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Insieme si può

I miracoli della microfinanza

 

Dalle storiche tontine dell’Africa occidentale, alle tante forme di microfinanza e microcredito, l’Africa delle donne è piena di organizzazioni che attraverso il sistema della quotizzazione hanno creato decine di migliaia di piccole imprese. Almaz, che attraverso il microcredito ha avviato una piccola attività di produzione di burro, ci racconta la sua storia.

In Africa e in Etiopia in particolare la sicurezza alimentare delle famiglie è garantita dalle donne. Le donne sono anche responsabili della trasformazione dei prodotti, della preparazione del cibo, della raccolta dell’acqua e della legna da ardere. In pratica, svolgono un’attività giornaliera di gran lunga superiore e più intensa degli uomini.

È dunque la donna, per capacità e motivazioni, la protagonista assoluta, la parte attiva della società e il punto di riferimento per innescare un processo di coinvolgimento di tutto il villaggio verso il miglioramento delle condizioni generali di vita e quindi verso lo sviluppo. Attraverso l’attività di microfinanza (risparmio e credito) ci si propone dunque di aiutare le donne dei villaggi nell’attuazione di piccole attività produttive in grado di garantire quel reddito supplementare e, di conseguenza, una sicurezza alimentare ed economica per tutto l’anno e per l’intera famiglia. Almaz è una donna semplice, timida, che fa parte della cooperativa di Ghiddo Boditi, una delle prime cooperative nate con la collaborazione del Gma (Gruppo Missioni Africa), che rappresenta un esempio per molte donne della zona Wolaita. Almaz ha circa quarant’anni, nove figli. Almaz, hai voglia di raccontarci un po’ di te? Della tua vita? Ho 40 anni, ma non ne sono sicura, in Etiopia la mia nascita non è stata registrata quindi la mia età non è certa. Ho 9 figli e sono fortunata perché sono ancora tutti vivi. Quando ti sei sposata? Mi sono sposata all’età di 14 anni, i miei genitori hanno organizzato il matrimonio, loro hanno scelto mio marito. Lui ora lavora come capo della polizia del villaggio di Boditti, ha 45 anni. Dopo il nostro matrimonio ha frequentato la scuola, fino alla dodicesima classe. E tu invece quanto hai studiato? Io sono riuscita a frequentare solo fino alla prima. Poi mi sono dedicata a tutti quei compiti che spettano alle donne. Prima che si avviasse la cooperativa, circa 10 anni fa, mi occupavo esclusivamente dei miei figli. Anche oggi continuo ad essere in primo luogo mamma: facevo e faccio la mamma. Solo che ora lavoro presso questa cooperativa di donne di Boditti. Siamo in 100, tutte con una piccola attività produttrice che ci permette di aiutare la gestione familiare. Come è organizzata la tua giornata, come ti gestisci? Al mattino all’alba vado a prendere l’acqua e preparo la colazione per la mia famiglia, poi pulisco il mio tukul (casa tradizionale), lavo i panni e preparo il pranzo.

 

Nel pomeriggio vado ai mercati nei villaggi vicini a vendere il burro. È un’attività che ho avviato grazie all’erogazione del primo prestito da parte della cooperativa con l’attività di microfinanza. Verso sera, mentre i miei figli dormono, realizzo maglie di lana all’uncinetto, maglie che vendo al mercato assieme al burro. Poi c’è l’associazione delle donne di cui fai parte. Siamo un centinaio di donne il cui scopo primario è cercare di guadagnare qualcosa per la famiglia. Grazie a Dio mi trovo bene con le altre socie, posso dire che da quando appartengo alla cooperativa posso contribuire a migliorare l’economia familiare, posso mandare i miei figli a scuola. La cooperativa non richiede un impegno particolarmente intenso: ci incontriamo una volta alla settimana, è l’occasione in cui ogni socia deposita 1 birr di risparmio nella cassa della cooperativa. Durante gli incontri filiamo il cotone che abbiamo acquistato grazie a questa forma di risparmio collettivo. Con il cotone filato, poi, ci rechiamo da un tessitore per tessere un “gabì” (abito tradizionale) per ogni socia. È un elemento che ci contraddistingue: appartenendo alla cooperativa tutte le socie possono realizzarsi un vestito, è il minimo che possiamo garantire come segno di dignità all’esterno. Infatti le socie indossano il gabì nei momenti collettivi, durante le occasioni pubbliche come matrimoni e funerali. Abbiamo un animatore che segue la cooperativa, ci accompagna, ci consiglia e ci motiva. Lui controlla i registri di risparmio e prestito, ci aggiorna sui prezzi dei prodotti per poterli vendere al mercato, controlla la nostra puntualità nel partecipare alle riunioni, organizza incontri di alfabetizzazione per quelle socie che sono analfabete e corsi di igiene personale. D’altro canto la vita di gruppo non è facile. Anch’essa, con le sue mille risorse, riserva dei problemi.

