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Regine del Sahara

Nell’Africa del nord


Fiorenza Ferretti

 

Ritratti di donne amazzoni, cape-tribù e regine guerriere affiorano dall’antica storia del Sahara fino ai tempi più recenti dell’epopea berbera. Gli antenati dei Berberi - una delle etnie che popolarono il Sahara sin dalla preistoria - avevano non solo un’alta considerazione del ruolo delle donne nella società, ma estendevano loro alcuni compiti altrove riservati esclusivamente agli uomini.

Tra i popoli sahariani antenati dei Berberi le donne erano investite di responsabilità in vari settori dell’economia, fondamentali per la sopravvivenza della comunità (come la custodia delle greggi e la mungitura dei bovini).

 

Ma il loro ruolo non si limitava a questo: spesso partecipavano ad attività tipicamente maschili come la caccia o l’esercito, e avevano accesso al potere. Di tutto ciò si trova traccia, oltre che nelle testimonianze storiche, nelle rappresentazioni artistiche e nella tradizione orale, dove numerosi elementi confermano l’importanza della condizione femminile nella società paleoberbera, e nei successivi contesti sociali propriamente berberi, ivi compreso quello Tuareg.

 

Nell’arte rupestre

Nell’arte rupestre della fase cosiddetta “garamantica” o “libica” (Erodoto indicava come “libici” tutte i popoli abitanti a Ovest dell’Egitto) si trovano i primi segnali di questo particolare status femminile. Una pittura del Tassili n’Ajjer, a Tehount Teosakit, raffigura una donna che indossa un lungo abito e ha in mano un oggetto indefinito. Sta in piedi davanti a due uomini, uno dei quali seduto su uno sgabello: entrambi i personaggi maschili sono ritratti in atteggiamento deferente, l’uomo eretto s’inchina davanti alla donna, mentre quello seduto si leva il cappello in segno di rispetto, nonostante entrambi impugnino insegne di nobiltà, in particolare un bastone di comando. Personaggi di rango, dunque, inseriti in una scena di omaggio, che si ripete anche in altre occasioni e che denota una sorta di spirito cavalleresco da parte dei paleoberberi per le loro donne. Un messaggio analogo emerge in altre pitture come quella di Eberer, ancora nella regione del Tassili, oppure di Tamadjert, sempre sul Tassili. In due pitture dell’Akakus (Ouadi Teshuinat) l’artista è andato oltre: i due personaggi, chiaramente femminili per l’indicazione dei seni, appaiono in questo caso impugnare loro stessi il bastone di comando, e sfoggiano tra i capelli un’acconciatura di piume normalmente tipica degli uomini, e anch’essa attributo dei personaggi autorevoli e dei guerrieri. L’iconografia della donna investita di un particolare potere all’interno della comunità trova infine il suo apice in un disegno dipinto ancora su una parete dell’Akakus, a Tin Assigh, dove una “libica” indossa, assieme al copricapo di piume, un corpetto di pelle a bande incrociate: si tratta di un tipico accessorio da guerra, simile al balteo degli antichi guerrieri romani, formato da una striscia di cuoio pendente dalla spalla destra verso il fianco sinistro e viceversa, utilizzato per appendere la spada e al tempo stesso simbolo di virtù guerriera e di nobiltà. Le donne libiche partecipavano dunque anche alle attività militari? Come vedremo, una testimonianza relativa a donne-soldato o donne-amazzoni emerge da alcune fonti storiche e dalla tradizione orale… L’uso del corpetto di cuoio porta-armi è giunto fino a tempi recenti: i Tuareg lo chiamano elmejduden ed è uno dei simboli dell’attività guerriera. Durante una festa che si svolgeva nell’oasi tuareg di Ghat (Libia) fino al 1954, e poi definitivamente bandita, le donne si esibivano in una sorta di danza di guerra denominata la “battaglia del sale” nella quale indossavano proprio questo accessorio ritenuto indispensabile in battaglia. È il ricordo di un antico ruolo militare?

