I giovani congolesi si interrogano
Teresina Caffi
“Noi pensiamo” che i morti d’immigrazione sono ancora vivi. Così, quando vedono come voi europei contrastate la via dell’immigrazione clandestina, che è costata loro la vita, si dispiacciono. Vogliono anche dire una parola ai giovani che s’avventurano sulle loro tracce.
Con noi, nell’aria, i morti si dispiacciono. Le notizie dell’immigrazione in Europa ci giungono qui a Bukavu, dove viviamo. Popolazioni africane partono in massa verso Nord, fuggendo la miseria o la guerra e sperando di trovare sicurezza, pace e abbondanza. Quotidianamente in Europa gli immigrati clandestini vengono giudicati, espulsi.
E, cosa più grave, altri di loro perdono la vita in mare o corrono diversi rischi. Come giovani africani d’origine congolese abbiamo riflettuto su questo tema, considerando da una parte la visione paradisiaca che il giovane africano ha dei paesi europei e dall’altra la vigilanza e perfino la repressione che questi stessi paesi manifestano di fronte agli immigrati provenienti dai paesi del Sud del mondo. Noi pensiamo che i morti d’immigrazione sono ancora vivi, come dice il poeta Birago Diop: Quelli che sono morti non sono morti… I morti non sono sotto terra. Sono nell’albero che freme. Sono nell’acqua che scende. Sono nell’acqua che dorme. Sono nella capanna. Sono nella folla. I morti non sono morti. Così, quando vedono come voi europei contrastate la via dell’immigrazione clandestina, che è costata loro la vita, si dispiacciono. Vogliono anche dire una parola ai giovani che s’avventurano sulle loro tracce. Questioni essenziali Certo, un paese che sperimenta l’immigrazione, sperimenta anche dei cambiamenti su tutti i piani: crescita demografica, problemi economici, problemi d’integrazione... Tenuto conto in particolare che la situazione economica attuale non è delle migliori, ci domandiamo se la vita economica e sociale attuale in Europa sia effettivamente compatibile con l’immigrazione in massa degli africani. Eppure, nessuno abbandonerebbe il proprio paese in condizioni penose come sono quelle degli immigrati, se non vivesse in una situazione assai difficile. Queste masse in spostamento interpellano i popoli del Nord. Ci sembra che molti fra questi ultimi non abbiano risposta a domande essenziali, da cui tuttavia la loro sorte dipende: “A che punto siamo? Che cosa accade in questo preciso momento della storia del nostro continente e dell’umanità? Come pensare l’avvenire?”. Quante prove dovranno ancora subire i popoli del Nord prima che le soluzioni corrispondano alle sfide dell’immigrazione? Andare alle cause Siamo d’accordo che voi proibiate l’ingresso nei vostri paesi a quanti non hanno il visto, perché un eccesso di immigrati senza lavoro genera disordini, banditismo e perfino terrorismo, come pure la persistenza della disoccupazione. Tuttavia, la procedura di sottoporre a giudizio gli immigrati clandestini non può che umiliarli, scoraggiarli, condannarli a non pensare mai all’amicizia universale, di cui Dio è la sorgente. Dopo una peregrinazione pericolosa, attraverso foreste, deserti, acque, ecco che un giovane africano arriva al Sud della Spagna o dell’Italia, affaticato, sfinito, quasi morto. E la sorte che gli è riservata è l’espulsione o il giudizio! La procedura migliore sarebbe piuttosto quella di eliminare le cause negative di questo effetto negativo che è l’immigrazione clandestina. Perché dunque quest’immigrazione? Che cosa cerca tutta questa gente da voi? Ci sembra che lo scopo principale sia la ricerca di un lavoro per sopravvivere; per esempio, qui a Bukavu, i giovani che finiscono le superiori o l’università passano anni senza trovare lavoro. Certi fuggono l’insicurezza che persiste nel loro paese. Le cause sono molteplici e non sempre vere, come vi diremo in seguito. I nostri governi africani ci immergono nello sperpero, nella tirannia, nella miseria, piuttosto che instaurare la democrazia, l’uguaglianza sociale, la creazione di posti di lavoro. Le istituzioni non funzionano, siamo in un paese disordinato, in cui ciascuno fa quel che vuole, il che genera dispute a tutti i livelli. Non pochi genitori, incapaci di provvedere ai bisogni primari dei loro figli, non si assumono più le loro responsabilità. I giovani, non sentendosi ascoltati né considerati nella società, si sottovalutano e si scoraggiano. Non trovando lavoro né libertà, certuni usano tutti i mezzi, persino il furto, per poter espatriare; accettano perfino di mettere a rischio la vita, per arrivare in un paese dove non ci sarà né fame, né disoccupazione, né guerra. Certi espatriano con l’intenzione e il desiderio di ritornare per