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Messaggio in una bottiglia

Una lettera per Sai

Juan José Téllez Rubio *

Scendo in strada con la paura che la polizia mi chieda i documenti e mi riporti non so dove. Non so dove sono, so solo che sono più povero di quando ho lasciato Fez, perché non vi ho più con me.

Caro Said, fratello mio, dove vuoi che sia. Non so se corri ancora per le stradine sconnesse di Fez (Marocco), in quel labirinto che profuma di menta, di cuoio o di miseria. Quando ti ho lasciato, Lahla lavorava.

Mamma lavorava in casa e fuori. I suoi occhi tristi, umidi, lavoravano per Driss e lavoravano per Fatima e per il piccolo Alì, che non arrivava a una spanna quando me ne andai. E papà, papà stava nella taverna, con lo sguardo perso a quando era giovane o quando era capace di muovere un dito per qualcosa di più che non fosse riempirsi di tè e di sogni perduti, in qualunque angolo di un tempo senza futuro. Da nove anni sono in Europa e non so nemmeno se hai seguito i miei passi e ti sei aggrappato al retro di un camion di ortaggi, per raggiungere, Allah è grande, la costa del paradiso. Fallo se vuoi, ma non credere alle parole di chi viene a prometterti ricchezze favolose, ville e grandi automobili come quelle che, ogni estate, portava nostro cugino Ahmed dalla Francia, cariche di biciclette e pentole. Ora so che affittava quelle Mercedes, Peugeot e Bmw perché tutti pensassimo che lui fosse qualcosa di più di un Signor Nessuno a Parigi. L’arrivo ad Algeciras Quando arrivai ad Algeciras saltai dal camion, ma mi scoprirono le guardie, mi diedero una coperta e un bicchiere di latte. Pensavo che mi avrebbero portato in carcere: fu peggio perché mi portarono in una scuola. E io non volevo una scuola, ma cercavo un impiego. Ero ansioso di essere un uomo che tornava a casa con soldi sufficienti perché tu e i tuoi fratelli poteste frequentare scuole come quella in cui io non volevo assolutamente stare. Lì mi trattavano bene, ma durai poco. Quando scappai avevo imparato a dire in spagnolo quattro parole fondamentali: “Ho fame, voglio lavorare”. Ho conosciuto le serre di El Ejido e i campi di Murcia. Anche l’odio fatto legge o mazza da baseball. In Italia ci sono gruppi che perseguitano i poveri e proteggono i ricchi. A Bruxelles, si pronunciano grandi discorsi, ma nelle urne vince il voto della paura. Gli scogli della sfortuna Me lo ha detto Cristina, la nigeriana. Lei si è salvata, ma quindici passeggeri della sua stessa barca si sono infranti per sempre sugli scogli della sfortuna, dando da mangiare ai pesci ma alimentando al tempo stesso le illusioni di qualcuno come te, che penserà che non è detto gli succeda lo stesso. E invece è possibile che la stessa cosa ti succeda, Allah non voglia, e io non potrò dirlo a nessuno, caro Said, perché non ti sento più. Gli immigrati marocchini la Spagna li espelle in meno di ventiquattro ore se li acciuffa sulla costa andalusa. Quelli che vengono da paesi più a Sud del Sahara li cacciano, ma non li cacciano. Gli danno un foglio perché escano entro quaranta giorni, ma restano per diventare fuggiaschi, schiavi o delinquenti. Caro Said, è da molto che ho perso la strada del ritorno verso casa. Ora vivo in una città che puzza di mare e denaro. Lavoro per un usuraio che sembra sempre lo stesso usuraio. Un padrone ambizioso sembra sempre lo stesso padrone ambizioso. Scendo in strada con la paura che la polizia mi chieda i documenti e mi riporti non so dove. Non so dove sono, so solo che sono più povero di quando ho lasciato Fez, perché non vi ho più con me. Spero che presto tutti insieme costruiremo un mondo dove le frontiere siano solo un vecchio ricordo nelle mappe della storia. Ma in attesa che questo giorno arrivi, da un posto che non comprendo e con un’angoscia che non avrei voluto condividere con te, ti invio questa lettera nell’unica maniera che conosco, come un messaggio in una bottiglia, da questo naufrago che tanto ti ama e tanto ti dimentica. Spero che il mare la porti presto fino alla spiaggia della speranza. Spero che arrivi in tempo e che non sia troppo tardi. Caro Said, fratello mio, là dove vuoi essere.

 

* Scrittore e giornalista spagnolo nato ad Algeciras, ha pubblicato numerosi scritti sull’immigrazione, tra cui il saggio “Moros en la costa” (2001); dirige la trasmissione radiofonica “Bienvenidos”, Canal Sur Radio.

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