LA STRADA, L’IMPEGNO, LE FRUSTRAZIONI, I SOGNI
Abbiamo inviato alcune domande (le stesse) a diverse donne africane sulla loro vita quotidiana. Per la costruzione di una società dove sia permesso soprattutto alle donne di essere se stesse. Persone, certo, impegnate, ma quotidiane, sconosciute. Ma sono proprio queste persone la ricchezza vera del continente africano. Ne è nata una sorta di “tavola rotonda” a distanza. Vi partecipano: Elisabeth Konan Lou Tra, 36 anni, Costa d’Avorio. Coordinatrice locale di un progetto “La casa di Anna” nella città di Daloe e in cinque villaggi dei dintorni. Billé Siké, sociologa, 56 anni, Camerun. Cofondatrice dell’Associazione di lotta contro la violenza alle donne e alle bambine (ALVF) in Camerun e responsabile dell’antenna ALVF dell’estremo Nord, a capo di un progetto contro i matrimoni precoci e forzati, e le violenze fatte alle bambine dentro e fuori la scuola. Minata Sokodogo, assistente sociale, 51 anni, Costa d’Avorio. Assistente sociale, militante per i diritti delle donne. Fa parte di due diverse associazioni di donne: l’Unione delle donne sénoufo del dipartimento di Korhogo a Bouaké e Yiriba (in lingua malinké “grande albero”). Ha scelto di apportare il suo contributo alle due associazioni sopra citate e di condividere con noi l’esperienza dell’associazione Yiriba di Tolakouadiokro. Marie-Louise Félicité Bidias, giornalista, 44 anni, Benin. Direttrice della rivista internazionale “Mayro Magazine”, da lei fondata tre anni fa. Specializzata nei settori dell’economia e sviluppo. Freihot Deribe, diplomata, 30 anni, Etiopia. Lavora da due anni presso una Ong italiana come coordinatrice di progetti sull’acqua nelle regioni del Wolaita e Gamo Gofa. Prima ha lavorato per tre anni in un ufficio governativo sempre nel settore dell’acqua. Kadidia Zerbo Ouedraogo, direttrice, 54 anni, Burkina Faso. È direttrice esecutiva dell’associazione “Wend Yaam” il cui obiettivo principale è quello di mettere in piedi attività generatrici di reddito.
Ci descriva brevemente la sua attività. Elisabeth Konan Lou Tra: il nostro scopo è l’alfabetizzazione e la promozione della donna in Costa d’Avorio. Nel 2008 abbiamo aperto dieci centri che ospitano circa 730 alunni in totale, soprattutto donne. Accanto a questi, vogliamo aprire un centro di formazione professionale, con lo scopo di reinserire in attività lavorative le donne che si trovano in situazioni difficili. Billé Siké: il lavoro che facciamo in associazione ha come finalità quella di rendere più consapevoli le donne del villaggio di Maroua. Nel corso del tempo abbiamo sensibilizzato le autorità amministrative, religiose, tradizionali. E anche i giornalisti. Abbiamo identificato insieme le violenze più praticate nei confronti delle donne: il matrimonio precoce e forzato, lo stupro, l’escissione, la preferenza data ai bambini maschi, soprattutto nell’istruzione, gli abusi sessuali. Per rimediare a queste violenze sono stati creati due centri per donne nella città di Maroua e in quella di Kousseri. In queste due strutture sono inserite le donne vittime e sopravvissute alla violenza. Il nostro lavoro non si ferma ai centri. La violenza sulle donne può essere combattuta solo attraverso la sensibilizzazione. Per questo denunciamo queste pratiche nelle trasmissioni radiofoniche, con comunicati stampa, diffondendo le testimonianze delle vittime. Denunciamo il rifiuto di quei genitori che non vogliono mandare le bambine a scuola. Nel corso del tempo abbiamo ottenuto dei risultati. A oggi c’è un dibattito intorno alla problematica, ci sono più denunce e si è creato un gruppo di militanti di 500 persone (uomini, donne e bambine). Anche nelle sfere della politica comincia a crearsi un dibattito: si stanno, infatti, integrando nel codice della famiglia delle normative