 

La veste di Atena

Altrove, nelle pitture rupestri, le nostre “libiche” impugnano addirittura scudo e giavellotto o appaiono alla guida di un carro da guerra. Le fonti storiche confermano la notizia di un’abitudine dei libici ad affidare il comando alle donne. Ad esempio in Erodoto (IV, 170 ss.): gli Asbisti, abitanti dell’interno, sono citati tra i più abili a guidare il carro e si dice che la loro regina è una donna… poi ci sono gli Zaueci, “le cui donne guidano i carri in battaglia”: sin da giovanissime, come le Asbiste, imparano - ci informa Erodoto - a domare e montare i cavalli e a condurre i carri. Un’eco dell’impegno bellico delle donne paleoberbere doveva essere giunta fino ai Greci se questi ultimi adottarono per la loro Atena, dea della guerra, un elemento tipico dell’abbigliamento femminile libico, l’egida, una specie di “grembiule” di pelle di capra. L’egida, attributo di Zeus e di Atena, aveva al centro l’effigie della Gorgone. È ancora Erodoto (IV, 189) a riferirci la notizia: “La veste e l’egida delle statue di Atena i Greci le presero dalle donne libiche, tranne pochi particolari (l’abito femminile libico è di cuoio, le frange che pendono dalle egide sono semplici strisce e non rappresentano serpenti), per il resto il modello è rispettato fedelmente. D’altra parte persino il nome rivela la provenienza libica dell’abbigliamento dei Palladi: le donne di Libia portano intorno alla veste delle pelli di capra rasate e ornate con frange, tinte di rosso, e da queste pelli (egee) i Greci derivarono il termine di egida”. Erodoto riporta anche che il popolo dei Macli (a est del fiume Tritone) celebrava una festa annuale in onore di una dea indigena simile ad Atena, in occasione della quale le ragazze più belle sfilavano in processione armate fino ai denti; in seguito si svolgeva un combattimento. Durante la festa venivano lanciate grida di yu-yu come quelle che si levavano in Grecia durante i sacrifici ad Atena. Le due figure femminili con bastone di comando dell’Ouadi Teshuinat, citate precedentemente, indossano anche loro un “grembiulino” del tutto simile all’accessorio in pelle dal quale i Greci derivarono l’egida di Atena.

 

La figlia di Ammone

Durante il 3° periodo intermedio, nella città di Bubastis un membro della famiglia dei Meshwesh diventa il primo faraone libico della storia egiziana. Si tratta di Sheshonq I, “grande capo dei Ma”, il “Sesac” citato dalla Bibbia come invasore della Palestina. È questa una fase storica che offre varie prove dell’importanza del ruolo femminile in ambiente “libico”, ovvero paleoberbero. I faraoni libici, da Seshonq in poi, rivendicano un’ascendenza divina “al femminile”: si dichiarano, infatti, “profeti di Neith”, divinità preistorica dei libici e, sotto la loro guida, l’Egitto vede un particolare sviluppo del culto di Ammone (anch’essa divinità di origine libica, sahariana), al quale è connesso l’importante ufficio delle “adoratrici del dio”. È questa una carica tutta al femminile, al tempo stesso religiosa e temporale, strettamente legata alla dinastia regale. Il ruolo delle donne nell’Antico Egitto era sempre stato di primo piano, ma in questa fase diventa ancora più rilevante e appare spesso legato all’enorme importanza raggiunta dal culto di Amun-Ra. Una caratteristica di questa fase della storia tardo-egizia è proprio l’importanza acquisita dalle principesse reali che portano il nome di “sposa divina di Amun (Ammone)”, “adoratrice del dio” o “mano del dio”. La carica nasce durante la 21° dinastia, quella dei re di Tanis, e si sviluppa nel corso della 22° proprio con i re libici. La “sposa del dio” è di solito una delle figlie del re, consacrata ad Ammone e votata interamente al dio, con il divieto assoluto di qualunque rapporto carnale con gli uomini. La carica passa da una principessa all’altra mediante il meccanismo “dell’adozione”: la “sposa di Ammone” in carica “adotta” la principessa destinata a succederle, associandola a sé fino alla propria morte. A questo punto è la nuova “sposa” ad assumere definitivamente il potere, scegliendo a sua volta colei che la sostituirà in futuro. Per circa mezzo millennio a partire dal 1000 a.C. fino all’invasione persiana (525 a.C.) è una dinastia di donne, “le divine adoratrici”, a governare la città di Tebe: si tratta di sacerdotesse iniziate ai misteri del dio, votate alla verginità in virtù del proprio ruolo di “spose divine” e con potere spirituale, ma anche temporale, sulla più importante città santa dell’Alto Egitto. Buona parte della dinastia delle “divine adoratrici” è formata da principesse libiche.