investire nel proprio paese. Bisogna anche considerare che le guerre permanenti e l’insicurezza di ogni genere nei nostri paesi hanno la loro fonte nei paesi sviluppati. Infatti, i nostri paesi sono diventati dei grandi mercati di armi fabbricate da voi. Se siamo quel che siamo, è anche a causa vostra: voi ci avete colonizzati, da voi viene l’educazione che abbiamo ricevuto, dunque l’odio, la discriminazione, l’egoismo… E adesso, è la volta del neocolonialismo: nessun paese in via di sviluppo deve installare industrie sul suo suolo, per non far concorrenza a quelle dei vostri paesi. Il nostro malessere viene dalla vostra brama dei minerali contenuti nel suolo su cui abitiamo e dalla ricerca di mercati per le vostre armi. Voi installate da noi organizzazioni umanitarie, ma spesso esse ricevono un beneficio esagerato in rapporto alle loro azioni. Siete voi, dunque, alla base di questa immigrazione, perché non volete che i nostri paesi si stabilizzino. La colpa ricade anche su un sistema economico mondiale malato perché bulimico, ingiusto e indifferente alla sorte dei tre quarti dell’umanità, pronto a far rimborsare ai bambini famelici del Sahel, come pure ai loro genitori, un debito estero di cui non sono responsabili e di cui ignorano persino l’esistenza. Che fare? I nostri antenati vi hanno accolti. I nostri antenati neri d’Africa sub-sahariana non avevano la vostra stessa «vigilanza», quando alcuni fra voi sono «immigrati» sul loro suolo: non li hanno sottoposti a processo, né ricondotti in Europa, ma li hanno accolti, animati da uno spirito di tolleranza e di amicizia. Certo, ci sono differenze culturali tra l’europeo e l’africano che sbarca in Europa, ma la storia mostra che il mescolarsi delle culture è una ricchezza. Pensiamo agli Stati Uniti d’America, dove l’immigrazione di africani, messicani, indiani e altri ha portato al realizzarsi del sogno di una famiglia umana mescolata. Oggi il mondo è sempre meno omogeneo. Per evitare l’eterogeneità, si ricorre alla forza, ma la vera forza è l’unità della famiglia umana, che non è possibile se non stringendosi le mani gli uni gli altri. L’altro, l’africano, non è un carico pesante, un nemico o l’inferno, come diceva J. P. Sartre, ma qualcuno con cui costruire un mondo più umano. La chiusura invece impedisce di avanzare. Essendo la situazione economica diventata difficile ovunque, quando un’imbarcazione con dei giovani africani giunge in Europa, la prima procedura è quella di ricondurli in Africa. È vostro diritto, ma questo dev’essere accompagnato da un raddoppiato sforzo di cooperazione fra gli Stati europei e quelli africani, mediante investimenti corretti e un mutuo scambio di esperienze in materia di governo e sviluppo. Vogliamo la pace, vogliamo la pace, per favore. Voi che mediante le guerre cercate il vostro interesse, sappiate che tutti noi siamo creature umane, che riflettono e sono dinamiche in questo mondo dato a tutti. Se manchiamo di pace, anche voi alla lunga non sarete tranquilli. Trasformiamo questo mondo stabilendo ovunque la pace nella giustizia. Il mondo è il nostro dormitorio comune, un letto di pace per tutti coloro che vogliono coprirsi di un lenzuolo di tranquillità, di sicurezza, di giustizia, di amore e di benessere per tutti. Per quanto possibile, date a questi giovani un lavoro, per integrarli senza discriminazione nella vostra società. Preparate almeno un campo d’accoglienza per quanti arrivano da voi clandestinamente, affinché possano anch’essi avere la libertà di partecipare alle vostre attività. Occorre che i popoli del Nord sappiano che non è soltanto loro che Dio ama, ci ama tutti, eppure essi perseguono lo sviluppo solo per il proprio paese. E voi, nostri governanti, create posti di lavoro per i giovani, cominciate una vera politica sociale, incoraggiate chi vuole investire e formare un’impresa, anziché subissarli di tasse senza fine. Ai giovani africani: scopriamo le meraviglie qui da noi Molti giovani africani pensano che andando in Europa diventeranno ricchi come i bianchi, senza sapere che vi incontreranno anche dei bianchi che soffrono e che potranno perfino essere uccisi, come si è visto in Sudafrica e altrove. Questi giovani che sognano l’Eldorado europeo dovrebbero prendere coscienza delle meraviglie che si trovano nel loro continente e che costituiscono delle benedizioni offerte da Dio a questa “culla dell’umanità” che è l’Africa. Dovrebbero trovare l’orgoglio dell’autonomia nello sviluppo, fornendo con coraggio gli sforzi necessari. Non c’è nulla in Europa che l’Africa non abbia. Nella Repubblica Democratica del Congo, in particolare, esistono tutte le potenzialità, eppure