che proibiscono tali pratiche. Minata Sokodogo: sono impegnata in diversi settori di attività sociale. Dai bambini di strada, alle vittime della tratta e della violenza. In particolare il nostro lavoro ha preso corpo durante la guerra civile, quando tutti i funzionari statali si sono recati nelle aree sotto il controllo governativo, lasciando completamente senza assistenza le altre zone. Qualche mio collega ed io siamo rimaste. Innanzitutto abbiamo cominciato a censire i malati che non potevano recarsi negli ospedali, le donne incinte, le donne che avevano partorito da poco. Mandavamo poi la lista agli agenti mandati dall’Unicef per ricevere cure a domicilio. Successivamente, tra il 2003-2006, ci siamo impegnate con il JRS (Servizio gesuita per i Rifugiati) per la sensibilizzazione sull’Hiv, la consulenza e l’assistenza di persone affette da Hiv, soprattutto le donne, che avevano il tasso di sieropositività più alto. È nel corso di visite a domicilio che ci siamo rese conto della vulnerabilità delle donne in questa crisi. Queste donne malate o non malate hanno avuto immediatamente fiducia in noi e così siamo diventate confidenti per molte di loro. Molto presto ci hanno chiesto di diventare loro portavoci presso gli organismi umanitari per aiutarle nella loro situazione. Così è nata l’idea di proporre loro di riunirsi in un gruppo di tontine moderne o in associazione di mutua assistenza per realizzare un’attività generatrice di reddito in modo da potere essere indipendenti anche economicamente. È sempre nobile contare su se stessi. Kadidia Zerbo/Ouedraogo. la nostra associazione, Wend Yaam, ha carattere umanitario, senza scopo di lucro, apolitica e aconfessionale. I nostri obiettivi principali sono accrescere i redditi delle donne stimolandole alla creatività in diversi settori dell’artigianato o in altri contesti che possano produrre reddito; migliorare le condizioni di vita dei membri della comunità; favorire lo sviluppo della donna, soprattutto nelle zone rurali; promuovere un avvenire migliore per la donna, appoggiandola in quel che necessita per mettere in piedi attività generatrici di reddito. L’associazione è gestita da donne che lavorano per il miglioramento delle loro condizioni di vita e, in linea generale, per la lotta alla povertà. Quali sono le maggiori difficoltà che ha incontrato e incontra nel suo impegno? Elisabeth Konan Lou Tra. La cultura per la quale una donna non ha il diritto di esprimersi liberamente – soprattutto in presenza degli uomini – limita la considerazione del lavoro sociale. Bisogna lottare anche contro le famiglie che pensano che l’istruzione per le ragazze non sia necessaria. Le donne devono occuparsi della casa e le ragazze istruite sono una minaccia per il potere degli uomini. Le donne che sono cresciute in questo contesto accettano la propria condizione d’inferiorità e di dipendenza dal marito. Inoltre bisogna lottare con una cultura dove la maggioranza degli uomini ivoriani vive ancora molto della gioia e della sofferenza del momento, e spesso a causa dei matrimoni e dei decessi essi spendono tutte le risorse che hanno guadagnato per diventare autosufficienti. Questo conduce ancora le persone a una condizione di povertà. Billé Siké. Posso parlare dei problemi che ho riscontrato durante la mia militanza. Negli anni ‘90 con il vento della democratizzazione, durante una riunione tra le associazioni e i partiti di opposizione siamo stati accerchiati dall’esercito: dicevano che l’incontro era stato proibito e che turbavamo l’ordine pubblico. Sempre durante questo periodo la mia associazione, poiché femminista, aveva preso una posizione radicale richiamando al cambiamento e preferendo una collaborazione con le forze di cambiamento: siamo state, per queste ragioni, convocate al commissariato per