 

Le Amazzoni

Doti belliche, verginità. Due qualità che emergono dai ritratti delle antiche libiche. A questo punto non si può fare a meno di pensare alla figura mitologica che principalmente incarna entrambe le virtù: quella dell’amazzone. Le origini delle Amazzoni, almeno delle più note, si collocano in Grecia: figlie di Ares. Ma tracce “storiche” dell’esistenza di Amazzoni emergono anche dalla storia dell’Africa: nel 17° secolo il re del Dahomey (Benin) aveva guardie del corpo donne, fino alla conquista francese del 1894; lo stesso Gheddafi si avvale di una guardia del corpo femminile. Nella “Biblioteca storica” di Diodoro Siculo, autore greco che visitò l’Egitto nel I secolo a.C. in occasione della 180° Olimpiade (60-56 a.C.) e pubblicò la sua opera nel 30 a.C. prima che l’Egitto diventasse provincia romana, si parla di “amazzoni libiche”. L’opera di Diodoro è una storia universale in 40 libri, dalle origini mitiche fino alla spedizione di Cesare in Gallia, incentrata anche sugli aspetti geografici, culturali ed etnici, basata in larga parte sulla tradizione orale e su storici precedenti (dal VI secolo a. C. in poi). Al capitolo 52 del Libro III si parla delle “Amazzoni africane che abitano la Libia”, che sarebbero - dice Diodoro - “più antiche di quelle del Termodonte” ed “hanno compiuto grandi imprese”. Diodoro riferisce che “ci sono state in Libia varie razze di donne guerriere” delle quali evidenzia bravura e coraggio. E aggiunge: “Si dice che ai confini della terra e a Occidente della Libia ci sia una nazione governata dalle donne… È uso che le donne prestino servizio militare per un tempo stabilito e conservando la loro verginità. Solo quando hanno terminato il servizio militare si avvicinano agli uomini per averne dei bambini”. Qui - aggiunge lo storico greco - accedono alle cariche pubbliche, mentre gli uomini si occupano delle faccende domestiche, restando fuori dall’esercito a dalle funzioni pubbliche. Quando nasce una bambina le si bruciano i seni perché sarebbero scomodi nell’esercizio dell’attività militare”. Diodoro ci informa anche delle numerose imprese militari di queste Amazzoni libiche abitanti in “un’isola nel lago Tritonide… ai piedi di quel paese che i Greci chiamano Atlante”. Le donne guerriere della Libia “assoggettarono - riferisce ancora Diodoro Siculo - molte tribù dei libici nomadi”… ed erano guidate da una regina, Myrina, con un esercito di donne fanti e cavallerizze. Come armi di difesa portavano “pelli di serpente, poiché la Libia produce rettili in grande quantità”, mentre come armi da offesa avevano spade, lance ed archi. I cadaveri delle Amazzoni uccise in battaglia vennero bruciati su roghi e sepolti in tombe “che si chiamano ancora oggi tombe delle Amazzoni”. La regina Myrina, sempre secondo Diodoro, dopo aver assoggettato tutti i territori circostanti si sarebbe spinta fino in Egitto… È noto che nell’opera di Diodoro - come già nelle sue fonti (Erodoto, Ctesia, Clitarco, Duride, Posidonio, Polibio, Timeo) - spesso si mescolano mito e storia, ma non vi è dubbio che la tradizione raccolta in Egitto abbia una base di realtà. Si tratta del ricordo delle “regine libiche”, perpetuato anche dagli annali egiziani?

