Anne Zingha, regina d’Angola
Sylvia Serbin *
Ha guidato per circa trent’anni il proprio popolo nell’Angola del XVII secolo. Fino alla sua morte a 82 anni, Anne Zingha ha opposto una feroce resistenza alle ambizioni del Portogallo sul suo regno. Conosciuta come la regina “la cui freccia raggiunge sempre l’obiettivo”, ancora oggi il popolo la ricorda come simbolo di fierezza e di dignità.
Quando i portoghesi nel 1484 sbarcarono in questa parte dell’Africa dalle caravelle dell’ammiraglio Diogo Cão, si sorpresero nello scoprire un vero eldorado di otto province insolitamente fertili, bagnate da numerosi corsi d’acqua e dotate di un’agricoltura alimentare autosufficiente e di allevamenti di bovini.
I borghi, percorsi da viali di aranci, melograni e limoni, erano collegati attraverso delle piste ben conservate. Nel XVI secolo, un visitatore europeo scrive che il luogo “offriva al viaggiatore lo spettacolo più splendente ed incantevole.
Vigneti immensi, campi che tutti gli anni offrivano una doppia mietitura e terreni per il pascolo. La natura sembra provare piacere a raccogliere qui tutti i vantaggi che le mani benefattrici non concedono che separatamente nelle altre contrade, e anche se neri, gli abitanti del regno di Angola sono generalmente abili e molto ingegnosi”.
I portoghesi trovarono in effetti una popolazione industriosa occupata in varie attività quali l’artigianato – tintura di velluti di rafia, lavorazione dell’avorio, concia di pelli, fabbricazione di utensili in rame - l’estrazione mineraria e il commercio transfrontaliero. Ma ciò che attirò la loro attenzione furono soprattutto i diamanti trasportati dal fiume Cuanza. Senza attendere, decisero di prendere ufficialmente possesso di quel luogo benedetto in nome di Sua Maestà re del Portogallo, al fine di farne uno scalo di approvvigionamento di schiavi per la valorizzazione dei territori del Brasile. Così, deportando massicciamente la popolazione locale, potevano diventare più facilmente i padroni delle ricchezze del paese.
Moschetti contro lance
Tuttavia, anche se i visitatori europei si credevano autorizzati ad appropriarsi di tutto ciò che si offriva ai loro occhi, questa contrada faceva parte del regno di Matamba-Ndongo. Rendendosi conto delle loro intenzioni, nel 1575 il sovrano dell’epoca lanciò i suoi soldati contro una colonna di ricognizione, attirando sul suo paese i fulmini dei conquistatori. Questi ultimi si lanciarono alla conquista del regno, che tentò di opporsi con tutte le proprie forze. Per più di un secolo, i moschetti portoghesi furono costretti a sputare il loro fuoco contro i guerrieri armati solo di lance e di coraggio. Le province costiere furono le prime a cadere. L’annessione del Ndongo amputerà il Matamba della sua facciata marittima e permetterà ai portoghesi di fondare la prosperità della città di Luanda sull’esportazione dell’oro, dei diamanti e degli schiavi destinati alle piantagioni americane. Anche se la sua superficie non cessava di ridursi, il Matamba diventò un simbolo della resistenza. Su questa terra regnava da più generazioni la famiglia della regina Zingha. Nel 1617, alla morte del padre che fu l’ottavo re del Matamba-Ndongo, il figlio primogenito s’impossessò del potere dopo aver fatto assassinare il successore designato dal defunto. Volendo respingere celermente l’avanzata dell’armata portoghese appostata a una cinquantina di chilometri da Cabasso, la sua capitale, Mani Ngola portò in battaglia trenta mila guerrieri pronti a morire con coraggio. Ma dopo alcuni mesi di una campagna disastrosa, nella quale più della metà della sua armata era caduta in battaglia, il re decise di ridiscutere un nuovo tracciato delle frontiere.