rinnegare queste scelte. Le altre compagne ed io ci siamo rifiutate di presentarci. Sono stata costretta a dormire fuori di casa per due mesi. Inoltre durante la lotta contro il matrimonio forzato e precoce, abbiamo subito numerose irruzioni della polizia. Minata Sokodogo. Non ho incontrato nessun problema per esercitare le mie attività. Segnalo solo che la nostra associazione fino ad ora ha ottenuto solo il riconoscimento municipale e non ancora quello nazionale. Kadidia Zerbo/Ouedraogo. Certo, molte difficoltà sono dettate proprio dal nostro mestiere, come ad esempio la fatica nel mobilitare le risorse necessarie per venire incontro ai bisogni della comunità; la mancanza di spazi disponibili per l’associazione; il ritardo o la perdita dei materiali provenienti dall’estero; la demotivazione delle donne dell’associazione dovuta alla mancata remunerazione dei loro sforzi; l’abbondanza di associazioni che lavorano spesso nello stesso settore. Marie-Louise Félicité Bidias. Ho avuto dei problemi per esercitare la mia professione qui in Benin. Non era evidente all’inizio della mia carriera, ma ho dovuto scontrarmi molto con i miei colleghi uomini. Generalmente non si da facilmente spazio e importanza alle donne. Ho lavorato per un quotidiano all’inizio della mia carriera, circa nove anni fa, dove mi avevano proposto di occuparmi, poiché donna, di questioni culinarie e consigli di bellezza. Mi avevano offerto di curare al riguardo una rubrica tutte le settimane, cosa che ho subito rifiutato, facendo comprendere loro che non ero entrata nel mondo del giornalismo per occuparmi di quello. Ho dovuto lottare molto. E ho capito che se volevo spuntarla, dovevo semplicemente perfezionarmi e professionalizzarmi. Col tempo ho capito che era importante per me una specializzazione e ho scelto Economia. Non ci sono molte donne giornaliste in Benin specializzate in questo settore. Ancora di più ho dovuto lottare perché è un settore prevalentemente maschile. Ma, lavorando bene, sono riuscita a impormi e, soprattutto, a imporre la mia penna. Freihot Deribe. Sì, ho trovato grandi difficoltà perché la gente si chiede come può una donna dirigere un lavoro. Solo dopo aver visto come lavori credono in te e nelle tue capacità. Ho scelto questa specializzazione perché, quando andavo a scuola, ho sempre sognato di diventare ingegnere, amavo la materia ed ero molta brava in matematica. Ho trovato subito posto al Water Resource Engeneering di Arba Minch. Mi piace tantissimo il mio lavoro (realizziamo piccoli acquedotti, protezioni sorgive, grandi serbatoi, ecc.), ma voglio a tutti i costi diventare ingegnere. Per questo sto frequentando, nei fine settimana, corsi di recupero per studenti lavoratori, all’università di Soddo, con gli stessi insegnanti di Arba Minch. Se in futuro riuscirò a laurearmi cercherò un nuovo lavoro come ingegnere. Pensa che il suo lavoro abbia influenzato e stia influenzando positivamente l’ambiente nel quale si sta impegnando? Elisabeth Konan Lou Tra. L’alfabetizzazione sta influenzando positivamente la società. Ogni giorno abbiamo nuove richieste d’iscrizione ai corsi. Le ragazze hanno visto come con l’istruzione si possono fare calcoli, scrivere, comunicare. Le donne stanno prendendo coraggio. Con l’apprendimento della lingua francese hanno la possibilità di avere più informazioni; vogliono comprendere, vogliono conoscere i propri diritti. Ogni giorno stanno diventando membri attivi della società, stanno influenzando le decisioni delle loro famiglie, si occupano con coscienza dei loro figli e stanno uscendo da una situazione di silenzio. Billé Siké. Oggi nel mio paese, la problematica del matrimonio precoce e forzato è divenuta visibile. Le bambine, le donne, qualche autorità religiosa e tradizionale si sono mobilitate per lottare