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2009-09
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Appendici

Giorni e notti

Gianni Caligaris

È stata un’estate abbastanza torrida, e non solo sul piano metereologico. Queste note di viaggio fra i giorni potrebbero tranquillamente costituire un tomo. Quindi mi sottraggo all’ansia di parlare di tutto e comincio da cose leggere (che però non significa sceme). Missioni di pace? La morte dei soldati italiani in Afghanistan, oltre all’ovvio dolore per la distruzione di giovani vite, ha provocato reazioni più o meno alate e comunque nella massima parte scontate.

 

Brilla invece di luce propria quella di tale U. Bossi da Macherio, ministro ad interim di questa nostra malconcia Repubblica. Il nostro, anzi il “loro”, ha affermato papale papale: “Li abbiamo mandati noi e sono tornati morti. Ho votato anch’io, eravamo convinti che servisse, non certo a farli morire”. Qualcuno, forse Ortega y Gasset ma non sono sicuro, diceva che “gli uomini vogliono le cose, ma non le loro conseguenze”. L’Umberto padano ne è un cammeo perfetto. Colin Powell, capo degli Stati Maggiori congiunti dell’esercito USA ai tempi di Panama e della prima guerra all’Iraq, si è ritirato a vita privata per dissapori con Bush jr, di cui non condivideva la politica in Iraq ed Afghanistan dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Egli, due volte volontario in Vietnam come giovane ufficiale combattente, avvertiva spesso che “gli eserciti non sono fatti per accompagnare i bambini a scuola e aiutare le vecchiette ad attraversare la strada. Gli eserciti sono fatti per uccidere nemici e per distruggere cose”. E anche per morire, possiamo aggiungere. Powell è stato un militare tutto d’un pezzo, senza essere un guerrafondaio; non è il mio genere di uomo, ma lo rispetto. Sicuramente non ha mai cercato di nascondere dietro cortine di carta igienica il senso e le conseguenze delle proprie decisioni. Invece il nostro ministro, baciato dal sole celtico, c’è rimasto male perché i nostri ragazzi sono tornati nelle bare. Lui sperava che rientrassero in piena salute, fortificati dall’aria di montagna, come i Giovani Esploratori. L’Italia multietnica Simone Gambino è il Presidente della Federazione italiana di Cricket. I suoi ragazzi Under 15 hanno vinto il campionato europeo, primo titolo di tale rango nella storia del cricket italiano. Gambino ha dedicato la vittoria ad Umberto Bossi, perché “questa vittoria dimostra che non è vero che gli extracomunitari danno solo guai, ma danno anche lustro all’Italia”. All’Europeo: Italia, Belgio, Francia, Germania, Gibilterra, isola di Man, Israele e Svizzera. Dei tredici azzurrini solo uno è italiano al 100% (sardo), gli altri sono tutti figli di emigrati: due sono anglo-italiani, cinque sono bengalesi, due pakistani, due indiani e uno dello Sri Lanka. Non c’è bisogno di scomodare Balotelli, Fiona May o Taismary Aguero, neo campionessa europea di pallavolo. L’Italia multietnica è qui, c’è già, e quando non è condannata a patire gioca, si diverte e vince. In ricordo di “Cory” Aquino Alla fine di luglio è morta Corazon “Cory” Aquino, ex presidente delle Filippine. È stata presidente dal 1986 al 1992 e la sua lotta politica aveva portato alla caduta della dittatura di Ferdinand Marcos. Ricordo, nel 1983, le foto dall’aeroporto di Manila che mostravano il corpo di suo marito, Benigno “Ninoy” Aquino, freddato da un cecchino al suo ritorno in patria, dopo anni di volontario esilio, per assumere la leadership dell’opposizione al dittatore Marcos, al potere dal 1965, ben spalleggiato dalla moglie Imelda impegnatissima a costituire capitali all’estero. Cory raccolse il testimone insanguinato del marito e vinse le elezioni. Ciò che rese indimenticabile quella vicenda politica fu che quando la maggior parte dell’esercito, fedele al dittatore, marciò sul palazzo presidenziale per attuare il solito golpe post elettorale, fu il popolo ad interporsi fra i golpisti e Cory Aquino e le sue poche truppe fedeli.I soldati lealisti furono difesi dai cittadini disarmati, uno dei più commoventi esempi di lotta nonviolenta del secolo scorso. Fu chiamata “la rivoluzione del people power” e Cory Aquino ne era l’indiscussa eroina. Corazon è stata la prima donna a diventare presidente di un paese asiatico. Quella piccola grande donna, vissuta all’ombra del marito fino al suo assassinio e poi capace di proseguirne la lotta vincendo rivela la verità di quel detto: “Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”. Hiroshima Quasi esattamente due anni fa, in novembre, scrissi del generale Paul Tibbets che il 6 agosto 1945 pilotò il B-29 “Enola Gay” che nuclearizzò Hiroshima. Tibbets, nonostante le parole pronunciate alla radio sul momento (… mio Dio, che abbiamo fatto…) non si pentì mai ufficialmente della sua azione, salvo forse un simbolico ripensamento finale quando volle che sulla