ci troviamo sulla lista del sottosviluppo, a causa della fuga di cervelli di giovani e del malgoverno. A chi, se non ai giovani, è affidato il destino dell’Africa, e del Congo in particolare? Bisogna forse fuggire dalla propria casa perché essa lascia filtrare la pioggia? Ogni africano o africana che se ne va in esilio è una risorsa nazionale in meno. È venuto il tempo di prendere in mano la nostra responsabilità per costruirci una pace e uno sviluppo duraturi. L’elevazione non viene né dall’Occidente né dall’Oriente, ma dal Signore, che ci ha creati a sua immagine, ci ha dotati d’intelligenza per rispondere ai nostri bisogni. Non dobbiamo dunque sottovalutarci o considerarci incapaci. Non si è da nessuna parte meglio che a casa propria. L’Africa è il nostro spazio vitale, il solo posto dell’immenso universo in cui ci è permesso di vivere senza condizioni previe. Prendiamo il nostro destino in mano, lavoriamo per preparare una buona eredità ai nostri figli, diamoci stima. Non crediamo che non ci sia più niente da fare, diamo fiducia alle nostre istituzioni, facciamo fronte alle crisi che logorano oggi il nostro caro continente e il nostro bel paese, la Repubblica Democratica del Congo, facciamo fronte alla violenza e ai conflitti fra etnie. «L’Africa – ha detto Patrice Lumumba – scriverà la sua storia e sarà a Nord e a Sud del Sahara». Cari fratelli e sorelle che partite, abbiamo tutti, in effetti, la libertà di circolazione, di percorrere il mondo, se possibile. Ci sono tuttavia delle norme per circolare, soprattutto se si va in altri paesi: dobbiamo essere in ordine, per rimanere in pace là dove vogliamo andare, così come la gente del Nord non arriva qui da noi clandestinamente, ma soltanto quando tutto è in ordine. Quando noi, giovani di Bukavu, pensiamo all’umiliazione che attende quanti partono «all’avventura», che finiscono per entrare nel ghetto degli immigrati d’Europa, che sempre più spesso non ne escono se non con manette ai polsi; quando pensiamo ai saccheggi nel deserto, ai naufragi sul mare, noi diciamo loro: “Fermate l’immigrazione clandestina!”. Non crediate che all’estero tutto sia buono! A volte vi si imparano falsi modelli di gestione della cosa pubblica e vi si trovano grandi ingannatori dai cuori luciferini che dettano false idee per lo sviluppo dell’Africa. Sviluppiamo a casa nostra, in seguito potremo visitare altri paesi senza problemi, perché non andremo per attingere o godere del loro sviluppo, essendo anche noi sviluppati a casa nostra. Conclusione I poliziotti che perseguono gli immigrati negli aeroporti o danno loro la caccia nelle strade, la gente che saccheggia gli immigrati e tutti coloro che li umiliano lontano da qui, non sanno che ogni immigrato è investito della speranza di una madre, d’una sorella e talvolta di una sposa, che piangono aspettando che la vita migliori qui nel nostro continente. La maniera con cui trattate gli immigrati è il miglior indicatore della vostra civiltà. Smettete di maltrattare gli immigrati. La vita è inviolabile, è un dono del Creatore e al contempo un appello: tutti noi siamo chiamati a rispettare, difendere, amare e servire la vita, ogni vita. Essa va ben oltre le dimensioni della sua esistenza sulla terra, perché è partecipazione alla vita stessa di Dio. Nella sua enciclica «Pacem in terris», papa Giovanni XXIII afferma che «ogni essere umano ha diritto alla libertà di movimento e di dimora all’interno della Comunità politica di cui è cittadino: ed ha pure il diritto, quando legittimi interessi lo consiglino, di immigrare in altre Comunità politiche e stabilirsi in esse. Per il fatto che si è cittadini di una determinata Comunità politica, non perde di contenuto la propria appartenenza, in qualità di membri, alla stessa famiglia umana; e quindi l’appartenenza, in qualità di cittadini, alla Comunità mondiale”. E noi, giovani africani, per quanto possibile, prendiamo in mano il compito formidabile di forgiare questo continente ricco e sofferente in un luogo di giustizia, di pace, di dignità, di diritti riconosciuti, di doveri adempiuti, affinché i nostri antenati siano fieri di noi, loro figli, e che Dio riceva così la nostra riconoscenza e il mondo s’arricchisca dell’apporto del genio africano. Noi, che ci stiamo preparando tramite gli studi, con l’aiuto di Dio, quando saremo delle grandi personalità, vogliamo pensare a tutti i giovani per lavorare insieme a loro a questo grande ideale. Adolphine, Esther, Sylvestre, Jean-Pierre, Jean, Solange, Aimée, Rémy, Rosette, Germain, Willy, Harmonie, Alice, Patrice, Bienvenue, Anastasie, Roseline, Hermione, Olivier, Julien (Bukavu, 15 giugno 2009).






