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2009-09
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Appendici

Abdoul, Paula e Babu

Una, cento, mille stori

 

Luca Pandolfi

A differenza della parola confine che determina uno spazio e lo chiude, la parola frontiera lo apre, implicando un fronte, un altro e un oltre che guardiamo e che ci guarda, uno spazio di relazione.

Nell’estate del 2009 ho visitato il Sud della Spagna, frontiera occidentale dell’Europa affacciata sull’Africa, approfondendo l’attuale emergenza migratoria nel Mediterraneo. Ho visitato anche quel lembo di Spagna che si trova in Africa: Ceuta e Melilla, enclaves spagnole nell’attuale Marocco. Ho incontrato diverse realtà e conosciuto molte persone. Di tre di loro voglio presentare brevemente la storia, per continuare a parlare di frontiera.

Sono Abdul, educatore marocchino; Paula, suora carmelitana spagnola; Babu Singh, guida di un gruppo di indiani “singh” del Punjab. Tre realtà differenti, tre religioni, tre continenti. Tre persone che le frontiere le hanno attraversate e le vivono, ma in modo diverso e contro le attese e gli schemi convenzionali che dividono uomini e donne da altri uomini e altre donne. I cambiamenti di Abdul Abdul è un educatore professionale. Si è formato in Marocco e si è perfezionato in Spagna dove vive e lavora come animatore in una comunità d’accoglienza per minori marocchini della rete andalusa di accoglienza ai migranti (www.acoge.org). Un marocchino che accoglie altri marocchini, ma anche ragazzi di altre nazionalità, in una terra che non è la sua. “Questo lavoro mi ha aperto la testa, me l’ha spaccata in due!”. Così mi ha iniziato a raccontare i mille cambiamenti che ha vissuto, i pregiudizi che ha dovuto superare, dentro di sé, verso gli altri e degli altri verso di lui. Abdul parla di pedagogia interculturale, di vita familiare, di questioni di politica internazionale e di vita quotidiana. Racconta di quando faceva il turno notturno nella casa-famiglia e la mattina passava il tempo a rifinire la piccola villetta comprata insieme alla moglie in un quartiere non proprio residenziale di Siviglia. Alla riunione dei proprietari del comprensorio tutti i suoi vicini erano meravigliati della sua presenza. Credevano fosse il muratore mandato dal proprietario e non gli avevano mai rivolto una parola. Abdul dice che adesso lo guardano perplessi. Abdul ha attraversato la frontiera varie volte e forse ancora la abita, in un equilibrio instabile ma sapiente tra due culture e due nazioni. I suoi vicini forse ancora no. Doppia rete metallica con filo spinato Paula, piuttosto che vivere nel centro della Spagna, in convento a Madrid, ha deciso di viverne ai margini, a Ceuta, in terra africana. Ceuta è Spagna ma non è Europa, così è stata tenuta fuori dal trattato di Schengen, e chi nel suo percorso migrante giunge lì non è arrivato praticamente da nessuna parte. È in Spagna ma non può godere dei diritti riservati ai migranti che riescono ad entrare in questo paese. Ha attraversato l’Africa tra mille tormenti, ma in realtà non ne è mai uscita. Centinaia di migranti vi rimangono intrappolati per mesi guardando la Spagna che dista 13 km e si vede all’orizzonte. Paula ha deciso di vivere in questo quasi non luogo e di sostenere il cammino di chi decide in vario modo di attraversare i circa 30 km di doppia rete metallica con filo spinato e sensori termici alta 8 metri e separata da un fossato largo 3, che divide questo lembo di Spagna, appena 14 km quadrati, dal Marocco. Gli uomini, le donne e i bambini che ho conosciuto visitando l’hermana Paula, portano generalmente sulla loro pelle i segni degli strappi e dei tagli che il filo spinato ha provocato loro quando di notte, con vari stratagemmi dettati dalla disperazione, hanno cercato di attraversare il fossato approfittando dei momenti di tempesta che disturbano i sensori. Paula con questi abitanti della frontiera e con altri amici ha fondato un’associazione che si chiama Elín (www.asociacionelin.com), rifacendosi all’oasi dalle dodici sorgenti dove si fermò il popolo d’Israele che vagava nel deserto