Cipsi
Banner
2009-09
Anno XXIII
Anno XXII
Anno XXI
Anno XX
Anno XIX
Anno XVIII
Anno XVII
Anno XVI
Appendici
Sei in: Home page / Anno XX / n. 09 Sett. 2009 / A casa pensano che faccia il meccanico

A casa pensano che faccia il meccanico

La storia di Mohammad

Maurizio Musolino

Ho provato in tutti i modi a mettermi in regola. Ma non ci sono riuscito. Poi ho trovato questo posto, a un semaforo. Alla fine non si guadagna male. Riesco perfino a mandare qualche soldo a casa.

Lo avevo visto molte volte, seduto accanto al semaforo che taglia in due l’Ardeatina vicino al Raccordo anulare, a Roma. Scuro di pelle, alto, barba lunga e capelli quasi rasta, un grosso cappotto lacerato e unto. Ma uno sguardo rassicurante e due occhi “buoni”. Una volta mi chiese un passaggio. Salì. Una volta in macchina iniziò a chiedermi scusa e a ringraziarmi. Poi il silenzio. Fui io a romperlo chiedendogli da dove veniva.

“Dall’Etiopia del Sud, Africa”. Arrivati vicino a una stazione della metropolitana mi fermai per farlo scendere, e gli proposi di offrirgli qualcosa da bere al bar. Accettò. Dopo il primo sorso di birra bevuto in silenzio, mi dice: “Voi non riuscite proprio a capire perché veniamo qui… Non capite le ragioni che ci spingono ad affrontare tutto questo”. Una pausa lunghissima. “Io vengo dall’estremo Sud dell’Etiopia, quasi al confine con il Kenya, vivevo vicino alla città di Mega, un piccolo paese dove la maggior parte della gente campa di pastorizia e dei proventi di attività collegate al contrabbando con il Kenya. La mia famiglia è numerosissima… mio padre ha circa venti figli, da secoli controlliamo una collina sopra la città, dove abbiamo un gregge di pecore. Poi dieci anni fa un anno intero senza vedere una goccia d’acqua, e l’anno seguente lo stesso. È la siccità. Gli animali iniziano a morire e noi giovani ci disperdiamo in cerca di che mangiare. Inizia così la mia storia…”. Si chiama Mohammad. Gli chiedo dove era stato prima di arrivare in Italia: “Prima in Kenya, poi via via ho risalito il continente fino in Ciad a N’Djamena. È li che ho deciso di provare a venire in Europa. E per me l’Europa è stata subito Italia”. Le giornate in Ciad “Una volta deciso di venire in Europa, il problema era come arrivarci. Un amico di Ahmad ci aveva raccontato che conosceva gente che poteva portarci fino alle coste libiche, ma che poi da li dovevamo pensarci noi. La prima cosa da fare era mettere insieme la somma necessaria per iniziare il viaggio. Ahmad aveva qualche decina di dollari e decise che era meglio lasciarci alle spalle il marciume che avevamo visto nella capitale del Ciad. Ci caricò quasi a forza su un pulmino di quelli ‘collettivi’ che andavano a Nord e iniziammo il tragitto verso l’Europa”. Mohammad mi aveva accennato che le giornate in Ciad erano state le peggiori della sua vita. Ad ogni angolo una occasione per delinquere. “Ci offrivano di spacciare droga, di controllare giovani donne africane, di metterci nel contrabbando. Qualcuno arrivò anche a farci capire che se volevamo potevamo essere presi in una fantomatica milizia armata”. Secondo Mohammad sembrava che in quello spicchio di Africa si era concentrato tutto il “male del Continente”. “E così il giorno seguente arrivammo a Koro Toro, dove rimanemmo qualche settimana. C’erano solo una decina di baracche e gli unici lavori che riuscimmo a trovare erano scaricare e caricare pulmini, qualche riparazione. L’unica cosa buona erano le donne, ce n’erano quante ne volevi. Venimmo a sapere che alcune di quelle donne sarebbero state caricate in un camion che le avrebbe portate verso la Libia. Un percorso pericolosissimo, attraverso il Sahara. Passammo la notte a rimediare acqua e cibo, comprammo tutto il possibile con i pochi soldi che ci eravamo messi da parte e il resto lo prendemmo in “prestito”. La mattina eravamo pronti anche noi a partire con le donne. Sul camion eravamo pressati come sardine e ben presto il caldo diventò insopportabile. Durante la mattinata, ricordo che un ragazzo nero si sentì male, iniziò a vomitare ed era giallo. Girò la voce che aveva una malattia contagiosa e lo fecero scendere davanti a una baracca disabitata, secondo me è morto lì”. Mi sono accorto che aveva parlato della morte senza sbattere ciglio, come di una cosa normale. In Libia “Ci vollero tre giorni per arrivare al confine con la Libia. Tre giorni terribili, durante i quali due donne si sentirono male e vennero scaricate. Balise, Zouar, poi il nulla, solo sabbia. Al confine le guardie del Ciad ci fecero scendere. Ci presero tutto, ci malmenarono. Non vollero neanche vedere il nostro passaporto. Poi ci spinsero verso la polizia libica. Ma non ci trattarono troppo male. Forse perché erano troppo impegnati con alcuni neri del Mali, forse perché la nostra pelle non era abbastanza nera per meritare altre botte. Alla fine dopo questo inferno eravamo in Libia. Ma senza nulla e senza sapere da che parte andare. Davanti a noi solo il deserto. Dopo due giorni passò un camioncino con alcuni uomini, credo militari che andavano verso la città di Wigh. Ci diedero un passaggio in cambio della promessa di scaricare tutta la roba che trasportavano: delle pesantissime casse. A Wigh, una sosta lunga, non ricordo di quanti giorni. Qualche lavoretto e poi di nuovo un pulmino, questa volta fino ad As Sharif, o qualcosa di simile. Ancora giorni interminabili per raggranellare qualcosa e di nuovo in viaggio verso la costa libica. Ci vollero quasi due mesi per raggiungere Tripoli”. “La capitale della Libia ci sembrò una sorta di paradiso. Sapevamo di essere clandestini, di rischiare l’arresto, ma ci sentivamo lo stesso felici. La prima cosa che facemmo fu cercare qualche nostro paesano etiope. Volevamo sapere come fare per metterci in mare. Ci disse che per partire ci dovevamo spostare più ad occidente, verso la Tunisia, ma che se non avevamo i soldi era tutto inutile. Ci avvisò di stare attenti: se vi prendono sono guai seri, vi ributtano nel deserto”. Una settimana dopo era su una barca alla volta delle coste italiane. Di quel viaggio dice di non ricordare quasi nulla, tre giorni di inferno, il mare che sembrava “volerli inghiottire”, la sete, i morti. Tanti compagni di viaggio caduti o gettati in mare. Alla fine la barca arrivò su una costa impossibile e si sfasciò. “Finimmo tutti in mare. Ero sicuro di morire. Pensavo alle pecore di mio padre e maledicevo il momento in cui era iniziato il mio viaggio. Poi sentii delle grida, una barca con dei militari ci aiutò a salire. La terra. Le visite mediche. E tutti in fila dentro un centro recintato. Un carcere”. Mohammad era arrivato a Lampedusa, in uno dei tanti sbarchi di “clandestini”. Finalmente in Italia “Nel centro mi sembrava di essere trattato bene…”. La sua richiesta di asilo passò le prime maglie della burocrazia e fu mandato in un altro “carcere”, ma questa volta in Sicilia. Fra uno spostamento e l’altro Mohammad riuscì a far perdere le tracce. Finalmente era in Italia, libero. Piccoli lavori e treni… Alla fine Roma. “Ho provato in tutti i modi a mettermi in regola. Ma non ci sono riuscito. Chi prende a lavorare un etiope come me? Alla fine ho trovato quel semaforo, e mi sono fermato lì. Non si guadagna male e mi sono fatto anche qualche amico italiano. Riesco anche a mandare qualche soldo a casa mia. Ma loro non sanno cosa faccio, gli ho detto solo che lavoro con le macchine. Credo pensino che sono meccanico”.