 

I Tuareg

È più o meno quanto si verifica, in tempi più recenti, nella tradizione mitologica berbera relativa ad alcune figure femminili carismatiche, sia che siano intrise di semplice autorità regale (come la mitica antenata dei Tuareg, la regina Tin Hinan) o di vero e proprio spirito guerriero, come Kahina, una delle maggiori oppositrici all’invasione araba del Nord Africa. Qui il ricordo di un ruolo preminente della donna nella società affiora e si coagula attorno a personaggi che acquistano una vera e propria valenza storica. Tra i Tuareg, etnia di origine berbera, la donna erediterà molti diritti delle antiche antenate proto e paleoberbere. La donna Tuareg ha una posizione eminente nella famiglia e nella società, è depositaria della cultura (scrittura, tradizione orale), ha un ruolo economico all’interno della famiglia, trasmette il rango ai figli, può divorziare e resta proprietaria dei principali beni familiari in caso di divorzio. E alle origini della storia dei Tuareg c’è una donna: la regina Tin Hinan. Il nome di Tin Hinan, nell’universo mitico dei Tuareg, è sinonimo di autorità, nobiltà, cultura, civiltà. È lei che segna l’inizio della storia per questo popolo originariamente nomade e privo di una letteratura scritta. Del mito di Tin Hinan, tramandato esclusivamente per via orale, esistono innumerevoli versioni. Con alcuni punti cardine. In un tempo imprecisato e remoto, una regina profuga dal suo regno (localizzato nel Tafilalet, ai confini con il Marocco) giunge in Sahara assieme alla sua fedele ancella, Takamat. La regina si chiama Tin Hinan (tin heinan, lett. in tamshaq, “quella delle tende”). Dopo molte avventure, le due donne riusciranno a sopravvivere e ad approdare in una regione, quella dell’Hoggar, dove vive una popolazione autoctona ignorante e “senza dio”, gli Issabaten. Nell’Hoggar, Tin Hinan getterà le basi del suo nuovo regno: sono le origini della nobile etnia dei Tuareg. Da lei e dalle sue discendenti avranno origine le tribù nobili, mentre dai discendenti della sua ancella ed amica Takamat discenderanno le tribù vassalle. Due donne, quindi, sono i capostipiti delle principali classi sociali alla base della società Tuareg. Il ruolo determinante di Tin Hinan nella costruzione della cultura e dell’identità dell’etnia Tuareg ricorda per molti aspetti quello ricoperto da un’altra eroina della tradizione berbera, Kahina. Nel cuore dell’Aures vive nel VII secolo dopo Cristo la potente tribù dei Djeraoua, forse di origine ebraica, di cui è regina Kahina, donna dalla straordinaria bellezza e dotata di poteri soprannaturali, capace di prevedere il futuro e guarire le malattie e altrettanto abile nell’amministrare la giustizia, talvolta con implacabile crudeltà. Nel momento in cui gli Arabi invadono il Nord Africa, Kahina si mette alla testa di una coalizione che mira a respingere gli invasori e a difendere la propria fede dall’imposizione dell’Islam. La storia di Kahina viene rivendicata sia dagli Ebrei che dai Berberi. Nessun’altra leggenda del Nord Africa è stata trasformata, diffusa e raccontata come il mito di Kahina: la sua storia è stata il supporto ideologico per le battaglie contro il colonialismo, punto di riferimento per il nazionalismo Nord africano, cardine per la rivendicazione dell’identità berbera e per il femminismo dei paesi arabi.

 

* Il testo qui sintetizzato è stato pubblicato dalla rivista “Africa” dell’Isiao.

 

BIBLIOGRAFIA: N. Didier, “Kahena, Reine d’Ifrikia”, Paris, 1998. P. Pandolfi, «Tin Hinan et Takama ancetres légendaires des Kel Ahaggar», in “Les Touaregs de l’Ahaggar”, Paris, Karthala, 1998. M. Hachid, «Les premières Berberes entre Méditerranée, Tassili et Nil», Edisud, Aix-en-Provence, 2000. S. Serbin, «Reines d’Afrique et heroines de la diaspora noire», Paris, Sepia, 2005. A. Gardiner, “La civiltà egizia”, Torino 1971. E. Leva, «Mythes grecs et decors africains», “Le Saharien”, EA n. 32, p. 53-55. M. Brulard, «N’Tchisent, la fete du sel à Ghat au 27 Ramadhan», «Le Saharien», BL 25, p. 12-17. Erodoto, «Storie», Libro IV. Diodoro Siculo, “Biblioteca”, IV.

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