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Le prime reazioni

Il NOPPAW visto da...


Cominciano a giungere ai promotori le prime testimonianze e le prime reazioni. Invitiamo tutti i nostri lettori a collegarsi al sito, firmare l’appello ed esprimere il loro pensiero in proposito: www.noppaw.org.

Patrizia Sentinelli

È stata Wangari Maathai la prima donna africana insignita del Premio Nobel per la Pace. Era il 2004. Il premio ha dato valore e riconoscimento all’impegno da lei profuso per l’ambiente e i diritti. Biologa keniota ,Wangari Maathai è stata così il simbolo di una concreta realizzazione di percorsi di pace. Donna di scienza e di movimento, ci ha detto della grandezza dei problemi dell’Africa, ma anche delle nuove speranze che si provano a concretizzare. Con la proposta del premio non a una singola persona, benché così rappresentativa come la Maathai, si vuole riconoscere alle donne d’Africa, come insieme diversificato e plurale, il ruolo di soggetto sociale e politico “forte”, e perciò un valore speciale. Nelle diverse aree del continente sono ormai tanti tra militanti di volontariato, giornalisti, intellettuali e movimenti a dirci che le donne sono le più capaci e determinate nel raggiungimento degli obiettivi, nella realizzazione di imprese sociali, nell’assistenza e nella relazione di cura, nelle lotte a difesa del territorio, dell’acqua e del cibo, e le più intransigenti nelle battaglie contro la corruzione nel governo della cosa pubblica. Sono note le grandi esperienze positive legate all’esercizio del microcredito, o allo sviluppo delle attività agricole rurali che le vedono protagoniste consapevoli e competenti, così come sono ancora troppe le morti per parto, per Aids e i troppi diritti loro negati. Il Premio Nobel assegnato ad una collettività non è certo un’eccezione. Basti pensare a quello del 1981 all’UNHCR (Alto commisario Onu per i rifugiati) o a quello a Medici senza frontiere nel 1999 o ancora ad Amnesty Internazional nel 1977. Ma in questo caso si tratta di riconoscere un merito non a un’organizzazione, bensì a un insieme, appunto alle donne africane, valore in sé. Viviamo in tempi di crisi planetaria. Una crisi economica, sociale, ambientale, forse senza precedenti. I paesi già impoveriti, come l’Africa, rischiano la deriva. La globalizzazione neoliberista che sembrava promettere maggiori ricchezze e benessere a tutte le popolazioni mostra il volto del fallimento. Aumentano la povertà e la disperazione. Serve davvero un cambio di passo per redistribuire poteri e ben vivere. Un nuovo modello di economia volto a garantire cibo, acqua, terra, diritto alla conoscenza, alla cultura, alla democrazia. Ma i progressi, che si sono misurati anche in termini di nuovi processi democratici, rischiano l’involuzione. La crisi, infatti, deprime non solo gli investimenti, ma peggiora le condizioni politiche: cresce l’instabilità e l’insicurezza. L’Africa subsahariana finanzia con le risorse provenienti dall’aiuto pubblico allo sviluppo il 35-50% delle spese nel settore sociale e d’investimento a bilancio. Ma la stessa Banca mondiale ha stimato un deficit nella bilancia dei pagamenti per tutti i paesi a basso reddito intorno ai 700 miliardi di dollari. Ciò comporterà un indebolimento nella programmazione e soprattutto un sostegno minore ai sistemi nazionali, in particolare a quelli sanitari ed educativi. Crescerà il numero dei decessi tra i bambini sotto i 5 anni, afferma l’ultimo rapporto di Action Aid. E in tutta l’area dei paesi cosiddetti in via di sviluppo crescerà il debito estero. Occorre, perciò, un cambiamento e una responsabilità rinnovata da parte della comunità internazionale. Ma le risposte ancora non sono adeguate e l’aps è in contrazione ovunque (il nostro paese ha ridotto gli aiuti del 70%!). Recentemente il premier keniota, Railla Amongo Odilla, ha detto parole dure a tal proposito, denunciando le facili e misere promesse di aiuto da parte della comunità internazionale: “Gli aiuti della comunità internazionale sono solo noccioline”, ha affermato riferendosi ai 20 miliardi di dollari in tre anni destinati dal G8 all’agricoltura in Africa. Si deve rapidamente disegnare un’altra politica. Anche per combattere, come nel nostro paese, le politiche razziste e xenofobe che si realizzano e diffondono. Basti pensare alle nuove leggi sull’immigrazione e ai respingimenti incivili. A chi prova a costruirsi un futuro di speranza in paesi diversi si risponde con la chiusura delle frontiere e gli allontanamenti. Invece devono essere ricostruite nuove politiche di accoglienza e democrazia. È in questo contesto che nasce la nostra proposta. Il Premio Nobel per la Pace alle donne africane rappresenta in modo significativo un cambiamento di visuale, un mutamento di senso per ricominciare a costruire relazioni internazionali di pace e non di sopraffazione. Anche l’autorevole New York Times ha dedicato qualche tempo fa la sua prestigiosa rivista alle donne, alla loro capacità di garantire successo nelle attività intraprese e ai loro diritti ancora violati. Solo loro, scrive, possono vincere povertà ed estremismo. Anche la segretaria di Stato americana Hillary Clinton durante i suoi recenti viaggi ha rivolto particolare attenzione alle tante discriminazioni subite dalle donne, capaci però nel contempo di lottare per la difesa del territorio, dell’acqua, del cibo, della salute. Sono segnali che ci confortano perché la nostra campagna deve essere larga e sostenuta da movimenti e istituzioni. Dal mondo della politica, della cultura e dalla società. Perciò servono una vasta mobilitazione, discussione, confronto e ascolto. La campagna ci servirà anche per imparare e conoscere.

