Viaggio a Ceuta e Melilla
Cristiano Colombi
Il cittadino europeo medio non sospetta che le carcerazioni indiscriminate, le torture e le deportazioni nel deserto di migliaia di migranti, con un numero incalcolabile di decessi sono la conseguenza del nostro sistema democratico.
L’Europa è fortezza. E lo è diventata progressivamente sempre di più. In modo poco appariscente all’inizio, ma drammatico ora.
Il Patto europeo per l’immigrazione e la Direttiva di rimpatrio quando sono stati approvati oltre un anno fa non hanno urtato la sensibilità dell’opinione pubblica europea. A parte le proteste di alcuni governi stranieri, e di gruppi della sinistra indipendente, questi documenti sono passati come qualcosa di lontano, come tecnicismi che non avrebbero cambiato la nostra vita quotidiana. Eppure sono stati la matrice dell’inasprimento delle legislazioni nazionali, venute a cascata, e i drammi sempre più estremi che vivono ora i migranti lungo la “frontiera Sud”, dal “nostro” Mediterraneo fino all’oceano Atlantico, ne sono la diretta conseguenza. Giù nel fossato Come in una guerra combattuta contro schiere di disperati, il fronte esterno è stato rafforzato. E abbassato. Sì perché la strategia che l’Italia mette in atto con la Libia, non è dissimile da quella di Spagna e Francia con le rispettive ex-colonie. Si tratta di “esternalizzare” la frontiera, ovvero assoldare i governi, le forze di polizia e gli eserciti di Libia, Marocco e Algeria per bloccare i flussi di migranti, prima ancora che giungano sulla costa. E per fare il lavoro sporco, quello che la coscienza europea non sopporterebbe, o meglio fa finta di non sopportare. Tutto questo in cambio di accordi di cooperazione e progetti di investimento, e della promessa di entrare un domani nel club. Ma il cittadino europeo medio non sospetta che le carcerazioni indiscriminate, le torture e le deportazioni nel deserto di migliaia di migranti, con un numero incalcolabile di decessi – incalcolabile per il disinteresse dell’informazione e per l’interesse degli esecutori – sono la conseguenza del nostro democratico sistema di decisione pubblica. Nel fossato della fortezza, dove non arrivano gli sguardi e da dove non si percepiscono le grida, si compiono atrocità e si consumano tragedie di cui un giorno, forse, riusciremo a vergognarci. Le poche notizie che arrivano vengono subito circoscritte al singolo avvenimento. Si è creato così un immaginario dell’invasione che serve a dividere i più deboli. Le multinazionali, le risorse e le armi si spostano senza frontiere, ma noi ci sentiamo minacciati dagli esclusi. Eppure più è difficile il “passaggio”, più sale il prezzo, più crescono i profitti delle mafie locali. Un popolo “senza” Sul fronte interno la strategia è altrettanto contraddittoria. Sono almeno otto milioni gli stranieri irregolari – sans papier, “senza documenti” – che già si trovano in Europa. Non è pensabile una campagna di espulsioni così vasta. L’unica possibilità è regolarizzare. Ma finché ciò non avviene, il risultato è la creazione di una classe di “senza diritti”, una sottoclasse di persone esposte a qualsiasi tipo di sfruttamento o schiavitù. Interesse di gruppi criminali e di imprenditori senza scrupoli. E in questo clima, anche i nuovi regolari della recente sanatoria italiana nascono con meno diritti, passati sotto il ricatto del reato di clandestinità. Sono coloro che accudiscono le nostre famiglie, ma non possono accudire le loro. Molti subiscono ingiustizie e non denunciano, per paura di non essere più regolarizzati. Viaggio alla frontiera Questo rovesciamento di prospettiva è sempre più evidente man mano che ci si avvicina alla frontiera Sud. Le enclave spagnole in terra d’Africa, Ceuta e Melilla, così come la nostra Lampedusa, sono tra gli avamposti fortificati della civile Europa. Ma già sullo stretto di Gibilterra, dove i due continenti distano poco più di dieci chilometri, si sta al confine. Ad Algeciras, dove parte della popolazione è di origine Nord africana, il Centro di permanenza temporanea è nell’antica prigione. E le imbarcazioni di fortuna continuano a sfidare le correnti dello stretto, nonostante non vi siano speranze di passare, dal momento che il sistema spagnolo di controllo è capace di individuare qualsiasi cosa solchi le onde. È per questo che da quando è stato attivato, le rotte della speranza sono diventate sempre più rischiose. Attualmente la maggior parte delle imbarcazioni partono dal Sud del Marocco o addirittura dal Senegal e dalla Mauritania puntando alle Canarie. Ma quella costa sullo stretto, così vicina alla vista, sembra ancora un paradiso a portata di mano. A Ceuta sembra di essere imprigionati su un’isola. La doppia barriera lungo i dodici chilometri di confine corre come una ferita sul continente africano, e gronda il sangue dei disperati che cercano di attraversarla. Ceuta è Spagna, ma non ancora Europa. Chi riesce a giungervi è già un sopravvissuto al viaggio in Africa, al deserto, alla frontiera. Ma ben presto capisce di non essere molto lontano dal punto di partenza. A Ceuta circa cinquecento persone vivono nel limbo. Irregolari per la Spagna, spesso non riconosciuti dai paesi d’origine, non hanno futuro. Chi proviene dall’Asia fa un giro ancora più grande, giungendo prima in aereo al centro dell’Africa centrale o addirittura in Sudafrica. Dopo una lunga odissea, attendono anche due o tre anni prima di conoscere il loro destino, spesso rispediti al mittente. L’Europa può essere anche vergogna.






