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Sei in: Home page / Anno XX / n. 06 Giu. 2009 / Reddito minimo di cittadinanza

Reddito minimo di cittadinanza

L’Italia fanalino di coda in europa

Giovanni Augello

L’Istat dice che in Italia ci sono circa 2.500.000 poveri, il 4% della popolazione. Per rispondere al dettato costituzionale che impegna a “rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini” alcune regioni sperimentano il reddito minimo di cittadinanza. Ma il governo è latitante.

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini…”. Lo dice la Costituzione, è un articolo da podio. Il terzo, secondo comma. Dovrebbe essere l’imbracatura di sicurezza per molti, ma spesso sono parole che restano sulla carta. In Italia, per quanto riguarda quegli ostacoli di ordine economico, da qualche tempo si sta cercando di trovare una soluzione in via sperimentale. Si tratta di un sostegno al reddito per le fasce più povere, che con diverse caratteristiche viene identificato nel reddito di cittadinanza, in quello d’inserimento o di base.
Diverse le esperienze a confronto. Campania, Basilicata, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna e la provincia di Bolzano hanno già fatto il primo passo, ora tocca alla regione Lazio. Ogni realtà locale pone delle condizioni diverse, anche se simili. L’idea di una sorta di reddito di cittadinanza, nonostante sia stato ritoccato, sperimentato e infine abbandonato da alcune giunte, è sul tavolo o nelle prospettive di diverse realtà locali.
Provvedimenti di questo tipo in Europa ci sono già, e in alcuni casi, come in Francia o in Germania, sono strumenti consolidati nella lotta alla povertà, mentre l’Italia dagli anni ‘90 ad oggi non riesce ancora a saltare il gradino della sperimentazione, facendone insieme alla Grecia uno dei pochi membri dell’Europa ancora senza un intervento certo. “Se intendiamo il reddito di cittadinanza come un’erogazione di reddito monetario, o anche attraverso servizi, che sia individuale, incondizionato e dato ai residenti e non solo ai cittadini, in Italia esperienze di questo tipo non ce ne sono mai state”, spiega Andrea Fumagalli, docente di Economia politica presso l’università di Pavia e vicepresidente del Bin Italia, gruppo di studio internazionale sul basic income.
Le sperimentazioni passate
Nel nostro paese i primi passi vengono mossi dal governo Prodi alla fine degli anni ‘90. Si tratta della prima sperimentazione ufficiale che ha coinvolto 39 comuni per circa due anni con un costo equivalente a 200 milioni di euro di oggi. La sperimentazione riguardante i comuni prevedeva un intervento che garantiva un massimo di 274 euro mensili per un persona singola e di 660 euro per una famiglia di quattro persone e alcuni progetti personalizzati di inserimento sociale. “Veniva garantita una somma a famiglia – spiega Fumagalli -, con l’obbligo di partecipare a dei corsi di formazione, organizzati su base comunale e con l’obbligo di accettare offerte di lavoro”. Con questa sperimentazione si pone fine all’unico intervento, seppur sperimentale e parziale, di carattere nazionale.
Le regioni ritentano
Interventi di questo tipo non ce ne sono più stati, ma le linee guida della sperimentazione sono state adottate dalle regioni che hanno introdotto provvedimenti simili. Ci sono voluti circa dieci anni, però, per passare ad un livello di sperimentazione superiore, cioè per passare la palla alle regioni. La prima è stata la Campania, che con i suoi tre anni di ‘prova’ del reddito di cittadinanza e un ultimo anno attualmente in corso rappresenta l’esperienza del genere più lunga. Poi la Basilicata, con il progetto “Cittadinanza solidale”. A seguire l’esperienza del Friuli-Venezia Giulia, dove il reddito di base per la cittadinanza ha avuto vita breve: avviato nel novembre del 2007, è durato solo un anno. Infine le esperienze della Sardegna, con una sperimentazione in crescita ma con un futuro incerto e, smarcata dalle altre esperienze, la provincia di Bolzano dove le misure di sostegno economico hanno una lunga storia. L’interesse delle regioni è forte, ma il nullaosta arriva dalle giunte, che non sempre sono sensibili al tema. Ultima arrivata la regione Lazio, con il suo reddito minimo garantito per disoccupati, inoccupati e precari.
Tra le condizioni per accedere al reddito quella della residenza, che include tra i destinatari del reddito minimo anche gli stranieri, con regolare permesso di soggiorno.
In Campania sono oltre 139 mila le domande presentate, poco più di centomila quelle ammesse, i beneficiari sono 18.333. Sono persone che vivono nel contesto del nucleo familiare e l’erogazione è di 350 euro mensili per ogni nucleo. Il reddito deve risultare inferiore a 5mila euro annui e la residenza di almeno 60 mesi, da mantenere durante la sperimentazione.