 

Susanna Garavaglia

Scrittrice Appoggio con molto piacere la proposta di candidare le donne africane al Nobel per la Pace: mi sembra giusto e in linea con il Nuovo Tempo un Nobel collettivo che metta in luce come un vero cambiamento ora possa avvenire soltanto se muta la coscienza globale. E queste donne, sconosciute nella loro individualità ma forti e determinate, ci stanno dimostrando come in una situazione spesso catastrofica si possano trovare quei semi da coltivare per rinascere cresciuti e dare un nuovo volto non solo alla propria vita, ma a quella dell’intera popolazione. È finita l’era del singolo salvatore e il vero cambiamento che può portare la pace nasce da una sinergia di persone veramente trasformate e trasformanti, non soltanto da parole.

 

Bianca Maria Pomeranzi

Ministero degli Esteri Mi sembra che la proposta del Cipsi per il Nobel per la Pace alle donne africane sia una iniziativa opportuna e importante. Credo però che si debbano valorizzare nello stesso tempo le singole situazioni di conflitto, le individualità eminenti, che non mancano e che in alcuni casi sono ben conosciute, ma anche e soprattutto l’operato di quelle donne che quotidianamente lavorano per prevenire e dare una risposta ai danni della guerre. In Africa, più che altrove, vi è la consapevolezza della capacità delle donne di affrontare le condizioni materiali dell’esistenza propria e dei propri cari. Purtroppo questa consapevolezza non diviene mai una cessione di sovranità nello spazio pubblico, con grande danno delle popolazioni. Anzi le donne sono descritte come vittime bisognose di aiuto e non come risorse da tenere in conto per costruire il bene comune. La Campagna per il Nobel dovrebbe fare chiarezza proprio su questo punto e favorire una trasformazione di questa erronea valutazione. Il prossimo anno ricorre il quindicinale dalla Conferenza Onu di Pechino sulle donne; anche questa ricorrenza può fornire una buona occasione per la Campagna.

 

Tonio Dell’Olio

Sono le donne ad alzare la voce per dire al mondo che l’Africa e i suoi abitanti hanno gli stessi diritti di tutte le terre del mondo. Sono le donne africane a tener fede agli impegni assunti nelle forme del microcredito e a dar vita coraggiosamente a cooperative di lavoro per creare opportunità di sviluppo. Sono donne a far sentire l’urlo di dolore delle guerre e della fame e da tempo le vedi come valorose giornaliste pronte a denunciare violenze e soprusi. Sono protagoniste silenziose di progetti sanitari soprattutto contro l’Aids che in Africa miete vittime ogni giorno. Meritano davvero il Nobel per la pace! Non più solo una, come pure è avvenuto in passato, ma tutte e tutte insieme. Sarebbe un Nobel collettivo che riconosce la fatica e insieme dà forza. È nell’utero di queste donne che si nasconde il futuro, il riscatto e la liberazione di un continente che paga il prezzo più alto dell’egoismo del nord del mondo. L’Africa si aiuta anche così.