Commenti
Nuovo
Nome: *
Email: *
 
Website:
Titolo:
Prima di commentare, inserisci il codice che compare in questo box.
I campi contrassegnati con * sono obbligatori.

Tomaso  - commento |2009-10-23 09:37:50
Forse, se anzichè guardarli come "scocciatori della quiete pubblica" e (quello forse a ragione) semplici imbrattatori di finestrini, il modo migliore per risolvere la loro situazione non è accelerare a manetta non appena scatta il verde imprecando contro di loro, o approvare, con il nostro silenzio, provvedimenti che certo non risolvono il problema,limitandosi semplicemente a nasconderlo ai nostri occhi cercando di farcelo dimenticare, come quelli appena approvati dal comune di Roma, si iniziasse a fare come a fatto lei, a chiedersi perchè questi poveretti, magari dimessi, ma con losguardo "buono", sono costretti a fare lavori assurdi come quello dei lavavetri( non si può nemmeno dire che mendichino perchè non hanno voglia di lavorare) e forse anche se il problema è solo costituito0 dalla loro presenza "fastidiosa",o anche da noi che li sfruttiamo e, con il nostro comportamento, alimentiamo quel clima di indifferenza, se non di aperto razzismo, che serpeggia fra la nostra società... forse prima di giudicare e chiudere i finestrini dovremmo provare noi tutti ad interessarci a persone cos' civili da chiederci persino scusa quando ci offriamo loro un passaggio....

!joomlacomment 4.0 Copyright (C) 2009 Compojoom.com . All rights reserved."

E-mail Stampa
 
Sei in: Home page / Anno XX / n. 09 Sett. 2009 / A casa pensano che faccia il meccanico