dall’altra parte del Rio Bravo, El Paso.
Ciudad Juarez, Messico - La frontiera qui incide la sua linea innanzitutto nel mito; il Rio Bravo a guardarlo non è fiume che incuta timore, tantomeno ispira il fascino del Danubio, c’è polvere e non aria di valzer, eppure già Emilio Cecchi era rimasto impressionato dallo spessore dei significati, dei rimandi, delle storie che comunicava la frontiera tracciata da un fiume attraversato da fuorilegge del Far West e da gangster in fuga, contraccambiati dall’esodo malconcio dei tanti desperados.
“Messico” (riproposto da Adelphi nel 1985) è uno dei migliori libri di viaggio del novecento italiano, e ancor più che un racconto di viaggio diventa per forza di cose una testimonianza sulle implicazioni della frontiera. Per chi si avventura per tali contrade, balza agli occhi l’abisso fra due posti di confine, El Paso in Texas e Ciudad Juarez in Messico - altro paese federale quest’ultimo, del quale però nessuno di noi conosce i nomi degli Stati e ci adeguiamo perché, se il Texas è davvero qualcosa di ben diverso dal Montana o da New York, il Messico si assomiglia tutto nell’odore di vitalità precaria e male in arnese. Il vacanziero eviti, e infatti evita, di passare per il Rio Bravo e per le due città che si specchiano l’una di fronte all’altra, senza riconoscersi. Qui non c’è niente da fare, niente da vedere, solo brutture. Chi invece vuole sezionare il corpo del Nordamerica e osservarne la spina dorsale, non sarà capitato invano da queste parti. L’invito è quindi rivolto ai viaggiatori che ameranno anche le cattedrali, ma che non siano indifferenti alle suggestioni dei nomi geografici e alle divisioni, e quindi agli incontri, fra i popoli. El Paso Difficile trovare un bandolo che dipani la matassa di due città inospitali. A El Paso, magari, luogo della banca blindata e straricca nel film di Sergio Leone “Per un pugno di dollari”, possiamo partire proprio dalle banche. Come in tanta Africa e in certi paesi dell’Est europeo, anche qui gli unici edifici che impongono rispettabilità sono le sedi delle banche, grattacieli pomposi fra un’edilizia altrimenti squallidissima. Perché sorprendentemente El Paso non deve luccicare ai messicani come Hong Kong ai transfrontalieri cinesi; non so per chi è peggio, per chi arriva in Texas o per chi si congeda dal fulgore statunitense con una metropoli sciatta e sinistra. Che sfoggi la prosperità delle banche già la dice lunga, è una vecchia spia di traffici (come in Svizzera) e di assenza del “resto” (a differenza della Svizzera), quel “resto” che qui è poco più di una sequela di sale gioco senza il luccichio posticcio di Las Vegas e di saloon tristissimi. Ci sono ancora parecchi empori che aggiornano i bazar del Far West fornendo piccoli elettrodomestici, cassette, stereo, accessori per automobili, ovvero più o meno le stesse cose in vendita dall’altra parte. Su tutto regna il senso del trasandato. La città è sporchissima, le automobili tenute male, le porte dei negozi chiuse con grossi catenacci e lucchettini che rimandano all’insicurezza, mentre la gente va o di fretta od ozia sui marciapiedi, insomma si evita. Qui siamo davvero negli Stati Uniti? Cosa saranno venute a dire quaggiù le promesse elettorali? Ecco un altro posto “contraddizioni unite” più che “stati uniti”, dove non ci sono solo mirabili diritti, ma anche riserve indiane o ghetti negri che fanno a gara allo scandalo maggiore. A El Paso è così, si getta la maschera e rimane un bello schifio paesaggistico, urbano e sociale. Resta, regolatore dei flussi, il mito della frontiera, senza eroi, ma con dei vincitori netti, che qui sono i poveracci del Sud. Il Rio Bravo l’hanno