“Progetti” al femminile nella tragedia del Kivu
Donata Frigerio
Da un passato di sottomissione ad un “progetto” organico per il futuro. La storia di un’associazione di donne che ha resistito ad una guerra spaventosa e che ora affronta le sfide di una pace difficile e controversa.
Nello scorso mese di luglio sono stata invitata a Bukavu (Sud Kivu, Repubblica Democratica del Congo), per partecipare alle celebrazioni di festa del Centro Olame per il suo giubileo d’oro, 50 anni dalla sua fondazione. “Olame” in lingua mashi, la lingua originale della regione, significa “che la vita sia prospera” ed è l’augurio di vivere una vita degna.
Il centro si occupa del sostegno alle donne della diocesi di Bukavu da 50 anni, perché possano esprimere i loro diritti di persone, madri, spose e cittadine. In questi 50 anni il centro ha sviluppato e sostenuto una serie di attività per la formazione della donna, per arrivare al miglioramento delle qualità di vita della famiglia. Le donne della regione dei Grandi Laghi hanno una forza interiore incredibile, la convinzione che la vita vinca sempre in ogni situazione; anche durante la sanguinosa guerra che negli ultimi anni hanno subito sulle loro terre, non hanno mai smesso e non smettono di credere nel futuro e di lottare per il benessere loro e delle loro famiglie. Dal 10 al 19 luglio scorso il Centro Olame ha organizzato una serie di manifestazioni pubbliche in onore delle donne e della loro importanza vitale nella società congolese. 1959: totale sottomissione Come mi hanno raccontato le donne stesse e come ha riccamente illustrato Mathilde Muhindo, l’attuale direttrice del Centro, fino al 1959 le donne versavano in condizioni di totale sottomissione. I costumi retrogradi non permettevano alla donna di mangiare uova e pollame, di toccare latte se era mestruata (pena il renderlo impuro), di parlare se non interrogata, di decidere qualcosa sulla sua vita e su quella dei suoi figli. La donna non poteva studiare, una donna istruita non avrebbe mai trovato marito, ma doveva vivere sottomessa, svolgendo esclusivamente i lavori domestici. Se una donna non aveva figli il marito poteva ripudiarla perché “non dava una discendenza alla famiglia, ma anche se partoriva solo femmine era un problema per la famiglia, perché le donne non ereditavano e al marito era concesso di cacciarla di casa in quanto non aveva adempiuto ai suoi doveri coniugali, e poteva sposare un’altra donna. I capi arrivavano ad avere 2-4 mogli”. Il matrimonio di una ragazzina (solitamente intorno ai 15-17 anni) veniva deciso dal padre. Le condizioni di vita delle donne e dei bambini erano al limite della sopravvivenza, “fino a pochi anni fa vi era il 50% di mortalità infantile prima dei 5 anni, e questo dato di cui per caso ero venuta a conoscenza, mi ha scandalizzato al punto da farmi decidere di impegnarmi seriamente nella società civile per aumentare le aspettative di vita dei bambini, agendo insieme alle loro madri”, racconta Mathilde. È pur vero che durante la dominazione coloniale belga, durata fino al 1961, le mogli dei “quadri dirigenziali” locali hanno cominciato ad avere qualche opportunità in più, ma spesso l’azione “civilizzante” della colonia si limitava ad esigere che le case in cui erano alloggiate le famiglie dei “dirigenti” fossero arredate, ci fossero tavolo e sedie, le donne imparassero a far di taglio e cucito per mantenere apparentemente decorosa l’abitazione e l’abbigliamento della famiglia. Igiene e alfabetizzazione Il centro, nato su spinta della diocesi di Bukavu, “ha deciso di occuparsi prima di tutto di igiene, alfabetizzazione funzionale e coscientizzazione delle donne al lavoro per soddisfare i propri bisogni e per occuparsi dell’igiene e dei bisogni della famiglia”. Le parole sono di Margot, belga, (ora ha 81 anni), fondatrice del centro Olame, rientrata in Belgio da 15 anni, ma presente a Bukavu per le celebrazioni dei 50 anni di vita del centro. “Ora, a 50 anni di distanza, è per me una soddisfazione immensa essere qui, mai avrei pensato che il centro potesse evolversi in autonomia fino a questo punto. È vero che, partecipando ora per questi pochi giorni di vacanza alle varie attività, mi accorgo che io avrei impostato alcuni lavori in modo diverso, ma è giusto e doveroso che le donne congolesi gestiscano le iniziative e i progetti in piena libertà, secondo la loro cultura e tradizione, e non secondo la mia”. Margot è stata festeggiata e riverita per tutta la settimana di celebrazione, come una vera matriarca anziana e saggia a cui tutti hanno