 

Giancarla Codrignani

Per lunghi decenni, dell’età primigenia sono stati scoperti in Africa, che si ritiene la culla degli umani, scheletri sempre maschili, senza che la paleontologia dicesse se si riproducevano da soli; poi gli scienziati hanno finito per scoprire che era esistita anche Lucy e si è capito che, sì, all’origine c’erano anche le donne. Oggi non ci rendiamo ancora conto di quanto l’Africa sia centrale nei nostri conti sul futuro. Certo, petrolio e gas, oro e diamanti, uranio e coltan da sfruttare li abbiamo “scoperti” da un pezzo e perfino diamo per scontata la deplorazione sul nostro sfruttamento. Quanto agli africani, tanta gente li ritiene ancora in una fase se non di evoluzione, almeno di sviluppo inferiore al nostro. Non si accorgono che viviamo tutti nella stessa globalizzazione, con gli stessi mezzi di comunicazione: nessuno può stare fuori dal circuito internazionale per sempre e gli africani (per la verità, non disinteressatamente, i cinesi ne sono già ben consapevoli), saranno attori importanti nell’immediato domani. Quello che né da noi né in Africa viene percepito come un valore necessariamente in progress, sono le figlie di Lucy, le donne africane. Come da noi, i governi arrivano a farle ministre e il parlamento del Rwanda ne registra quasi il 50%: ammesse, purché siano complici dell’omologazione. Ci sono, ma senza poter cambiare le politiche, soprattutto quelle di genere. Non è questione di femminismo (che, a prescindere dal termine, è una cultura ormai universale, anche se limitata a minoranze per la verità non solo élitarie). È che sono le donne a sostenere tutti i paesi africani con il loro lavoro, spesso più gravoso di quello maschile, ma soprattutto con la “cura” della “riproduzione” (intendendo per “cura” la presa di responsabilità su cose, persone e ambienti e per “riproduzione” un compito tradizionalmente legato al ruolo femminile e alla fecondità intesa come “onore” delle donne, anche se ormai le africane sentono che non solo loro dovrebbero contribuire alle opere della sopravvivenza e della convivenza). Forse più che in altre aree, sono le africane che tengono in piedi un intero continente: mettono al mondo i bambini, alimentano, vestono, custodiscono le case degli uomini e, nella sostanza, gli Stati. Di fatto la maggior parte percepisce solo intuitivamente la necessità di una politica propria e le associazioni non sono ancora in grado di dare voce alla denuncia del danno che uomini e Stati producono non valorizzando i valori femminili. Tuttavia qualcosa segnala modesti cambiamenti: qualche Stato ha legiferato vietando le mutilazioni sessuali; il tasso di natalità previsto dalle agenzie internazionali è risultato inferiore alle stime perché si fa strada la contraccezione per donne che non vogliono vedere la morte precoce dei loro nati; dalla pratica di villaggio della tontine molte sono passate al deposito in banca del modesto ricavato del proprio lavoro per fare studiare i figli. Ma le guerre le stanno facendo a pezzi e tutte le parti conflittuali praticano uccisioni di genere e stupri efferati di gruppo: odiano la guerra, ma debbono subire nelle forme più odiose e occultate... Le conosciamo tutti: donne che portano pesi d’acqua dai pozzi lontani, pesi di legna per accendere il fuoco, pesi di bambini attaccati alla schiena mentre lavorano, pesi di uomini che non le rispettano neppure in famiglia, pesi di ignoranza non voluta, pesi di vergogna immeritata, pesi di sfruttamento e di morte quando sperano di emigrare... È come se dalle amiche che conosciamo - e che sentiamo pronte a cercare per le proprie società le stesse realizzazioni che pensiamo noi - percepissimo la voce collettiva di un intero continente. Una per una sono lì, in piedi. Alcune hanno studiato e alzano la voce e la penna; altre sono ancora vittime consenzienti delle antiche tradizioni in cui sono state allevate; le giovani incominciano ad avere un po’ più di scuola ma sono già depredate del futuro dalle gravidanze; nelle aree di nuova islamizzazione tutte cercano di non farsi notare; se sono un po’ strane sono giudicate streghe e rischiano il linciaggio; a milioni abortiscono nella segretezza, a milioni muoiono di parto e di incuria, a milioni vengono contagiate dall’Aids da cui deriva anche l’accusa di essere veicolo di morte... Tutte, una per una, sono degne di essere risarcite dalla storia che avanza. Sono contenta che incominciamo con questa pietra miliare simbolica del Nobel.

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