I processi di globalizzazione non sono estranei al continente africano e, inevitabilmente condizionano il suo presente e il suo futuro. Con tutte le ambiguità di cui sono portatori, sia in positivo che in negativo.
In una parola, oggi l’Africa è chiamata a danzare nel grande palco del mondo, senza rinunciare alle sue peculiarità e portandovi come ricchezza la propria cultura. Una sfida per tutta l’Africa, che tocca però in modo particolare l’universo femminile. Le società tradizionali africane attribuivano una chiara preferenza ai ragazzi. Essi infatti perpetuavano il cognome della famiglia e rappresentavano la possibilità di sostegno ai genitori nel periodo della vecchiaia. Le bambine, invece, venivano fin da piccole programmate per le nozze, per costruire le famiglie altrui. Di qui derivava inevitabilmente che l’educazione delle bambine fosse confinata nella casa, in un lavoro – quello domestico – importante ma non retribuito, senza alcun valore economico.
Ne derivava di conseguenza l’invisibilità delle donne. Durante il periodo coloniale, la divisione del lavoro imposta dai colonizzatori portò le donne nei campi. Di qui l’importanza che le donne oggi hanno nell’agricoltura di sussistenza. Esse assicuravano però la semina e la coltivazione, ma sparivano nel momento del raccolto. Sulle loro spalle gravava il lavoro duro dei campi, ma senza la possibilità di di partecipare al risultato. Eppure, pur in questo ruolo di sottomissione, accentuato nel periodo coloniale, alle donne africane era dato un ruolo importante nella famiglia, tanto che se esse non corrispondevano al loro ruolo, gli eventi familiari, tipo matrimoni o funerali, non potevano avere luogo. Da questi dati nasce una prima riflessione: pur con una grande disparità, in Africa donne e uomini hanno ruoli complementari, tanto da far dire che “in Africa certe forme di femminismo europeo non hanno senso.
Per le donne africane non si tratta di fare una lotta contro i maschi, ma piuttosto di costruire un partenariato ugualitario fra i sessi” (Jacqueline Ki-Zerbo). Da questa storia, condita, come si vede, da tanta disparità – si pensi ad esempio alla scolarizzazione che, dalla colonia in poi è stata quasi esclusivamente rivolta ai ragazzi – derivano le sfide che le donne africane sono chiamate a giocare in questo nuovo secolo. Sfide alle quali hanno già cominciato a rispondere, facendo del loro movimento di liberazione non tanto una battaglia di principio, quanto piuttosto un impegno a cambiare le condizioni di ingiustizia in cui tanta parte del continente vive. Finite le illusioni dello sviluppo e incalzate dai processi di aggiustamento strutturale che hanno ulteriormente impoverito i poveri, è apparso con chiarezza il ruolo delle donne. Proprio allora, quando le sfide legate alla povertà, all’istruzione e alla salute, le donne “si sono caricate sulle spalle ben più della metà del cielo.
Sono state loro, infatti a garantire la sopravvivenza, l’istruzione, la salute” (Jacqueline Ki-Zerbo). Carico che è diventato ancora più pesante con la globalizzazione, che le ha private di quel poco che riuscivano a guadagnare dalla commercializzazione locale dei loro prodotti. Oggi le donne africane stanno sempre più prendendo coscienza di questo loro ruolo insostituibile. E lo fanno a modo loro: impegnandosi nella salute, nell’istruzione, nella finanza, nel commercio, nella politica. In tutti i settori della società. Sfide che portano avanti senza rumore. Da piccole formichine che, passo dopo passo, sanno spostare pesi enormi. Il 2000, per l’Africa non può che essere il secolo delle donne.