contro tale pratica. Anche le autorità amministrative ne denunciano le conseguenze in tutta la regione. Minata Sokodogo. Penso che sia positivo. Nelle Tontines che abbiamo organizzato, le prime beneficiarie del prestito hanno buoni risultati. Cresce così l’interesse e l’entusiasmo delle donne del quartiere nel voler aderire all’associazione Yiriba. Alcuni mariti delle donne che fanno parte della nostra associazione si sono iscritti ai corsi di alfabetizzazione. Ma in altri centri, non nel nostro, per non farlo sapere al villaggio. Il luogo dove si svolgono i corsi di alfabetizzazione c’è stato prestato dal marito di uno dei nostri membri. Nel gruppo sono nate una solidarietà e una coesione, che vanno oltre le appartenenze etniche o religiose di ciascuno. Kadidia Zerbo/Ouedraogo. In generale ha avuto un impatto positivo. Con i mezzi di cui dispone, l’associazione ha promosso corsi di formazione e sensibilizzazione per gruppi di donne e altre associazioni, in particolare nella produzione artigianale del sapone a base di burro di karité. In totale sette organizzazioni di donne in zone rurali hanno beneficiato della formazione sul sapone. Le organizzazioni beneficiarie provengono da diverse province. In totale si tratta di 500 donne per ogni organizzazione. A oggi, 3500 donne impiegano le conoscenze acquisite durante questi corsi. Marie-Louise Félicité Bidias. Penso che il mio lavoro abbia influito positivamente sulla mia comunità. È pur vero che quando uno scrive non sa se i propri articoli saranno letti o meno. Invece, ho incontrato molte persone che hanno letto i miei scritti e che li hanno apprezzati. Ho dato anche molti consigli a giovani che stavano per la prima volta entrando nel mondo del giornalismo, soprattutto ragazze. Non finisco mai di incoraggiare le persone che incontro tutti i giorni a eccellere in quel che fanno e a non scoraggiarsi mai. Poiché in Africa, e nel Benin in particolare, le cose non sono sempre facili. Freihot Deribe. Io lavoro all’interno di un’Ong e la gente ci considera dei tecnici esperti di acqua. Nella sua comunità che opinione si ha del suo lavoro? Chi l’ha principalmente sostenuta? Qualcuno l’ha ostacolata? Elisabeth Konan Lou Tra. Mio padre è la figura principale che mi ha sostenuta in questa decisione. Lui è stato “agente di salute”, e ha sempre lottato per una presa di coscienza della società. I tempi stanno cambiando velocemente. I villaggi soprattutto stanno comprendendo che non c’è bisogno di aspettare l’intervento di uno Stato fantasma, ma che con semplici azioni è possibile migliorare la propria condizione. Le esperienze di villaggi che si organizzano in maniera autonoma per attivare scuole, centri per la salute e realizzare cooperative si stanno moltiplicando. Le decisioni sono spesso prese dalla comunità, e sta aumentando il numero di persone che vogliono cambiare le cose. È lampante come, grazie a una buona sensibilizzazione, la popolazione abbia adottato misure di prevenzione e come le campagne di vaccinazione abbiano permesso di sconfiggere malattie come la polmonite e il vaiolo. Spesso sono stata scoraggiata dalle persone che non sono capaci di capire o che non hanno la volontà di cambiare le cose. Billé Siké. Bisogna dire che non è stato facile per me portare avanti questa lotta nel mio paese, soprattutto perché avevo appena finito di studiare in Francia grazie all’aiuto dei miei genitori. Loro si aspettavano che io mi trovassi là un lavoro, mi sposassi e avessi dei bambini. Sfortunatamente la mia scelta è stata controcorrente, non sono sposata e non ho figli. Capisco la mia famiglia, ma volevo essere felice in questa vita e la felicità me l’ha portata questa esistenza di militanza. Una volta rientrata in Camerun sono stata reclutata dal Ministero della condizione delle donne, me ne