manifestato rispetto, stima e riconoscenza. “Nel 1964, dopo una pausa forzata a causa della guerra”, raccontano Margot e Mathilde, “il lavoro di formazione del centro è ripreso e si è esteso anche all’agricoltura. Nulla era pianificato, si rispondeva man mano ai bisogni che sorgevano. La pastorale diocesana si è dedicata, contestualmente, alla formazione di responsabili di comunità e catechisti che potessero coscientizzare gli uomini perché attuassero nel villaggio un nuovo modello di famiglia”. La storia Negli anni 1970-80 le donne hanno cominciato a lavorare insieme, produrre reddito monetario (nascono i primi gruppetti di sarte), formare animatrici rurali per il rispetto della dignità della donna; tutto ciò ha trasformato pian piano il loro ruolo in famiglia. “Gli uomini hanno cominciato a rispettarci e darci qualche potere decisionale, a permetterci di scegliere il fidanzato, di lavorare fuori casa dove volevamo e di sposarci con il nostro consenso. Piccoli ma significativi cambiamenti nella nostra vita”, mi racconta una mamma anziana e piegata sotto il peso di anni di lavoro. Le donne allora hanno cominciato a guadagnare, trasformando i frutti in marmellata, producendo burro di arachidi, succhi, trasformando l’olio di palma in sapone per uso familiare e commerciale. Poi la guerra! La sanguinosa guerra dei Grandi Laghi, solo apparentemente conclusa. Bukavu è stata assediata, invasa dall’esercito ruandese, in pochi giorni ha perso tutto. Il centro non ha comunque smesso, anche durante il conflitto armato, di svolgere attività di promozione e sensibilizzazione anche politica. Ricordo solo due tra le attività pubbliche svolte durante la guerra. La giornata degli abiti neri: 30 giugno 2004, una marcia per piangere e rivendicare la causa delle donne, causa di pace. Tutte le donne della città, vestite di nero, hanno marciato piangendo. Da sottolineare, come mi ha raccontato con fierezza Solange, che non c’è stato bisogno di sensibilizzare le donne spendendo grandi cifre. L’invito alla manifestazione è volato di bocca in bocca e in tutto sono stati spesi solo 15 dollari americani. E il giorno del pane e delle rose: 8 marzo 2002, festa mondiale della donna, le donne di Bukavu hanno fatto sciopero. Per un giorno la città non ha visto la partecipazione delle donne, neppure nei luoghi più comuni come i mercati, per rivendicare il diritto al cibo (il pane) e richiedere la bellezza della vita (le rose, tanto amate dalle donne e simbolo di bellezza e delicatezza). La donna non vuole morire “Ora siamo rimaste con le donne e le bambine violentate. Se il Congo non è ancora morto è perché la donna non vuole morire. I violentatori vogliono tagliare l’albero della vita che appartiene alla donna per ammazzare il Congo, ma noi per ora resistiamo.” Il centro si fatto allora promotore della denuncia dei crimini contro le donne, ha documentato le violenze sessuali, “Abbiamo presentato il primo dossier di denuncia dei fatti al Parlamento europeo nel 2002…” dice Mathilde con piglio determinato, nonostante le risposte esigue ottenute. “Abbiamo istituito un centro di ascolto per donne, abbiamo accolto bambine violentate… ma poi? Che fare? Un proverbio africano recita - È colui che è stato punto dalle pulci di notte che deve cercare di ammazzarle al mattino – e quindi ci siamo impegnate in prima persona per alleviare la situazione, senza attendere aiuti dal cielo, continuando la formazione delle donne ed estendendola agli uomini. Intanto, dal 2001 al 2005 il centro ha accolto 1600 donne violentate, dagli 8 ai 65 anni”, mi spiega Mathilde. Le nuove sfide Tra le numerose attività proposte da Olame durante la settimana di festeggiamenti, merita un particolare rilievo il “colloque”, dibattito-conferenza dal titolo “Le sfide della donna congolese nel 21° secolo”, che si è tenuto in città per tre giorni, e ha visto una sala diocesana gremita di donne e uomini attenti e partecipi, alla ricerca di nuovi stimoli ed opportunità per “cercare di ammazzare le pulci”. La conferenza si è svolta mentre nei villaggi non troppo distanti dalla città era in corso una operazione militare chiamata “Kimya 2”, cioè “silenzio”, che in effetti ha tenuto fede al suo nome; non ci siamo accorti quasi di nulla, è stata oscurata anche Radio France International, fonte attendibile di notizie. Ma i “rumori” e le notizie raccontate agli angoli della strada non sono mai stati rassicuranti. Di fatto solo al mio rientro in Italia, spulciando nei meandri di internet (stendiamo un velo pietoso sulle notizie riportate dai nostri