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Esiste un femminismo africano?

Un dibattito tuttora aperto

 

Quando si parla di femminismo balzano immediatamente alla memoria i movimenti sviluppatisi in Occidente a partire dalla fine del 1800. Ma che tipo di femminismo è nato ed è oggi portato avanti dalle sorelle africane? Esiste un femminismo universale? A questa domanda, le afroamericane, già negli anni ’60, risposero con una negazione. La donna bianca, che aveva prodotto fino a quel momento l’analisi femminista, era parte di una classe sociale lontana dalla loro e che non aveva subito la violenza coloniale, ma anzi, l’aveva perpetrata.

In Africa i termini e le nozioni di femminismo e femminista sono tuttora oggetto di contesa - quando non suscitano distacco o rifiuto - soprattutto perché evocano concetti ed etichette straniere.

Secondo l’Associazione delle Donne Africane per la Ricerca sullo Sviluppo, nata a Dakar (Senegal) nel 1977, “all’epoca le donne africane cominciavano a farsi sentire e ad esprimere la loro insoddisfazione riguardo al colonialismo intellettuale occidentale. Le femministe occidentali erano considerate colpevoli allo stesso modo di altri pensatori”. La conferenza di Copenaghen La differenza più evidente tra i movimenti di donne nel mondo è il gap tra il Nord ed il Sud. Le donne del Nord, quindi dei paesi ricchi stanno raccogliendo i frutti di un’economia capitalista e globale, mentre le donne del Sud spesso devono confrontarsi con la povertà, con terribili condizioni di lavoro, con la mancanza di istruzione e prevenzione sanitaria. Inevitabilmente la differenza delle condizioni di vita accresce la differenza degli obiettivi e dà un diverso senso all’attività dei movimenti femminili. Il movimento delle donne in Africa si è sviluppato con una dinamica completamente diversa da quella dell’Occidente. Innanzitutto perchè spesso si è nutrito dalla resistenza delle donne africane contro il modello di vita occidentale. Poi perchè le donne africane vivono in un contesto culturale completamente diverso, caratterizzato da una tradizione familiare che le vede parte attiva e responsabile di strutture collettive. La tradizione individualistica e borghese della classe media occidentale, colloca invece le donne di questa parte del mondo in una condizione molto diversa. Il dibattito è stato ed è tuttora molto acceso, tanto che spesso nei vari forum internazionali, donne africane e femministe occidentali si sono trovate in profondo disaccordo, soprattutto nella lettura della realtà e sui passi da fare per la sua trasformazione. Un esempio di questo disaccordo lo si è visto a Copenaghen, nel 1980, durante la seconda Conferenza Mondiale delle Donne, voluta dalle Nazioni Unite. Quando si è trattato del tema delle mutilazioni sessuali in Africa, lo scontro è stato molto forte. Di fronte alla condanna senza riserve delle militanti occidentali, alcune donne africane si sono opposte all’etnocentrismo, sostenendo che le pratiche come l’escissione non dovevano essere estrapolate dal loro contesto socio-etnico-culturale. Le femministe occidentali, pur volendo “difendere” i diritti delle donne, non erano in grado di poter prendere posizione corretta al riguardo, proprio perchè vivevano in un contesto culturale diverso. “Occupatevi prima dei vostri panni sporchi”, è stato questo lo slogan con cui diverse donne africane si sono rivolte alle femministe occidentali prima di lasciare l’assemblea. Una protagonista di questo dibattito in seguito ha poi confidato che, a suo avviso “non era per le conseguenze addirittura nefaste per la salute delle donne che queste femministe volevano liberarci dall’escissione…”. Certo le pratiche dell’escissione e dell’infibulazione avviliscono e umiliano le donne. E in quanto tali vanno sradicate. Le donne africane lo sanno bene. Sono pronte ad accettare la solidarietà delle loro sorelle occidentali, ma ritengono che essa dovrebbe mostrarsi più efficace in altre questioni cruciali. Un po’ di storia Prima dell’avvento del colonialismo occidentale in Africa, era la comunità a determinare e ad accompagnare la vita delle persone. Essa svolgeva un ruolo determinante e in essa le donne svolgevano compiti importanti che potevano variare a seconda delle tradizioni familiari. L’organizzazione della società era, infatti, strettamente legata ai vincoli familiari, che rappresentavano l’unico luogo possibile di attività delle donne. Esse potevano svolgere anche un ruolo politico, basandosi sull’appartenenza ad un clan importante. L’Africa ha una lunga tradizione di donne leader: regine, capi e leader religiosi. Ma questa leadership femminile non necessariamente si è tradotta nell’organizzazione sociale con la creazione di società ugualitarie. Le donne cosiddette “ordinarie” ottenevano pari diritti e potere solo quando superavano gli anni riproduttivi, o riuscivano ad ottenere una posizione di responsabilità all’interno delle loro famiglie e in organizzazioni di donne. Con il passare del tempo, a seguito della ristrutturazione degli Stati, iniziò a diminuire l’incidenza della leadership delle donne in politica. Con l’avvento del colonialismo, il ruolo delle donne subì una profonda