sono andata perché non avevo il mio ufficio a causa delle mie idee. In un primo tempo sono stata considerata una folle, una rivoluzionaria, un’insoddisfatta sessualmente. Oggi, la realtà del vissuto quotidiano delle donne mi dà ragione e ricevo più rispetto. La mia forza veniva dalle altre femministe camerunesi. Sapere che in Camerun esistono altre donne che pensano come me mi rende più combattiva. In questa lotta, mi ha sostenuto molto anche la sorella di mio padre che si è sempre informata su ciò che facevo, dove mi trovavo... Ho conosciuto la pressione della polizia, l’umiliazione al Ministero della condizione della donna. Un Ministero che avevo scelto io stessa come luogo di lavoro dove poter portare il mio contributo, cambiando lo status della donna camerunese. Invece sono stata messa fuori come una calzetta bucata. Minata Sokodogo. Penso che l’opinione generale della comunità sia favorevole, visti gli incoraggiamenti da parte loro. L’associazione Jekawili ci ha sostenuto con consigli e ci ha donato il materiale didattico per i corsi. Kadidia Zerbo/Ouedraogo. La comunità apprezza e valuta positivamente le azioni che stiamo intraprendendo. Abbiamo avuto anche l’adesione di alcune istituzioni e ambasciate, che ci sostengono materialmente e moralmente. La nostra associazione ha conosciuto dei periodi di gioia intensa, di condivisione e solidarietà in uno spirito familiare, fino a quando, nel novembre 1997, ho ricevuto un invito dell’ufficio nazionale del commercio per un viaggio a Boston, negli Usa, un’occasione sognata da tutta l’associazione per farsi una reputazione e promuovere i suoi prodotti d’artigianato all’estero. Per l’occasione siamo stati sostenuti dalla Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel e da un’Ong di Bruxelles denominata Sos Faim. Abbiamo realizzato uno stock delle nostre più belle collezioni grazie ai prestiti di queste due organizzazioni che si sono sobbarcate i costi del viaggio. Quest’ultimo ha avuto luogo, ma ho dovuto constatare con disappunto, come anche la nostra delegazione ufficiale, che non era quello che ci aspettavamo, quanto piuttosto un incontro di uomini d’affari. I prodotti che avevo portato non sono stati neanche disimballati: per non essere costretta a riportarli indietro, ricordo che il capo della delegazione mi chiese di abbassare i prezzi per poterli smerciare con più facilità. Trovammo una donna americana interessata ai nostri prodotti, che si propose di acquistare le cose più belle. In quel momento, parlando con lei, ho avuto il desiderio di spiegarle la ragione della nostra presenza in quel posto e la provenienza dei prodotti. Sono i frutti degli sforzi delle donne di un’associazione, non stipendiate ma remunerate al pezzo; e sono tutti prodotti fatti a mano. Quello che percepiamo contribuisce a migliorare le nostre condizioni di vita e noi rappresentiamo un supporto per le nostre famiglie allargate, i cugini, gli zii e i loro bambini, senza ovviamente dimenticare i nostri. Ricordo che la donna mi ascoltò in silenzio e, a parer mio, comprese che il mio messaggio era importante e vitale per noi. Mi promise di fare tutto il possibile per aiutarmi a portare avanti le nostre attività nel nostro paese. Ma sono passati mesi senza che sia accaduto nulla, il guadagno di quella vendita non è mai arrivato. Con l’appoggio della nostra ambasciata negli Usa, abbiamo contattato questa donna, ma invano. Per questo sono ripartita per Boston al fine di chiarire la situazione. Ma nulla da fare, i contatti si erano interrotti e l’unico modo che mi era rimasto per chiudere la faccenda è stato portare il caso in tribunale. Il mio mediatore mi ha consigliato un avvocato cui ho spiegato il problema e che accettò di difenderci. Sono rientrata in Burkina Faso per la seconda volta a mani vuote; il