conquistato loro, El Paso ha nome e identità messicane, ci si parla più spagnolo che inglese, i gringos se ne sono andati, e quelli restati sembrano avanzi di una prosperità e di una disinvoltura qui dimenticata. Chi vi approda per lasciare gli States, anziché per entrarvi, rimarrà ancora più stupefatto, tanto l’incontro con la misera frontiera getta una luce sinistra sul fasto opulento dell’America che lo ha avvolto fino ad allora. Cecchi rimase incantato dalle donne messicane che in prossimità della frontiera fiancheggiavano i binari del treno vegliando nella notte dei viaggiatori per offrire le loro povere mercanzie, luminose e sicure tanto da essere paragonate a schiere di divinità. La Ciudad Juarez attuale, storpia alquanto questa visione di luce, ma non la dimentica. Con El Paso c’è continuità nello squallore architettonico, si fronteggia la medesima mistura di sudicio e senso dell’abbandono, ma manca l’ipocrisia delle grandi banche del Nord. Lo spartiacque A Ciudad Juarez poco conta il commercio, il mercato è sì affollato ma non ci si va tanto per compravendita, quanto per farsi vedere in giro. Si trovano ancora i balocchi dei poveri - marionette di cartone e pezze di stoffe, automobiline ritagliate da vecchie latte - ma sono cose da sfondo, pretesti. La grande occupazione cittadina è senz’altro “l’uscire”, trascinandosi festosamente in ogni straducola, per cui se come a El Paso c’è molto ozio, la gente qui non si evita, anzi. I caffè inondano le vie di una musica assordante, le discoteche lavorano giorno e notte e spuntano come funghi, e il benvenuto, come accadde a Cecchi, sembra essere dato dalle donne. Le ragazze sono tutte in ghingheri, esibiscono capelli lunghi e neri neri, petti prosperosi, trucchi vistosi. Se la ridono, si fanno rimorchiare dalla sfilata di macho locali, anche loro ben impomatati e col capellino, la maglietta e la catenina sistemati al posto giusto. Del resto siamo entrati a pieno titolo in America latina, ovvero nel regno della paccotiglia. Ecco lo spartiacque tracciato dal Rio Bravo: a Sud la povertà mascherata di teatrini in cartapesta, a Nord il teatrino è volato via, e la povertà si contempla senza troppi complimenti, prima condizione per, forse, lasciarla dietro le spalle. Il NAFTA (North America Free Trade Area) appare sul Rio Bravo in tutto il suo coraggio, perché questa sarebbe la frontiera fra i ricchi e i poveri, fra gli anglosassoni e i latini, fra il Nord e il Sud -”sarebbe”, ma non è così semplice. Anni e anni di strascicamento europeo per raggiungere il mercato unico, un romanzo rispetto alla rapidità con la quale Canada, Stati Uniti e Messico si sono messi d’accordo per siglare lo stesso obiettivo. Da noi ci si lambiccava su presunte incompatibilità; si venga a vedere questa strana frontiera per vedere la disinvoltura di un mercato unico imposto a ben altre incompatibilità. Tuttavia pur non avendone affatto l’aria, Ciudad Juarez resta una meta per uomini e donne che giungono da ogni dove dell’America latina disposti a tutto pur di strappare un passaggio clandestino negli Stati Uniti (malgrado, crederci o no, in un breve ritorno a El Paso il mio passaporto non sia stato neppure controllato alla frontiera americana). Nessuna meraviglia, perché la cortina di ferro lungo il Rio Bravo e poi lungo il Rio Grande non ha certo affievolito le ragioni ormai secolari di una frontiera turbolenta. Ma se il viaggio conduce ancora in epoche e circostanze diverse al Rio Bravo, mentre i viaggiatori passano e passano, Ciudad Juarez ed El Paso restano, continuano a guardarsi e lentamente si assomigliano sempre di più, fino a trasformarsi l’una nell’altra, vicendevolmente.