Oltre 8mila domande in Friuli-Venezia Giulia, circa la metà quelle accolte. Il sostegno ha una media mensile di 510 euro a beneficiario, l’erogazione economica accompagnata da percorsi di inserimento sociale e lavorativo.
In Basilicata sono 9.943 le domande presentate, 3.738 i beneficiari. Il provvedimento mira a riportare il reddito al di sopra della soglia di povertà. Così, per esempio, una famiglia con quattro componenti ha una soglia Ise (Indicatore di situazione economica) pari a 9.744 euro annui, se il reddito percepito è pari a 5mila euro all’anno viene erogata una cifra tale da riportare la famiglia beneficiaria al di sopra della soglia. Quindi un aiuto di 4.774 euro in un anno, pari a 395 euro al mese. L’erogazione è strettamente correlata all’adesione ad un percorso di inserimento sociale e lavorativo.
Più di 3mila i beneficiari in Sardegna. Per accedere al programma era necessario avere un indicatore di situazione economica equivalente o non superiore ai 4.500 euro all’anno, comprensivo dei redditi esenti Irpef e risiedere da almeno due anni sul territorio. Per la prima annualità il contributo è stato di 250 euro mensili al massimo, per nucleo familiare e indipendentemente dalla numerosità della famiglia e per un periodo non superiore ad un anno. Nel secondo anno il contributo è stato portato a 350 euro mensili.
A Bolzano, oltre 4mila i beneficiari nel 2007, che hanno ricevuto dai 550 euro in su in base al numero delle persone.
Diversi i fondi complessivi stanziati da regione a regione. Per la Campania sono stati stanziati per ogni anno, e per un ultimo attualmente in corso come proroga, oltre 70 milioni di euro. Per la Basilicata, invece, sono stati stanziati 41 milioni di euro, mentre per il Friuli-Venezia Giulia la cifra ruota intorno ai 36 milioni di euro, 23 milioni di euro in Sardegna solo per il 2008. Infine in Lazio, dove sono stati stanziati 40 milioni di euro, 20 milioni per il 2009 e altri 20 per il biennio successivo, per un reddito minimo garantito per disoccupati, inoccupati e precari.
Disoccupati, anziani, stranieri, precari…
La sperimentazione ha messo in luce un aspetto interessante della povertà in Italia. Tra i richiedenti non ci sono solo i disoccupati, gli anziani o gli stranieri, come è facile pensare. Tra i numeri dei rapporti conclusivi delle esperienze regionali, spuntano con una relativa evidenza i cosiddetti working poor, cioè quelle persone che pur lavorando non riescono ad avere un reddito annuo al di sopra di quella che viene indicata come soglia di povertà. Sono il 20% dei beneficiari in Friuli-Venezia Giulia, sono il 23,8% invece nella provincia di Bolzano, dove negli anni il fenomeno è in aumento. “Di solito in Italia si è sempre pensato di fare interventi di sostegno al reddito dando per scontato che l’essere all’interno del mercato consentiva di avere un reddito dignitoso – spiega Fumagalli -. Le trasformazioni del mercato del lavoro, con l’aumento del tasso di precarietà, hanno evidenziato che sempre più quelli che scivolano al di sotto della soglia di povertà sono invece coloro che sono interni al mercato del lavoro, non esterni. Sono persone che lavorano a intermittenza con una conseguente intermittenza di reddito. Non riescono, inoltre, ad entrare nelle strutture degli ammortizzatori sociali esistenti, basati ancora sulla figura del lavoratore subordinato a tempo indeterminato”. Altro fenomeno nuovo è la paura della povertà. Tra gli aventi diritto al sostegno economico in Friuli-Venezia Giulia, infatti, un buon numero di persone non ha terminato il percorso di ottenimento dell’aiuto. Secondo quanto afferma il primo rapporto della regione, la situazione è determinata in parte dalla scarsa conoscenza della nuova misura, ma anche da quelli che vengono definiti “possibili sentimenti di vergogna” da parte dei potenziali beneficiari, per il timore di essere stigmatizzati come poveri.
Mancano i servizi, spesso non è ritorno al lavoro
Nonostante gli evidenti aspetti positivi dei diversi interventi, da alcune esperienze è stato osservato come non sempre questo strumento abbia prodotto l’inserimento lavorativo. In alcuni casi, come per quello della Campania, ma anche in Friuli-Venezia Giulia e nella prima sperimentazione nei comuni, il sussidio economico da molti è stato visto come un mezzo di sostentamento e non di incoraggiamento al ritorno nel mondo del lavoro. “Il mio giudizio personale – spiega Antonio Oddati, dirigente del Settore assistenza sociale per la regione Campania - non è positivo. Il provvedimento è diventato una forma di dose, si prende questa indennità come si prende il metadone. Non l’ho pensata io questa similitudine, ma la condivido. L’insuccesso è dovuto alla mancanza di servizi e dell’effettivo reinserimento”.