colpo è stato molto duro, tanto che in seguito ho avuto dei gravi problemi di salute per l’enorme delusione. La truffa ha avuto luogo nel settembre 1997 e la sentenza c’è stata nel 2000. Abbiamo vinto il processo in contumacia, ma la somma che ci è stata versata non è servita neanche a rimborsare le spese di viaggio sostenute e la fattura. Mi sono trovata davanti ad una situazione catastrofica. Ho spiegato ai membri dell’associazione e a tutti gli amici come era andata la missione. Abbiamo inviato alcune lettere presso i nostri centri e partner per ricevere informazioni. Sebbene il nostro gruppo sia rimasto coeso e solidale di fronte a queste prove, la mancanza di risorse finanziarie è stata per noi un grosso handicap. Abbiamo conosciuto l’inferno, abbiamo toccato il fondo. Nel 2002, un’amica membro degli Artigiani del mondo residente a Troyes, cui avevo raccontato la nostra vicenda, mi ha messo in contatto con il responsabile di una comunità Emmaus in Francia. Questi mi ha ricevuta e, dopo avermi ascoltata, ha immediatamente inviato un sostegno economico alla nostra associazione, che ci ha dato un po’ di respiro. Abbiamo iniziato a guardare all’avvenire con più ottimismo. Ma la persona che ci ha aiutato, dopo poco tempo è venuta a mancare a causa di una malattia. Nel momento in cui vi parlo, la nostra associazione è ancora indebitata, sia all’interno che all’esterno del paese. Marie-Louise Félicité Bidias. La comunità africana, e beninese in particolare, spesso ha un’impressione negativa delle donne che lavorano da libere professioniste, compreso il campo del giornalismo. Può darsi che all’inizio abbiano contestato la mia scelta, ma sento che oggi sono riuscita a farmi accettare come giornalista e a far accettare la mia carriera. All’inizio è stata dura. All’epoca nessuno, compreso mio marito, credeva in quel che facevo, e pensava che questa idea di far carriera nel giornalismo passasse col tempo. In realtà, ho una formazione da tecnico di laboratorio di analisi biomedica. Poi ho abbandonato questo lavoro per consacrarmi al giornalismo. Quindi, sono arrivata a questo lavoro per amore e per passione. È stato proprio grazie a questa passione che ho ottenuto quello che ho oggi. Ma le mie più grandi difficoltà e delusioni sono iniziate nel momento in cui ho deciso di lanciare la rivista. Lì ho visto l’opposizione feroce di alcuni uomini, che non mancavano di scoraggiarmi in questa idea che consideravano assurda. Mi dicevano, e alcuni ancora mi dicono: “Marie-Louise, noi ti abbiamo detto che quest’idea non decollerà”. S’incontrano sempre persone come loro, che considerano gli altri incapaci e li scoraggiano. Pensa di aver raggiunto lo scopo che si prefiggeva quando ha iniziato questa attività? Elisabeth Konan Lou Tra. C’è ancora molto da fare. La guerra recente ha lasciato un paese molto stanco. Tra la popolazione si avverte un senso d’isolamento e abbandono. L’intervento dello Stato è insufficiente. I servizi sociali non hanno mezzi sufficienti. Le famiglie sono divise. C’è bisogno di ricostruire tutto. Bisogna dare coraggio alla popolazione. C’è bisogno della collaborazione di tutti per ripartire. Abbiamo costatato che la dipendenza dai paesi esteri non è stata sempre un vantaggio. Noi dobbiamo ricostruire il nostro paese con le nostre mani. Bisogna condividere le conoscenze, senza gelosie. Il bambino che ha la possibilità di andare a scuola oggi darà un’istruzione ai propri figli domani. Billé Siké. Penso di sì. Sono una donna soddisfatta perché ho potuto portare la lotta nel mio paese. Ho scelto il mio modo di vivere. Minata Sokodogo. Penso di aver portato un piccolo contributo personale alle attività. Molto resta ancora da fare. Kadidia Zerbo/Ouedraogo. No, non abbiamo raggiunto il nostro obiettivo sia a causa di questa truffa che per la mancanza di risorse finanziarie. A questa vicenda ha fato seguito una scia negativa rispetto al funzionamento della nostra associazione che dura ancora oggi. Abbiamo molti problemi, la lotta è dura e quotidiana, ma ogni giorno che passa bisogna vincere. Vincere soprattutto per le generazioni future. Non incroceremo mai le braccia. Le nostre motivazioni e i nostri sogni non s’indeboliscono nonostante le dure prove. Cerco di sorridere ogni giorno e mi ripeto che il buon Dio ci aiuterà. Freihot Deribe. Certo. Ho potuto iscrivermi a scuola e proseguire gli studi grazie all’appoggio di mio fratello maggiore che è maestro e svolge la sua professione in una scuola governativa di Addis Abeba. Mio padre è morto quando ero molto giovane, siamo 9 fratelli (7 femmine e 2 maschi). Io sono nata dopo 4 sorelle e ho proseguito gli studi dopo la dodicesima classe, mentre le mie sorelle maggiori erano impegnate nei lavori campestri. Bisogna cambiare qualcosa nel suo paese riguardo la condizione delle donne? In che modo? Elisabeth Konan Lou Tra. La percentuale delle ragazze che vanno a scuola è ancora bassa, gli uomini hanno ancora troppa paura delle ragazze istruite. Chi va a scuola conosce i propri diritti e può difendersi, può riprendere la propria dignità. Ancora oggi molte ragazze non possono parlare, vivono nell’ignoranza. Il controllo delle nascite è di estrema importanza e le donne devono esserne informate per uscire da una condizione di sottomissione che è ancora molto forte e presente. Billé Siké. Sì c’è tanto da fare. Le donne e le bambine vivono ancora violenze fisiche, psicologiche, politiche, sessuali ed economiche. Due mesi fa, la chiesa cattolica ha organizzato una marcia contro il Protocollo di Maputo (il Protocollo addizionale alla Carta dei Diritti umani e dei popoli che riguarda le donne). In Mali, i musulmani sono contro il codice della famiglia e della persona favorevole alle donne. Il futuro della donna africana, soprattutto delle nostre figlie, è in pericolo. Minata Sokodogo. Bisogna diffondere i diritti delle donne, offrire l’istruzione gratuita per i bambini e soprattutto per le bambine a livello primario. Garantire l’alfabetizzazione delle ragazze e delle donne, e facilitare l’accesso alla formazione professionale delle ragazze. Kadidia Zerbo/Ouedraogo. Sì, è necessario cambiare la condizione delle donne nel nostro paese, soprattutto insistendo sulla scolarizzazione delle bambine; il tasso è molto basso, la donna continua a essere relegata in secondo piano. Poi occorre far partecipare le donne alle sfere decisionali, dando loro dei posti di responsabilità a livello statale. Marie-Louise Félicité Bidias. Sì, penso sinceramente che bisogna cambiare qualcosa riguardo la condizione delle donne. Ma penso ugualmente che le donne debbano lottare. Nessuno verrà a cambiare le cose. C’è bisogno che le donne lottino e siano solidali tra di loro. Devono anche amarsi. Spesso le donne non si amano tra loro. È vero, c’è ancora tanto da fare, soprattutto quando si conoscono le condizioni difficili nelle quali fino ad oggi alcune donne si trovano. Ognuna di noi che ha iniziato a lottare per la propria emancipazione, ha il dovere di lavorare costantemente e di riflettere su quello che si può fare per aiutare coloro che sono rimaste indietro. Freihot Deribe. Io per il domani serberò nel cuore tanta speranza. Vorrei che fossero modificate le leggi del mio paese, e vorrei che tutte le ragazze potessero avere l’opportunità di terminare i loro studi secondari e universitari. Qui molte ragazze devono abbandonare gli studi perché quando tornano in famiglia, devono svolgere lavori domestici, accudire ai fratelli minori, prendere l’acqua alla fonte più vicina e per tutte queste ragioni non riesce a prepararsi per gli esami.