sua tomba non ci fosse alcuna lapide a ricordare il suo nome. È di questi mesi una confessione, altrettanto tardiva ma più esplicita: quella dell’allora tenentino, volontario per disperazione, William Calley, che guidò la compagnia “C” nel massacro di My Lay, Vietnam del Sud. Fu il primo crimine di guerra documentato degli americani nel Nam. Si era a ridosso dell’offensiva del Tet, che dimostrò all’opinione pubblica statunitense che la guerra era ben lungi dall’essere vinta; i giornali portarono in tutte le case la foto scattata da Eddie Adams di Nguyen Ngoc Loan, capo della polizia di Saigon, che giustiziava a freddo con un colpo alla tempia un presunto vietcong e Walter Cronkite cominciava a seminare dubbi dai teleschermi. L’esercito aveva bisogno di dimostrare che c’era, che era efficace ed intensificò le operazioni “search and destroy” (cerca e distruggi). Così la compagnia Charlie dell’undicesima brigata di fanteria leggera piombò sul villaggio di My Lay con l’unico obiettivo di vendicare i compagni morti a Saigon e di aumentare il “body count”, il numero dei corpi dei nemici uccisi. Le vittime civili trucidate oscillano tuttora fra le 70 e le 500, Calley passò (a differenza dei suoi superiori) complesse vicende giuridiche che spaccarono l’America, alla fine fece una vita da rottame arrangiandosi alla meno peggio. Ora, a sessantasei anni, si è alzato a parlare a una cena del club dei Kiwanis per chiedere, 41 anni dopo, “perdono” e ammettere tutto. “Io lo perdono anche - ha detto alla Associated Press il vecchietto che fa da guardiano al museo del massacro in Vietnam ed ebbe una sorella nella fossa - ma deve venire qui, a My Lai, e chiederlo a noi”. Disertori in Canada Per restare in tema: negli anni ’70 il Canada e la Svezia furono i paesi più attivi nel dare ospitalità ai renitenti e disertori americani che rifiutavano la guerra in Vietnam; lo stato nordamericano ne accolse circa cinquantamila. Oggi le cose sono cambiate; in Canada sono presenti alcune centinaia di disertori (definiti ora “War Resisters), per la maggior parte concentrati a Toronto. Sono tutti militari che hanno abbandonato le forze armate dopo l’inizio della guerra in Iraq. In questo momento il governo conservatore di Stephen Harper (Centro-destra) si attiene alla linea dura, che significherebbe la deportazione negli Stati Uniti. In realtà il 64 per cento della popolazione è favorevole alla richiesta di «residenza permanente» avanzata dagli ex militari e dalle associazioni per i diritti civili che li sostengono, argomentando che come negli anni ’60 il Canada non andò in Vietnam, altrettanto non è andato in Iraq. A Toronto, i giudici canadesi si rifiutano di affrontare in Tribunale i processi contro i disertori, cominciati nel 2004. E Jeffry House non esita a svelarne le ragioni: «Essi ritengono — spiega il legale dei War Resisters — che non sia loro compito intervenire, dal momento che non si tratta di un’azione giuridica, destinata ad esaminare caso per caso, ma di un processo essenzialmente politico che riguarda, appunto, la politica estera degli Stati Uniti». I sostenitori della linea dura affermano che il caso è diverso, poiché allora si trattava di soldati di leva, mentre ora si tratta di volontari arruolatisi spontaneamente. Ma Glissa Manning, celebre avvocatessa che da anni difende i disertori, ribatte che si tratta di crisi di coscienza dovute a ciò che hanno visto accadere sui teatri di guerra. Certo, non si può scommettere che tutti, proprio tutti, siano diventati obiettori, qualcuno avrà anche avuto fifa, ma anche aver paura è un diritto. Del resto, ricollegandomi ai miei maleducati sarcasmi su Bossi, ricordo che a seguito di scontri nei quali persero la vita alcuni soldati tedeschi, in Germania calarono bruscamente le richieste di arruolamento. Siamo sempre lì, chi non vuol perdere non giochi in borsa, chi non vuol saltare su una mina non faccia il soldato. Vicende italiane Non posso accettare che lo scontro politico scenda nel personale. Ho letto e sentito di alcuni che rinfacciano al presidente del consiglio, già bersagliato come San Sebastiano da una falange di coorti ostili entro e fuori dai patrii confini, un modesto livello culturale. Ciò è inaccettabile, anche perché palesemente falso. Nonostante i numerosi impegni pubblici e privati, il premier ha dimostrato una conoscenza dell’Alighieri non inferiore a quella di Benigni o, addirittura del Sapegno (su cui hanno imprecato generazioni di studenti medi). “Ahi, serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincia ma bordello”. E detto non da polveroso studioso, ma da più o meno brillante utilizzatore finale. Meno male che c’è una schiera di difensori disposta a tutto pur di difenderne la reputazione di studioso stilnovista. Vi saluto con un aforisma di Stanislaw Lech “L’inchino fatto ai nani deve essere molto basso”.
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