trasformazione e svalutazione. La struttura comunitaria perse la tradizionale divisione dei ruoli e si ingrandì il divario tra gli uomini e le donne. Si instaurò così un nuovo ordine sociale che penalizzava particolarmente le donne. I governatori coloniali sminuirono il ruolo economico delle donne relegandolo quasi esclusivamente al settore domestico. L’introduzione del sistema legale occidentale, che privilegiava il diritto alla proprietà individuale, spazzò via il concetto di proprietà comune, designando come unici proprietari gli uomini. Con la caduta del colonialismo, le donne non ottennero un riconoscimento effettivo del loro impegno nella lotta all’indipendenza, anzi, solo alcune riuscirono a raggiungere in posizioni politiche di responsabilità. Negli anni ‘70 e ‘80, con l’emergere dei nuovi Stati africani, la situazione delle donne deteriorò ulteriormente. Solo verso la fine degli anni ‘80, le donne divennero più consapevoli della disparità ed iniziarono a sviluppare un approccio di genere per affrontare problemi quali la malnutrizione, la povertà e la mortalità infantile. Un periodo che vede la nascita di numerose organizzazioni di donne in diverse aree del continente. Un movimento che è andato sempre più crescendo fino ai nostri giorni, anche in concomitanza di situazioni tragiche, come le guerre o l’epidemia di Aids. Femministe sì, femministe no Il movimento femminile africano si sviluppa su questioni diverse da quelle che hanno caratterizzato il femminismo occidentale. In primo luogo, prendendo posizione contro le regole coloniali e le ideologie razziste. L’impegno delle donne africane, quindi, non può essere compreso senza considerare il contesto di repressione e sfruttamento sia delle donne che degli uomini lasciato in eredità dalla colonia. Ne è nato un “femminismo” che ha come obiettivo primario il cambiamento delle condizioni sociali, economiche e politiche dell’intera società africana. Dagli anni ‘60 in poi, la popolazione dell’Africa Sub-Sahariana si è dovuta confrontare con un susseguirsi di crisi. Le donne specialmente ne hanno pagato il caro prezzo. Di qui l’impegno crescente delle donne e la crescita esponenziale del loro ruolo sociale. Un ruolo che le ha viste e le vede protagoniste nei campi più disparati. Dalla politica all’economia. Un ruolo che, inevitabilmente, si è scontrato e si scontra con chi detiene il potere spesso in maniera autoritaria e dittatoriale. Possiamo allora parlare di femminismo africano? La risposta a questo interrogativo non è semplice. Se, infatti per femminismo si intende l’impegno e la lotta delle donne per avere un ruolo di primo piano nella società, allora forse il continente africano è il continente più femminista. Le donne africane, come si evince anche da questo numero di “Solidarietà internazionale”, lungo gli anni hanno visto accrescere il loro ruolo e la loro importanza nella società. E, si badi bene, non per gentile concessione di qualcuno, ma conquistandosi con il loro lavoro assiduo, con il loro impegno e la loro lotta, ogni spazio di agibilità e di responsabilità. Se invece per femminismo si intende la lotta in nome di diritti tipicamente occidentali, contrabbandati come universali, allora le donne africane si defilano, attente come sono alla contestualizzazione geografica e culturale di questi diritti. Un esempio tipico di questa diversità è dato dal dibattito sulle categorie del pubblico e del privato, in un mondo dove tradizionalmente alle donne è associata la sfera privata, mentre agli uomini è associata quella pubblica. La situazione africana mostra che l’accettazione di certi ruoli sociali non necessariamente include l’assoggettamento della donna all’uomo. Non esiste in Africa una divisione netta tra natura e cultura, bensì intercorre tra loro un legame che struttura i ruoli degli uomini e delle donne in ambito domestico, politico ed economico. Questo punto di vista differisce completamente dalla visione occidentale. Di qui l’importanza che le femministe africane attribuiscono al ruolo riproduttivo della donna e alla tendenza di mettere la comunità prima dell’individuo. Il ruolo riproduttivo è molto importante per le donne e non è inferiore ad altri ruoli. La maternità è un aspetto inerente all’essere donna. Essere una donna implica essere una madre. Per le donne africane il ruolo economico e quello riproduttivo possono coesistere senza conflitti. Nei modelli di società africana, inoltre, l’enfasi è generalmente sulla comunità piuttosto che sull’individuo. In generale il ruolo biologico delle donne non è percepito in conflitto con le responsabilità politiche ed economiche. Le donne africane tradizionalmente hanno occupato una moltitudine di ruoli rispetto a quelle degli altri continenti. Oltre alla cura dei bambini, le donne sono responsabili della cura della comunità e spesso hanno responsabilità complementari e parallele agli uomini. I ruoli delle donne sono determinati dall’appartenenza ad una famiglia o a un gruppo e come membri di questa famiglia, donne e uomini hanno responsabilità e privilegi. Le responsabilità economiche e politiche, quindi, sono collettive e non individuali.
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