del Sinai, come narra la Bibbia nell’Esodo 15,22. Nello spazio dell’associazione uomini e donne di diversi paesi lavorano, producono artigianato, fanno corsi di lingue, affrontano insieme i problemi umani o giuridici che di volta in volta si presentano. Della frontiera hanno fatto un luogo di solidarietà, intercultura e pluralismo religioso. Meglio che un lungo recinto di morte. Gli indiani a Ceuta! Babu Singh non ha ancora trent’anni. Dal Punjab ha attraversato l’India, l’Africa subsahariana, il deserto ed è arrivato a Ceuta. Un viaggio durato tre anni. Partito con un gruppo di circa cinquanta ragazzi, tra cui alcuni minori, hanno affrontato stenti e pericoli in cui molti hanno perso la vita e hanno subito innumerevoli violenze da parte delle distinte mafie territoriali che si occupano della tratta di esseri umani. Da più di due anni è fermo a Ceuta. L’India non riconosce lui e i suoi compagni, la Spagna non vuole farli entrare e li ha rinchiusi nel Ceti, il centro di permanenza temporanea per migranti clandestini. Allora sono scappati nell’unica montagna e nell’unico bosco esistente nel promontorio di Ceuta e, vivendo tra tende precarie e baracche, hanno iniziato un’esperienza di vita comunitaria fatta di lavoro comune nel campo e piccoli lavori informali nella città di Ceuta. Ma la comunità di giovani “singh” cura anche la preghiera, l’incontro e l’accoglienza con le persone che vengono a visitarli, le attività di sensibilizzazione internazionale per affrontare in modo pacifico, ma giusto e dignitoso, quello che è il problema di tanti migranti come loro. Babu Singh parla tre lingue, il punjabi, l’inglese e lo spagnolo. Racconta con tristezza, speranza e commozione l’odissea del suo gruppo di ragazzi. Parla della sua terra e della gente, delle culture e delle frontiere che ha attraversato: racconta l’accoglienza e l’aiuto che ha ricevuto e gli inganni e le violenze subite. Parla di un cammino di pace e di umana convivenza tra le persone. Vive incarcerato in una frontiera e vorrebbe che si dissolvesse. Ha mandato mail in tutto il mondo, ha organizzato a Ceuta una partita internazionale di cricket, ha fatto incontrare migliaia di persone e ha superato ogni frontiera. Frontiere Il concetto di frontiera attraversa la storia, la politica, l’antropologia sociale e culturale e la letteratura. In senso stretto le frontiere non esistono. Sono una costruzione mentale, un concetto pensato e condiviso: per immaginare un al di qua conosciuto, familiare, dominato... e un al di là ancora da raggiungere, un limite da oltrepassare, un mondo che attrae, ma nel quale è pericoloso avventurarsi. Siamo poi abituati a pensare le frontiere come confini nazionali, limiti che sanciscono e dividono le sovranità e le giurisdizioni: le pensiamo come confini all’interno dei quali abbiamo il diritto di chiuderci e di difenderci. Confini fragili, esposti allo sguardo e al desiderio di altri, troppi altri, soprattutto poveri, che guardano queste “nostre” frontiere come luoghi da oltrepassare, porte verso un altrove pericoloso, ma allo stesso tempo promettente. Così il concetto di frontiera oscilla tra due accezioni: soglia da oltrepassare verso un futuro incerto ma attraente, o limite da non oltrepassare che sancisce una complicata storia di domini e di disuguaglianze. D’altra parte, a differenza della parola confine che determina uno spazio e lo chiude, la parola frontiera lo apre, implicando un fronte, un altro e un oltre che guardiamo e che ci guarda, uno spazio di relazione. Frontiere occidentali Nella tradizione “occidentale” del XIX e del XX secolo, la frontiera indicava idealmente quel limite oltre il quale esisteva il caos, il mondo selvaggio e i popoli barbari e incivili, in opposizione a quel “di qua” rappresentato dalla civiltà euro-americana. Nella storiografia e nell’epopea nazionale degli Stati Uniti o del Cile, per fare un esempio, la frontiera assunse diverse interpretazioni. Per certi aspetti era un confine pericoloso che però doveva essere continuamente spostato e, nella misura in cui si conquistava terreno, andava componendo l’identità eroica di queste due