Luanda. Un porto per la tratta
Sua sorella, la principessa Zingha, peraltro detestata dal re, fu incaricata di andare a negoziare il trattato a Luanda. Dal suo vero nome Ngola Mbandi Nzinga Bandi Kia Ngola “la regina la cui freccia trova sempre l’obiettivo”, si deduce che fosse un’abile tattica, dal temperamento di ferro e dal carisma incontestato. Iniziata nella più tenera età da suo padre, che seguiva come un’ombra, ella aveva imparato ad agire come un “uomo” di Stato. Portata con la lettiga da una brigata di servitori, Zingha, accompagnata da una scorta di cortigiani e da un distaccamento dell’armata, fece diversi giorni di viaggio prima di arrivare a Luanda. Ai suoi occhi si presentò una città e un territorio che avevano subito diverse trasformazioni dopo l’arrivo dei portoghesi. La città aveva ormai l’aspetto di una città europea. Erano state costruite chiese (la prima nel 1505) e la città era stata disseminata di importanti residenze in legno, che ospitavano le nuove élite coloniali, e di hangar di schiavi indirizzati verso l’Atlantico. L’annuncio dell’arrivo dell’ambasciatrice angolana aveva attirato una folla di curiosi pieni di eccitazione agli sbocchi delle piste che conducevano a Matamba. Una scarica a salve di ventuno colpi di cannone infine tuonò, salutando l’arrivo della delegazione alle porte della capitale. Il corteo apparso diede il via a esclamazioni di entusiasmo tra la folla africana, sorvegliata da due colonne di militari portoghesi. Zingha era vestita con un pagne di fine velluto di rafia. Una stola di colore vivo posata a bandoliera sulle sue spalle le copriva appena il petto. La sua corona d’oro massiccio incastonata di pietre preziose e sormontata da un ciuffo di pietre multiformi formava un piccolo casco sulla sua testa. Tutto in lei traduceva la fierezza delle donne di alto lignaggio. Come indifferente alla curiosità manifestata al suo passaggio, la principessa osservava dalla sua lettiga l’universo estraneo che le si presentava. Le case rotonde di un tempo avevano fatto posto alle abitazioni colorate contornate da larghi balconi e forate da persiane di legno. Erano stati tracciati dei vicoli dove camminavano nuovi tipi di popolazione, più meticcia. Notava le numerose botteghe di commercianti portoghesi e l’ostentazione di alcuni neri agiati che avevano cambiato i loro costumi tradizionali con la tenuta occidentale.
Gli schiavi
Sentiva anche la rassegnazione delle persone comuni strappate dalle loro piantagioni di prodotti alimentari e private dei mestieri da cui traevano la loro sussistenza. L’amministrazione alla quale erano ormai assoggettati non riconosceva loro che un solo status, quello di schiavo o di servitore. D’altronde, costeggiando il porto ella scorgeva i marinai portoghesi, spagnoli, italiani, olandesi, indaffarati a imbarcare senza riguardo centinaia di schiavi allineati. Di guardia sulla banchina, i negrieri bianchi controllavano lo svolgersi delle operazioni con l’aiuto di intermediari afrobrasiliani venuti per la maggior parte dall’isola di São Tomé. Luanda aveva la reputazione di essere un porto di tratta feroce. Gli schiavi erano ammassati come animali e circa la metà di loro moriva per malnutrizione e per i brutali trattamenti prima del trasferimento nelle imbarcazioni. Accolta nel palazzo del governatore dal viceré del Portogallo in persona, Don João Correia Da Souza, Zingha fu condotta al salone dove dovevano avere luogo i negoziati. Ma entrando, ebbe un impercettibile moto di rigidezza. Aveva intravisto, poggiati a terra su un tappeto, di fronte all’unica poltrona di velluto rosso visibilmente destinata al viceré, due cuscini di broccato con le frange di fili d’oro. Ella comprese di colpo che quei cuscini erano destinati a lei. Questa differenza di trattamento simboleggiava uno stato di sottomissione che come sovrana la offendeva. Con un gesto secco ordinò a una delle sue dame di compagnia di avvicinarsi. La fantesca non ebbe bisogno di spiegazioni per comprendere lo sdegno della sua padrona. Ella si mise precipitosamente in ginocchio sul tappeto e, appoggiandosi sui gomiti, inclinò il busto in avanti e le presentò il dorso. Un brusio