media al mese di luglio), ho appreso la cronaca di quei giorni, gli assalti ai villaggi, la fuga dei civili in cerca di sicurezza verso la città, ferimenti, morti di militari,“ribelli”, civili… Nel “colloque” molti gli argomenti affrontati, a partire dagli Obiettivi del Millennio, che teoricamente tutto il mondo vorrebbe raggiungere entro il 2015. L’incontro è stato un attingere ad analisi approfondite e vissute della complessa situazione del Kivu e della donna del Kivu ai nostri giorni. Una vera miniera di notizie. La fotografia della situazione sociale e politica delle donne nel Sud Kivu non è confortante né incoraggiante. Si è parlato di tanta paura, di morte - il tasso dei bambini denutriti è aumentato vertiginosamente -, di aumento dei furti, delle violenze, della povertà, di diminuzione delle cure sanitarie e dell’accesso all’istruzione, di aumento dei casi di Aids e delle malattie da stress e shock. I “frutti della guerra” Un’analisi universitaria e dell’Ufficio di sviluppo della diocesi di Bukavu ha sottolineato, tra i “frutti” della guerra, una diffusa perdita dei valori. Cresce l’uso di droghe e alcool, soprattutto tra i giovani, molte attività di sviluppo sono bloccate, i rifugiati interni, che dai villaggi si spostano in città a causa dell’insicurezza data dalle operazioni militari in corso, crescono di numero a fronte delle esigue strutture di accoglienza attive. Aumenta la corruzione e l’impunità, ormai lo stupro è passato da “arma di guerra” a “sfogo personale della rabbia e dell’impotenza e strumento utile al saccheggio indiscriminato”. Sono stata testimone di racconti di donne che si sono trasferite dal villaggio nella città per la vergogna dell’aver subito uno stupro a cui è seguita la nascita di un bimbo. Il bambino frutto dello stupro difficilmente è accolto dal marito e dalla famiglia; una mamma, comunque preoccupata della sopravvivenza del proprio bimbo innocente, arriva alle strutture del centro dove trova sostegno anche professionale per riuscire ad accettare il proprio bambino, e dove i bambini (ora i più grandicelli hanno 4-5 anni) recuperano una vita “normale” e frequentano ambienti e scuole pubbliche. L’intento è che siano accettati in quanto persone e non come segno vivente di violenza subita. “Anche i nostri uomini sono scioccati, spesso si sentono in colpa per non averci difeso ad ogni costo, i nostri bambini sono stati spettatori delle violenze che abbiamo subito e ne rimarranno segnati per tutta la vita, ci troviamo di fronte ad una generazione malata”, diceva una mamma. Si riscontra una femminilizzazione della povertà, causata tra l’altro da reminiscenze ben radicate dei costumi tradizionali, che allontanano le bambine dall’istruzione, celebrano ancora matrimoni in età precoce nei villaggi. Molte giovani, che si prostituiscono per pagarsi la scuola, contraggono gravi malattie sessualmente trasmissibili. Le donne hanno ribadito che, secondo la loro cultura la donna è prima di tutto madre ma ora, forse anche a causa dell’imitazione della cultura occidentale, le famiglie sono spesso disgregate e cresce il numero dei ragazzi abbandonati per strada perché il clan familiare, in caso di difficoltà, non sostiene più il singolo. Certo la strada è lunga, il centro Olame sta strutturando un programma di sensibilizzazione per tutti, a partire dal recupero dei valori culturali validi e arricchenti. Il ruolo delle Ong A fronte di questa difficile situazione dal “colloque” è uscita una denuncia esplicita: si è in attesa degli “atti” ufficiali, che dovrebbero essere distribuiti a giorni, del gran numero di Ong (alcune anche locali) ed enti internazionali presenti nella regione, di cui non è giustificato il costo rispetto al lavoro svolto. Da queste organizzazioni, a fronte dei cospicui finanziamenti internazionali che ricevono per il sostegno alle donne violentate, la società civile del Kivu non riceve che documenti e monitoraggio per lo studio delle violenze sessuali come arma di guerra, senza alcuna ricaduta concreta sulle vittime degli stupri. Le donne non si sono lasciate scoraggiare da questa drammatica presentazione della realtà e l’assemblea ha partecipato attivamente, ponendo domande e riunendosi in gruppi per un confronto tra tutti. Il confronto si è svolto anche con noi “internazionali” presenti, provenienti da Italia, Belgio, Spagna, e con due donne rappresentanti di organizzazioni simili al centro Olame, ma agenti a Kinshasa e nel Bandundu. Anne e Bernadette (le due rappresentanti) hanno condiviso la metodologia di lavoro e le loro