 

Oggi il gruppo è troppo numeroso, prima eravamo 50 socie, da due anni se ne sono aggiunte altre 50. Più numeroso è il gruppo, più è difficile organizzare le varie attività. Essere in tante comporta anche dover affrontare molte diversità. Attualmente abbiamo dei problemi con nuove socie, che sono molto povere e fanno fatica ad adattarsi ai ritmi e alle regole del gruppo: non rispettano il regolamento che noi stesse ci siamo imposte, faticano a restituire il prestito nei tempi stabiliti (cioè entro l’anno) e sono lente nello svolgere le attività avviate. Ma sono difficoltà che si possono superare con un po’ di organizzazione, dividendoci in sottogruppi grazie ai quali si può migliorare il dialogo tra socie e facilitare il confronto. Comunque le soddisfazioni sono tante: mi dà sicurezza la certezza di poter accedere ad un prestito per migliorare il mio commercio di burro, infatti sto pianificando l’apertura di un negozio. Prima per farlo dovevo andare dall’usuraio. Era una lotta continua, aveva tassi d’interesse altissimi e mi perseguitava continuamente affinché restituissi il prestito. Ti ricordi un momento significativo in cui ti sei sentita felice di appartenere all’associazione? Sì, qualche anno fa, quando abbiamo inaugurato la scuola elementare nel villaggio. La richiesta di realizzare la scuola è partita da noi donne: abbiamo capito che era necessaria per i nostri figli. In soli due anni abbiamo visto realizzare i due blocchi dell’edificio. Per me, l’inaugurazione è stato un giorno indimenticabile, tutto il villaggio ha partecipato, le autorità, i bambini, le famiglie, anche quelle più povere. Ora i miei figli possono frequentare la scuola con aule pulite e poco numerose (40 studenti per classe, quando mediamente ci sono 70 alunni per classe). Tu che ruolo svolgi nell’associazione? Sono responsabile dell’affitto della nostra sala multiuso (sede della cooperativa) per i meeting del comitato del villaggio e per gli incontri di formazione di altre associazioni locali.

 

Inoltre sono responsabile del noleggio della batteria da cucina a nome dell’associazione. Infatti, abbiamo come attività comune il noleggio di stoviglie per matrimoni e funerali. È un impegno che ci siamo assunte in gruppo al fine di migliorare il nostro fondo di risparmio. Un’attività che ti ha cambiato la vita? Certo che mi ha cambiato la vita. Prima di tutto frequentare l’associazione mi dà la possibilità di parlare con altre donne dei miei problemi; inoltre con il mio lavoro ho potuto mandare a scuola i miei figli, ho potuto mandare il maggiore a studiare matematica alla scuola di Awasa, il capoluogo della regione del Wolaita. Ora è diventato un maestro e io ne sono orgogliosa. Alla festa della consegna del diploma ho potuto partecipare con un vestito nuovo, non con il gabì che si usa qui in campagna. Oggi poi,mi sento più ascoltata in generale dalla gente. Qualche tempo fa la mia vicina di casa venne a chiedermi aiuto: sono riuscita a darle una mano radunando 20 donne, abbiamo avviato insieme un piccolo risparmio e poi l’abbiamo consegnato alla donna che si trovava in difficoltà. Hai ancora dei progetti? Vorrei completare i miei studi sino alla dodicesima classe. Quando ho sposato mio marito era molto ignorante; ora invece è diventato un capo della polizia dopo aver frequentato la scuola… chissà se studiando anch’io un giorno potrò diventare una persona importante.

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