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Diritto al lavoro diritti nel lavoro

Costa d’avorio: l’Associazione dei ragazzi e giovani lavoratori

Immacolata Pagano

Natalie Denà, ha 30 anni, della Costa d’Avorio. Fa parte dell’Aejt-CI, Association Enfantes e Jeune Travailleurs de la Cote d’Ivoire, un’associazione che fa capo al MAEJT, il movimento africano per la difesa dei diritti dei bambini e giovani lavoratori. Ne abbiamo parlato con lei.

Ci puoi raccontare?

Ho conosciuto – ci racconta Natali – l’associazione durante una delle loro attività di sensibilizzazione nella mia città. È stato nel 2000 e all’epoca io avevo già smesso di andare a scuola. Grazie agli sforzi di mio padre avevo avuto la fortuna di arrivare fino all’ultimo anno della scuola secondaria. Non potendo proseguire gli studi, perché non avevamo i mezzi sufficienti, ho iniziato a cercare un lavoro anche per sostenere la mia famiglia, ma sembrava un’impresa impossibile.

Così ho pensato che sarebbe stato utile apprendere un mestiere e ho trovato una donna disposta ad insegnarmi a ricamare a mano. Quando però mio padre è venuto a mancare la famiglia ha iniziato a contare solo su di me. Avevo mia madre, tre fratelli e una nipotina a cui pensare: così mi sono ingegnata e ho intrapreso una piccola attività commerciale di vendita di abiti per bambini. È stato un momento veramente difficile, lavoravo tanto e non riuscivo comunque a far fronte a tutte le necessità. Mi sentivo persa. È stato allora che ho incontrato il Maejt e sono entrata a far parte dell’associazione come membro di uno dei Gruppi di base di Bouakè (in ogni città c’è una sezione, e ogni sezione è costituita da gruppi di base, raggruppamenti di ragazzi suddivisi per quartiere o per mestiere); subito dopo sono diventata segretaria della sezione della stessa città. È stato un incontro importante, ho iniziato a partecipare alle riunioni, alle attività, alle manifestazioni e ho capito che non ero la sola giovane a vivere una situazione difficile e di disagio, così mi sono resa conto che insieme agli altri avrei potuto fare qualcosa di concreto per cambiare la nostra vita. Ho avuto la grande occasione di partecipare come membro Maejt a numerosi incontri nazionali e internazionali, ho viaggiato in tanti paesi africani conoscendo giovani di ogni nazionalità, un confronto importante con tante e diverse realtà che mi ha arricchita e mi ha fatto crescere. Dal dicembre 2005 all’agosto 2006 sono stata nominata delegata nazionale per rappresentare il Maejt della Costa d’Avorio a Dakar, sede del Movimento, per coordinare il programma di attività e seguire un percorso formativo. Ed è grazie all’esperienza fatta all’interno del Maejt che ora ho l’opportunità di lavorare per una Ong internazionale che si occupa di protezione di minori.

 

Essere donna in Costa d’Avorio. Non deve essere facile.

Il problema fondamentale è che le ragazze qui sono considerate ancora esseri deboli e per questo prive di valore e facili da sfruttare in ogni modo, dagli abusi sessuali allo sfruttamento del lavoro ad opera di familiari, datori di lavoro, professori all’interno delle scuole. Gli esempi da fare purtroppo sono numerosi. Uno dei casi più frequenti è quello delle “ragazze affidate”. Si tratta di famiglie, che il più delle volte vivono nei villaggi, che non disponendo di mezzi economici per sostenere e far studiare la propria figlia la affidano ad un parente con maggiori possibilità e che vive in città. Ma quando la ragazza arriva nella nuova famiglia, difficilmente viene mandata a scuola, anzi, inizia ad essere trattata come una schiava, diventa la serva della casa, deve occuparsi delle pulizie, del mangiare, degli altri bambini e molto spesso subisce umiliazioni di ogni genere fino ad arrivare agli abusi sessuali. Ci sono persino dei casi in cui la bambina/ragazza resta incinta. Altre volte invece, la famiglia “affidataria” la manda a lavorare presso qualcun altro, costringendola alle stesse fatiche e umiliazioni, in cambio di un salario che non riceverà lei, ma di cui si approprierà la famiglia. E purtroppo i genitori della ragazza, che hanno scelto di allontanarla da casa per migliorarne le condizioni di vita e darle maggiori opportunità, rimasti al villaggio non sono al corrente di quanto accade. Un lavoro molto frequente è quello del lavaggio dei panni. Ogni giorno le ragazze raccolgono in giro per i quartieri centinaia di abiti che lavano a mano in corsi d’acqua, un lavoro duro e faticoso, guadagnando una miseria e sono soggette a molte malattie a causa del continuo contatto con acqua inquinata. Le ragazze troppo spesso non hanno la possibilità di costruirsi un futuro, non studiano e anche quando trovano un lavoro, sono pagate troppo poco o a volte non pagate affatto, lavorano 10 ore o più al giorno e spesso, al pari dei ragazzi, svolgono lavori altrettanto faticosi. Allora accade che l’unica speranza resta quella del matrimonio, l’aspirazione a trovare un uomo che possa occuparsi di loro. Ma anche questo sogno diventa difficile da realizzare perché per un uomo non è appetibile una donna che non riesca a contribuire alle finanze della famiglia (è quasi sempre la donna a contribuire maggiormente, se non esclusivamente). L’alternativa più probabile è accettare la prostituzione come via d’uscita dalla situazione di disperazione in cui vivono, spesso incoraggiate da “dame” (tenutarie), che stabiliscono il loro misero guadagno. A volte capita anche che siano gli stessi genitori a costringerle alla prostituzione, per aiutare economicamente la famiglia, ma anche per futili ragioni come guadagnare denaro sufficiente per l’acquisto della dote, punto d’onore per alcune famiglie di fede musulmana.