speranze, hanno illustrato le attività nelle loro organizzazioni, risposto a numerose domande; hanno anche pubblicamente ammesso i loro timori e le loro resistenze a venire a Bukavu perché il Kivu ha nel resto del Congo la nomea di una regione pericolosissima, sia per l’instabilità politica sia per la violenza spicciola nei confronti delle donne. Sono state invece molto felici di avere avuto il coraggio di arrivare nel Kivu e scoprire una società vivissima che vuole vivere e ricostruire un tessuto sociale di pace, con l’aiuto di tutti coloro che sono disponibili alla relazione e all’impegno. Le donne hanno proposto a tutti, e a noi occidentali in particolare, di proseguire uno scambio di esperienze tra donne, per svolgere azioni sociali e politiche a tutti i livelli. Da parte nostra abbiamo letto, io e Fabiana, italiana presente nella nostra “delegazione” composta da 6 persone, la proposta che si sta sviluppando di segnalare per il Premio Nobel per la Pace 2010 “la donna africana”, per il suo lavoro insostituibile e magistrale nella gestione della famiglia e della società e per il suo ruolo nelle rivendicazioni dell’Africa come continente degno di rispetto e attenzione per i suoi abitanti e non solo per le sue materie prime. Il nostro intervento è stato accolto da un fragoroso applauso di sostegno. La partecipazione I gruppi di lavoro hanno richiesto fortemente a Ong e istituzioni un approccio partecipativo, che comprenda la consultazione e condivisione con gli abitanti e i beneficiari, prima di decidere progetti “di sviluppo”, implicando i giovani nell’azione di analisi e scelta dei progetti, anche per dar loro speranza e progettualità per il futuro. I partecipanti hanno anche riflettuto su quali strategie mettere in atto perché la donna possa occupare qualche posto decisionale a livello istituzionale, di comunità, ecclesiale e familiare, “perché la partecipazione della donna alla cosa pubblica non si può ridurre alle danze fuori dalle sale di riunione. Impegniamoci senza timori per proporci per la partecipazione diretta alla politica istituzionale. Impegniamoci a votare e sostenere le donne che si impegnano in politica. Impegniamoci a combattere i tabù maschilisti. Impegniamoci perché non succeda più come a quella donna che, per fare un piacere al marito, ha preso l’iniziativa di lavare la sua carta d’identità nel fiume fino a renderla bianca, inservibile… Prepariamoci e affrontiamo la vita pubblica”. Le ricchezze del sottosuolo A livello internazionale la sollecitazione è stata fortissima, nel documento finale sarà scritto che i partecipanti al “colloque” chiedono che la gestione delle ricchezze del sottosuolo del Kivu sia nelle mani del paese e che tutti gli stranieri armati, compresi i caschi blu dell’Onu della Monuc, lascino la regione insieme a diversi istituti internazionali, di cui non si capisce il reale scopo della presenza e l’attività concreta. Mi auguro di esser riuscita a trasmettere l’energia e la speranza delle congolesi per la costruzione di una cittadinanza e di uno Stato migliore, di un altro mondo possibile. Tre giorni di incontri serrati, di pugni nello stomaco sui contenuti, di apprezzamento per la profondità dell’analisi della situazione, di stima profonda per queste donne determinate più che mai a rimettere in piedi la loro splendida regione ed il loro paese. Il futuro? E i programmi futuri del Centro? Mi hanno presentato un programma triennale che comprende l’attenzione ai piccoli contadini marginalizzati, alle ragazze madri violentate e all’alfabetizzazione dei più piccoli, su 30 villaggi alla periferia di Bukavu, con l’obiettivo di migliorare il livello socio-economico e le dinamiche interne alle famiglie più marginalizzate. Mathilde sottolinea che “È un programma a partire da quel che si ha e non da quel che si potrebbe avere, perché la realtà è quel che si ha… ed è meglio non aspettarsi troppo”. Gli obiettivi sono comunque ambiziosi: sostenere la costruzione di case che rispettino un minimo di norme igieniche (finestre, servizi), migliorare le relazioni familiari, proporre la costituzione di cooperative di contadini, che da soli non hanno potere su nulla, rinforzare le capacità degli educatori che lavorano nei centri di formazione delle donne, creare centri che accolgano donne e ragazze in difficoltà dai 10 ai 50 anni. Già il centro dispone di 32 centri di recupero per i non alfabetizzati, che coinvolgono 6mila persone. Centro Olame, “che la vita sia prospera”, mai nome è stato più appropriato.Powered by !JoomlaComment 4.0 beta1