Mancano, in alcuni casi, validi strumenti, tra l’altro obbligatori, per l’ottenimento del sostegno economico, che permettano ai beneficiari di venir fuori dalla condizione di povertà, ma non è ovunque così e in altre esperienze si registrano pareri positivi proprio per la possibilità che il reddito minimo ha creato di tornare nel mondo del lavoro. È il caso della Basilicata e lo dicono gli stessi beneficiari in un sondaggio condotto dalla regione sull’esperienza. I più soddisfatti sono le donne e le persone con un titolo di studio più basso. Fra le donne hanno ritenuto utile il percorso quelle più a rischio di emarginazione e anche i meno giovani hanno espresso pareri positivi (il 46% dei più soddisfatti ha più di 40 anni). Infine il 66,7% delle donne ha percepito un miglioramento delle proprie abilità relazionali e sociali. Positivo l’impatto lavorativo, con casi di apertura di nuovi esercizi commerciali, associazioni culturali o cooperative. Anche in questo caso, però, l’entusiasmo dei beneficiari viene smorzato dallo scetticismo di alcune aziende che hanno partecipato al programma.
Senza futuro
Che il reddito minimo piaccia o meno, l’Italia è indietro rispetto all’Europa e le indicazioni contenute nel Libro bianco sul welfare non lasciano intravedere nel nostro paese un possibile futuro di interventi contro la povertà strutturati e regolati da una legge nazionale. “Quella del Libro bianco – afferma Luca Santini, presidente del Bin Italia - è una forma assolutamente limitata di sostegno delle condizioni di disagio e di disgregazione sociale che richiedono un intervento, ma che non esauriscono il novero delle problematiche sociali, delle nuove povertà e dei cosiddetti lavoratori poveri, delle famiglie che sono in difficoltà e che pur senza rientrare in una condizione di povertà estrema chiamano in causa un intervento pubblico”.
Intanto l’Italia si allontana dal resto d’Europa. Sul reddito minimo, infatti, s’è pronunciato anche il Parlamento europeo facendo proprie le raccomandazioni della Commissione e invitando gli Stati membri a istituire reti di protezione sociale che prendano in considerazione tale sostegno. La distanza con i nostri vicini, però, non è soltanto normativa, ma anche culturale. Non di rado la sperimentazione italiana ha avuto una connotazione negativa, al contrario di quanto succede in Europa. “Non viene percepito dai soggetti come un qualcosa destinato agli emarginati, ai soggetti difficili e a quelli irrecuperabili – spiega Santini - ma come un sostegno che giunge in un momento della vita che può capitare a tutti, come nel caso in cui il periodo di disoccupazione si prolunga e interviene una rete che non è fatta di spiccioli e di carità minimale, ma di rispetto di livelli dignitosi di vita, in primo luogo la tutela del livello abitativo”.
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giurgola vincenzo f.  - ragioniere (disoccupato dal 2001!) |2009-08-31 10:45:03
SPOSATO, UN FIGLIO DI 13 ANNI, SONO COSTRETTO AD ELEMOSINARE! HO 43 ANNI VIVO DA SEMPRE A VIBO VALENTIA IVI RESIDENTE IN VIA L. RAZZA,9, HO DOVUTO CHIUDERE ,NEL 2001 IL MIO ESERCIZIO COMMERCIALE. IL WELFARE DI VIBO VALENTIA SI E' SEMPRE, CATEGORICAMENTE, RIFIUTATO TOTALMENTE DI AIUTARCI! IL MIO MESSAGGIO VUOLE ESSERE UNA VERA E PROPRIA DENUNCIA PUBBLICA A CHI DI COMPETENZA LEGALE PERCHE' E' UN DIRITTO DEL CITTADINO ESSERE AIUTATI CONCRETAMENTE IN CASI D'EMERGENZA COME IL MIO! DAL 2001 ABITIAMO IN UN GARAGE IN CONDIZIONI PIETOSE! (CERT. A.S.L. DI ANTIGENITA'). INOLTRE, SEMPRE DAL 2001, ASPE TTIAMO L'ASSEGNAZIONE DI UN EDIFICIO DI EDILIZIA POPOLARE!
marco del core |2010-04-29 14:56:10
del core marco opraio(disoccupato dal 2006) sposato con 3 figli,ho 32 anni e costretto a vivere ogni giorno come se fosse un' incubo,vivo di offerte di amici e di parenti,un po arrangio io a vendere qualche cosa,ma con tre bambini e dura andare avanti senza uno stipendio fisso,scrivo non per avere un reddito ma per avere un lavoro fisso e degno per ogni essere umano che vive come me al sud,qui ormai siamo una nazione a parte, ognuno fa come gli pare le leggi le fa chi ti assume purtroppo non ci sono controlli che possono metter in chiaro le cose,e un po per paura da parte nostra, perche si sa, come un detto napoletano dice, una sola noce in un sacco non fa rumore.

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