di smarrimento colse l’assemblea degli ufficiali portoghesi. Zingha si sedette su questa poltrona improvvisata per tutta la durata dell’incontro. La sua risposta sempre pronta e la sua abilità politica dominarono interamente l’incontro, raccontano le cronache portoghesi dell’epoca. Non cedette su nulla che sembrava ravvivare la dignità del suo popolo e riuscì a ottenere l’arretramento delle truppe straniere fuori dalle frontiere precedentemente riconosciute e il rispetto della sovranità di Matamba. Al momento di chiusura della negoziazione, il viceré suggerì che Matamba si ponesse sotto la protezione del re di Portogallo. Ciò presupponeva in realtà il pagamento di imposte di vassallaggio consistenti tramite la consegna di dodici - tredici mila schiavi all’amministrazione coloniale! Ma non conosceva la sua interlocutrice. “Sappiate, Signore - obiettò la regina - che se i Portoghesi hanno il vantaggio di possedere una civiltà e un sapere sconosciuto agli africani, gli uomini di Matamba hanno il privilegio di essere nella loro patria, in mezzo a ricchezze che, malgrado il suo potere, il re del Portogallo non potrà dare mai ai suoi sudditi. Voi esigete tributi da un popolo con cui avete tirato la corda. Ora sapete bene che noi pagheremo questo tributo il primo anno e l’anno seguente noi vi rifaremo la guerra per affrancarci. Accontentatevi di chiedere allora, e una volta per tutte, ciò che noi vi possiamo accordare”. Il dibattito fu chiuso. Mentre si stava congedando, Da Souza fece rimarcare, non senza un certo fastidio, che la giovane servitrice utilizzata come poltrona non aveva ancora lasciato la sua posizione. “L’ambasciatrice di un grande re - rispose Zingha con alterigia - non utilizza mai due volte la stessa cosa. Questa ragazza mi ha fatto da sedia. Da oggi lei non è più mia”.
La resistenza contro gli occupanti
E fu così che nell’anno 1612, Zingha entrò nella storia tormentata delle relazioni tra Portogallo e Angola. La pace non durò. Succeduta a suo fratello nel 1624, questa donna d’eccezione resistette all’esercito occidentale per quasi trent’anni di campagna militare ininterrotta, senza mai capitolare. Riunendo per la sua causa vari Stati vicini, prese la fiaccola della resistenza, riorganizzando il suo esercito in quadrati disciplinati. Fece addestrare i propri soldati con esercizi di resistenza, come aveva visto fare dagli europei. Costruì alleanze con altri eserciti africani, anche arruolando truppe di occupazione in cambio di terre e di forti ricompense. Utilizzò la polizia segreta, inviandola al porto di Luanda per spiare gli sbarchi di truppe appena giunte da Lisbona o dal Brasile. Utilizzò a suo favore la natura, scegliendo le stagioni portatrici di malaria per ostacolare le forze avversarie spossate dalla febbre alla quale non erano abituati. I viceré che si succedevano non potevano più sopportare gli insuccessi contro questa roccaforte indistruttibile. A 73 anni, Anne Zingha continuava a condurre le sue truppe tra le montagne, la foresta e la savana affinché nemmeno un’oncia del suo regno si perdesse. Poi, finalmente, arrivò l’accordo. Senza dubbio più avveduto dei suoi predecessori, il nuovo governatore Salvador Corréia aveva compreso che una guerra interminabile non sarebbe stata vantaggiosa per nessuna delle due le parti. I portoghesi rinunciarono così alle loro pretese sui Matamba e il 24 novembre 1657 fu ratificato un accordo tra il regno di Matamba e Lisbona. Ritornata la pace, Anne Zingha riprese le occupazioni quotidiane della sua carica. Risollevò l’agricoltura e riorganizzò la società affidando nuove responsabilità alle donne del regno. Morì il 17 dicembre 1664, all’età di 82 anni, mormorando: “Il mio solo rimpianto è di non lasciare un figlio che possa succedermi al trono di Matamba”. Stava rivivendo, mentre la morte la stava venendo a prendere, quel giorno maledetto in cui il suo unico figlio, un bambino di qualche mese che ancora prendeva il latte, fu assassinato dai sicari di suo fratello.
* La storia di questa regina si trova insieme con altre storie di regine africane nel libro dell’autrice “Reines d’Afrique” et heroïnes de la diaspora noire”.






