Il tempo e i tempi
Roberto Musacchio
Il 17 ottobre l’antirazzismo scende in piazza a Roma per una manifestazione nazionale che deve essere grande. Ce n’è bisogno. Il nostro paese è attraversato da un “razzismo dall’alto” che solletica le pulsioni più deteriori di una società che peraltro vive una crisi profonda. Da questo punto di vista, l’Italia è un’anomalia pericolosa. Non che non ci siano responsabilità gravi per una pessima politica della migrazione che chiamano in causa tutta l’Europa. La direttiva sui rimpatri voluta dall’Europa ha meritato giustamente l’appellativo di direttiva della vergogna.
Una direttiva quadro per la cacciata dei migranti e per la detenzione nei CPT/CIE, quando non c’è una norma europea per gli accessi. E paesi come la Spagna, pure a governo socialista, alternano forme dure e “morbide” di rimpatrio, come da ultimo le sovvenzioni ai migranti che “accettano di allontanarsi perché c’è la crisi economica”. Questo ultimo punto, “con la crisi non ci possiamo permettere i migranti” è un po’ il cuore dello scontro aperto e che si gioca nel vivo della società. L’idea che la crisi non sia colpa di questo modello economico, ma debba essere pagata dai soggetti più deboli. E, a partire da ciò, l’innesto della guerra fra gli ultimi che alimenta il razzismo. Non c’è dubbio però che in Italia tutto ciò viva in forme esasperate. Il pacchetto sicurezza, contro cui si manifesterà il 17 ottobre, compie un vero salto di qualità. La criminalizzazione del migrante con l’istituzione del delitto di clandestinità è una vera e propria rottura di civiltà che inquina la realtà giuridica, ma purtroppo anche la convivenza civile. E così le pratiche di respingimento in mare, contro norma e spirito del diritto internazionale. Il dramma è che queste pratiche di razzismo istituzionale purtroppo evocano conseguenze nefaste nella società. Ho detto già, se nella crisi passa l’idea che si assolvono i potenti e pagano i più deboli la società si cannibalizza. La storia ci ha insegnato che l’alternativa alla guerra tra poveri è l’unità dei poveri. Cosa significa però oggi l’unità dei deboli? Ho provato anche nei miei anni di attività al Parlamento europeo a porre il tema per quello che mi appariva l’elemento centrale. C’è una disparità di fondo tra la “libertà” delle merci di muoversi ovunque per trarre profitto e quella negata alle persone di farlo per cercare lavoro. Non che la ricerca di lavoro racchiuda tutto il senso della vita e il diritto a ricercarlo anche muovendosi. E non che non vi siano addirittura intollerabili negazioni del diritto di asilo e di rifugio. Ma la legislazione del lavoro, i diritti connessi ed esigibili, sono stati l’architrave delle democrazie dell’era moderna. A me paiono la leva fondamentale. Naturalmente nelle condizioni nuove, che parlano di un lavoro negato nella sua identità e nei suoi diritti così per i precari come ancora più in radice per i migranti. Che si dichiarano tali e non lavoratori. E ora diventano clandestini e quindi delinquenti. Qui c’è il balzo indietro, la rottura di civiltà, la crisi democratica. Da qui bisogna che si cambi il paradigma. Il diritto alla mobilità per la ricerca del lavoro non può essere negato e deve essere l’asse fondamentale di una nuova politica italiana ed europea per la migrazione. ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )






