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Elsa, Temesghen e le loro sorelle

Storie eritree

 

Il miracolo quotidiano dell’istruzione in Eritrea. La scuola diviene una scelta di speranza. Le storie di Elsa, Temesghen e di mille altre donne a cui la scuola ha ridato il futuro.

Donne che camminano, che gestiscono la famiglia in silenzio, formiche operose che costituiscono i punti saldi della società eritrea. Quando però la società cui appartengono diventa opprimente, soffocante, anche i nervi più saldi rischiano di sgretolarsi. È quello che succede a molte donne eritree, che vedono i loro sogni sbriciolati dalla quotidianità, da una vita che impedisce ogni prospettiva, che allontana le persone e annienta i sentimenti. Che fa delle giovani donne delle persone sole…

Le donne che frequentano il corso di Donnattiva, promosso dal GMA (Gruppo Missioni Africa), a St. Lucy Filippini School hanno alle spalle un passato di dolore e frustrazione, sono spesso giovani madri sole, che sono arrivate a bussare alle porte della scuola in preda al loro isolamento, ma con ancora un barlume di speranza che fa capire loro che forse qualcosa è ancora possibile. Ogni anno circa un centinaio di donne si iscrivono ai corsi, studiando materie come cucina, taglio e cucito, inglese, morale e igiene di base. Le donne possono stare insieme, si confrontano, si consigliano, si spronano.

 

Ma un corso di taglio e cucito, un diploma in economia domestica possono davvero cambiare la vita di una donna? Lo raccontano due donne di Asmara, che da qualche mese frequentano i corsi. Dalle loro testimonianze emerge che St. Lucy Filippini School non è solo una scuola professionale, è una scuola di speranza. Una ragazza madre Temesghen è una giovane madre di 30 anni. Ha un figlio di tre anni e vive con la sua famiglia di origine. Non è sposata, ed essere madre sola in Eritrea è motivo di isolamento da parte della società, per motivi morali, ma anche economici. Una donna non sposata con un figlio non verrà mai riconosciuta come membro della famiglia del padre del bambino e rischia di essere ripudiata dalla sua stessa famiglia. Il suo uomo, padre del bambino, ha lasciato il paese come fanno molti giovani eritrei.

 

Non dice dove sia, molti preferiscono non parlare dei loro cari espatriati, a meno che non abbiano storie di successo. L’unica informazione nota è che lui non è in grado di aiutarla. Da questo punto di vista Temesghen è fortunata, perché vive con la sua famiglia d’origine, è a carico della sorella, la quale lavora e mantiene la famiglia (sei persone) con i suoi 37 euro di stipendio. In passato Temesghen lavorava come donna delle pulizie, ma lo stipendio era veramente irrisorio. La soddisfazione e l’esperienza delle sue amiche, che si erano diplomate negli anni precedenti e oggi hanno un lavoro, l’hanno convinta a fare il salto: ha lasciato il lavoro per professionalizzarsi e cercare nuove forme di guadagno per il futuro. L’assenza del compagno e l’idea di crescere il figlio da sola in assoluta miseria la stava paralizzando. Ora, invece, con il corso, sta iniziando ad elaborare nuove idee, a vedere nuove vie di uscita dal suo stato. Chissà, forse un domani potrebbe lavorare autonomamente come sarta, e realizzare quegli abiti alla moda, di stile occidentale, tanto amati dalle donne eritree… Immigrazione e violenza Anche Elsa ha 30 anni. Ha alle spalle una vita di delusioni e un futuro che rischia di essere troppo breve.

 

Gli occhi con cui guarda avanti sono quelli dei suoi figli, che sono per lei la più grande preoccupazione, ma anche il motivo della sua determinazione. La figlia più grande, Rosa, è nata quattro anni fa in seguito ad una violenza. Elsa era una sognatrice, non voleva rassegnarsi alla mancanza di un futuro in Eritrea, voleva nuovi mondi, un futuro diverso, più libero. Aveva provato ad emigrare, come fanno tanti giovani del paese, prendendo accordi con quei trasportatori clandestini che settimanalmente partono da Asmara di notte, ammassano un po’ di giovani sulle loro auto o sui loro camion e tentano il passaggio verso il Sudan. Proprio all’inizio di questo viaggio della speranza Elsa fu violentata da un uomo. La speranza si trasformò in incubo, il viaggio terminò ancora prima del confine eritreo, Elsa dovette tornare in Asmara, ma non a casa dei genitori.

 

Dopo il tentativo di fuga e una gravidanza inattesa non poteva che tentare di cavarsela da sola. La violenza ha portato con sé anche il virus dell’Hiv. Ora madre e figlia sono infette. Il destino ha voluto che Elsa incontrasse un uomo nelle sue stesse condizioni: portatore di Hiv, solo ed isolato. Hanno unito i loro destini, le loro forze e le loro debolezze, portando alla luce il secondo figlio di Elsa. Lui ora ha quattro mesi. Non è dato sapere quale sarà il suo destino, se anche lui ha contratto il virus. Elsa ha grandi aspettative dal corso, il marito la sostiene moralmente convinto del beneficio che potrà trarne. Non solo per le nozioni tecniche che sta recependo e che già le stanno cambiando stile di vita, ma per l’incoraggiamento che riceve, per l’autostima che cresce. Non si sa se le sarà concesso di veder crescere i propri figli, certo ora li potrà crescere con un sorriso sulle labbra.

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