 

Bouakè è stata teatro di scontri durante la guerra in Costa d’Avorio.

La guerra è stata dolorosa e dannosa per tutti, ma le ragazze sono state le vittime maggiori, tutt’ora traumatizzate da violenze sessuali e abusi subiti. Purtroppo tante di loro non sono state adeguatamente curate e seguite e fino ad oggi sono ancora vittime del loro trauma. Ad altre, invece, è toccato il contagio da Hiv, con tutte le conseguenze che questo porta nella vita quotidiana. Quando non hai i soldi per curarti, vieni escluso socialmente e non sai di che vivere. Come essere violentate una seconda volta.

 

La storia e l’attività del Maejt sono particolarmente singolari e significative.

Il Maejt è di fatto un’associazione nata dalla forza delle donne. Nel 1994 un gruppo di bambine e ragazze del Senegal, tutte lavoratrici domestiche, hanno chiesto di essere considerate delle lavoratrici quali erano, e di avere quindi il diritto di festeggiare la giornata del 1° maggio, organizzandosi per partecipare alla grande sfilata. Da allora quel gruppo ha fatto molta strada, fino a diventare un grande Movimento che difende i diritti dei bambini lavoratori (di entrambi i sessi) in 21 paesi africani. In concreto l’associazione riesce soprattutto a svolgere un lavoro di sensibilizzazione sul rispetto dei diritti dei bambini lavoratori, verso le famiglie e i datori di lavoro soprattutto, ma anche verso le istituzioni troppo spesso disinteressate e “ignoranti” sul tema. Cerchiamo di rilevare le situazioni difficili, attraverso l’ascolto dei nostri membri e programmiamo poi azioni di sensibilizzazione e le pressioni opportune. Certo, abbiamo dei limiti come associazione, casi in cui per esempio è necessaria la presa in carico finanziaria: non disponendo di grandi mezzi economici, tentiamo di dare il nostro sostegno attraverso l’autotassazione, ma non sempre è possibile. In altri casi, per esempio quello delle violenze gravi, in cui per noi è difficile intervenire, facciamo da ponte tra la persona e un’altra struttura specializzata.

 

Qual è la partecipazione della componente femminile nel Maejt?

Purtroppo ad oggi è scarsa (considerando che è un’associazione nata proprio grazie a delle ragazze), in termini strettamente numerici le ragazze sono meno rispetto ai ragazzi, e anche quelle che sono nell’associazione partecipano in modo meno attivo. Le cause di questo fenomeno sono diverse, spesso quello che hanno vissuto le ha rese molto diffidenti, e così tendono a rimanere chiuse nel loro “guscio”. Ma per fortuna l’ambiente del Maejt è un posto informale, dove si cerca di dare spazio a tutti, ragazzi e ragazze, giovani e bambini. Diventa una specie di seconda casa per molti e quindi con il tempo si prende confidenza e si comincia ad aprirsi. Un’altra ragione della scarsa partecipazione delle ragazze è legata alla mentalità che è stata loro inculcata. Sono cresciute con l’idea che, in quanto donne, è naturale che tutto debba essere difficile per loro. Sono abituate a subire senza lottare e convinte che le situazioni non si possano cambiare. E allora trovano difficile avvicinarsi e farsi coinvolgere in associazioni come il Maejt, il cui obiettivo è quello di lottare per il cambiamento delle proprie condizioni di vita. Ci sono poi motivazioni di carattere più pratico, come il fatto che le ragazze hanno meno tempo a disposizione dei ragazzi per dedicarsi alle attività dell’associazione. Terminato il loro lavoro, infatti, devono correre a casa per provvedere a tutte le faccende domestiche.

 

Un peso in più per le ragazze. Quindi un impegno in più per voi.

In ogni sezione del Maejt c’è una ragazza che ricopre il ruolo di incaricata della promozione femminile e cerca di sensibilizzare le coetanee sui propri diritti, facendo riferimento a situazioni vissute personalmente, incoraggiandone l’apertura e lo spirito d’iniziativa. Ma sicuramente dobbiamo e possiamo fare di più. Credo sarebbe interessante pensare ad un programma specifico per loro, un momento di formazione in cui si sentano al centro, importanti e soprattutto amate, che le aiuti a scoprire l’ingegno e la forza di cui sono dotate.

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