giovani nazioni. In entrambi i casi ci troviamo di fronte alla percezione di un limite, che di volta in volta identificava ora lo spazio conosciuto, pacificato e civilizzato, ora lo spazio del conflitto tra il mondo occidentale evoluto e superiore e quello dominato dai popoli inferiori e pericolosi. Questo concetto, in fondo, ha attraversato tutta l’esperienza e la letteratura coloniale ed è giunto fino a noi, persino nelle epopee futuristiche occidentali del XX secolo: ricordiamo l’astronave Enterprise della saga di Star Trek, avanguardia di una cultura pacifica e ragionevole, quella della supposta “Federazione”, lanciata verso altri sistemi solari, “oltre le frontiere” del mondo conosciuto. La frontiera viene così ad indicare un “oltre” che serve a rinforzare e delimitare un’identità, cioè un “noi”, percepito nella sua certezza, nella sua preferibilità e infine nella sua superiorità. Giacché l’altra faccia dell’eroismo di frontiera è costituita dalla pericolosità di ciò che c’è e di chi c’è oltre il confine conosciuto e dominato. Tendenzialmente perché non conosciuto e più probabilmente perché potrebbe opporsi alla nostra presenza (invasione), questo oltre o questi altri sono rappresentati come potenzialmente pericolosi. L’ottica occidentale “etnocentrica” ha sempre pensato l’altro oltre la frontiera come un pericolo e una minaccia: se siamo noi ad attraversare la frontiera, ad invadere ed espropriare i popoli originari del Nord America o i Mapuche del Sud del Cile o le società organizzate dell’Africa nera subsahariana, ebbene sono i “nostri” a trovarsi di fronte agli “infidi indiani pellerossa”, ai “bellicosi araucani” o a “neri selvaggi”. Se sono loro ad attraversare le frontiere, siamo sempre noi a doverci preoccupare perché popoli di altre parti del mondo commettono l’incivile invadenza di voler venire ad abitare in territori che non gli appartengono. Doppia logica e doppia morale che fanno della frontiera un concetto ambiguo e funzionale, sbandierato ora come orizzonte naturale dell’uomo, ora come sacro confine. Frontiere attraversate e abitate In realtà gli uomini e le donne di questo nostro mondo, da millenni, continuano ad oltrepassare ogni frontiera: immaginata o materializzata in un muro o in una rete, o in un filo spinato collegato a sensori o in un fosso controllato giorno e notte. Lo fanno per diversi motivi e le attraversano in entrambi i sensi, raggiungendo l’una o l’altra parte di ogni immaginata frontiera. A volte ripetono la triste tragedia del forte e del dominante che si impone sul più debole o pacifico, altre volte narrano la forte pazienza dei deboli che forzando le porte chiuse dei ricchi e dei potenti, occupano una terra che forse ha qualche barriera o confine naturale, ma sicuramente non possiede frontiere. L’Europa, dai confini mobili e continuamente ridisegnati, sente le sue frontiere assediate e continuamente attraversate da milioni di poveri. Così investe centinaia di milioni di euro per pattugliare alcuni limiti naturali, soprattutto mari e coste, o per blindare e rendere impenetrabili spazi di terra o aeroporti. Confini reali o convenzionali divengono frontiere fortificate per respingere chi proviene da paesi in guerra ai quali vendiamo armi, o paesi poveri dai quali, a basso costo, importiamo materie prime. Così, per non morire certamente, molti accettano il rischio di morire probabilmente, per attraversare numerose frontiere. La speranza è sopravvivere. Così per le moltitudini migranti la frontiera torna ad essere quel limite oltre il quale può esserci sia la morte o un popolo ostile e violento, sia il benessere sognato e una vita nuova per sé e per la propria famiglia. C’è chi attraversa le frontiere e chi le abita, per scelta o per costrizione. Abitare una frontiera significa viverne tutta la tensione spesso imposta da chi immagina la frontiera un luogo per fortificare la propria identità e per raccontare la paura dell’altro. Abitare una frontiera significa essere guardati con perplessità, sospetto o meraviglia da chi vive nelle parti opposte della stessa.

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