È piena di taniche gialle l’Africa che cammina. Su strade polverose che solcano la savana o la foresta. Oppure ai cigli delle strade dove, fin dal mattino, piedi veloci e spesso scalzi scansano il passaggio di camion o di automobili. Vanno a prendere l’acqua che servirà alla famiglia per la giornata. E spesso sono decine di chilometri di strada, con sulla testa, appunto, la tanica gialla e sulle spalle un piccolo che dorme. Oppure, si incamminano verso il mercato portandosi sempre sulla testa un cesto di piccole cose.
Dovranno cercare lungo la giornata di vendere il loro prodotto, portare a casa il ricavato per nutrire la famiglia, insieme con qualcosa d’altro da rimettere nel cesto la mattina dopo per ricominciare la trafila della sopravvivenza. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana. Non ci sono feste nel calendario di queste donne africane che portano sulle loro spalle il peso di un intero continente. Perché, ormai lo hanno capito tutti, l’Africa cammina sui piedi delle donne. Elisa Kidané, in un passo che troveremo nelle pagine che seguiranno, ci dice che le donne africane sanno innanzitutto resistere.
Se l’Africa continua, nonostante tutto, a reggersi in piedi e a riprodurre la vita, è per la forza di queste donne che, silenziosamente, senza fare rumore, spesso senza pretendere nulla, continuano a resistere. In nome della vita. Donne che resistono, dunque. Ma anche donne che tessono. Tessono relazioni. Il mercato africano, fatto quasi tutto da donne, è il luogo tipico dell’incontro, delle relazioni. Qui la vita si vede quasi impressa in una fotografia in continuo movimento. Qui nasce l’Africa che non si arrende. Né di fronte alla povertà. Né di fronte alla guerra. Né di fronte alla morte.
Cocciute, in una sorta di patto costitutivo con la vita, sono le donne che sanno andare oltre, sempre oltre, per dare speranza in un futuro umano per i loro figli. Un rapporto, quello delle mamme africane con i loro figli, fatto di contatto fisico, pelle a pelle. In ogni momento: quando camminano, quando lavorano, quando cucinano, quando sono al mercato. Un rapporto che dà sicurezza e permette ai bambini, quando saranno grandi, di camminare dritti sulle loro gambe. In Africa sono le donne che reggono l’economia. Dal lavoro dei campi, fino alla creazione di piccole imprese che ancora una volta garantiscono la sopravvivenza. Non andrà mai alla deriva l’economia africana, fino a quando le donne vi saranno impegnate in prima persona.
Sono falliti e probabilmente continueranno a fallire i grandi piani economici delle multinazionali, oppure i piani di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario Internazionale. Non fallirà mai invece l’economia dei piccoli gruppi di donne che quotizzano ogni settimana la loro parte di microcredito registrata sui piccoli libretti spesso nascosti sotto le scatole di latta dei banchi del mercato. Gli stessi africani maschi riconoscono che una somma di denaro data in mano ad una donna frutta non solo per la famiglia, ma per tutto il villaggio. Ancora una volta torna il tema della vita.
L’economia al femminile, proprio per questo suo legame con la vita, smette di essere una scienza barbosa, fatta di numeri e di operazioni sofistiche. Diviene invece fatto vitale, non accademico. Per questo, se ci si vuole mettere al fianco dell’Africa che cammina, occorre mettersi al fianco delle donne di questo continente, farsi prendere per mano da loro. Perché hanno il senso innato della vita. Sanno come e da che parte condurre quell’intero continente che da sempre portano non solo nel cuore, ma sulle spalle. Noi crediamo che questa Africa che cammina meriti un riconoscimento. Anche il premio Nobel per la pace.






