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La partecipazione come emancipazione

Daniela Invernizzi (Cesvi e Unicef)

“Mi chiamo Murigamma e ho 15 anni. In questa casa viviamo in sei persone: i miei genitori e quattro figli… Sono nata in questo posto, ho vissuto sempre qui. Mi piacerebbe tanto poter studiare e imparare un altro lavoro, ma devo lavorare in questa risaia con il resto della mia famiglia perché dobbiamo restituire un debito che non si salda mai per via degli interessi. Anche alla mia amica Hima, che ha quattordici anni, piacerebbe studiare ancora, ma sono in cinque in famiglia e lei è la maggiore.


Il mio è un lavoro pesante. A seconda delle necessità, partecipo a tutte le attività: pulire il riso, stendere i mucchi sull’aia a seccare, ritirarlo o ricoprirlo quando piove, riempire i sacchi per il trasporto e la vendita. Inoltre, devo occuparmi anche dei lavori domestici.
Non posso mai uscire, ogni tanto vado a fare le spesa al mercato più vicino. Dobbiamo comprare tutto, anche il riso, i soldi sono appena sufficienti per le necessità quotidiane, quindi il debito della mia famiglia non si estinguerà mai. Nella risaia abbiamo l’acqua, ma non nelle case. Non ci sono bagni e dobbiamo fare i nostri bisogni all’aperto, anche di notte.
Anche le mie amiche, che lavorano con le loro famiglie, preferirebbero smettere di fare questo lavoro e andare a scuola. Nel mio villaggio siamo sedici famiglie e viviamo tutte in queste condizioni, con gli stessi debiti, gli stessi salari e gli stessi problemi di salute. Mangiamo solo riso al curry, lenticchie e qualche verdura. Il Parlamento dei Bambini e delle Bambine è molto importante perché ci dà modo di conoscere i nostri diritti. Il mio compito è controllare che i vari ministri non litighino, ma che siano propositivi”.
Questa è la testimonianza di Murigamma, bambina indiana di 15 anni incontrata nel 2007 durante una missione del Cesvi - Cooperazione e sviluppo, nella zona dei Red Hills alla periferia di Chennai. Murigamma è il Primo ministro in carica del Parlamento dei Bambini e delle Bambine delle Red Hills. Come molti altri bambini e bambine lavora con tutta la sua famiglia in una risaia. Sono in condizione di schiavitù per debiti che non si estinguono mai a causa degli interessi. Altre famiglie vivono all’interno delle fabbriche di mattoni in condizioni ancora peggiori. Gli educatori di Jeva Jothi, una Ong locale sostenuta dal Cesvi, intervengono, dove è possibile, all’interno di questi contesti di schiavitù. Grande rilevanza viene data all’organizzazione di focus group in cui i bambini posso discutere dei loro problemi e rielaborare la loro storia anche in termini di diritti negati. Questo è solo uno dei tanti esempi di iniziative e attività portate avanti nei paesi impoveriti del Sud del mondo in cui centrale è la partecipazione dei bambini e delle bambine ai progetti di cooperazione. Una partecipazione che parte dalla presa di coscienza dei propri diritti fondamentali per tentare di trasformarsi, nel tempo, in una forma di riscatto ed emancipazione. Concetti che trovano uno spazio importante all’interno della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (CRC), approvata all’unanimità dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia nel 1991 con la legge 176.
I diritti dell’infanzia
La Crc è un trattato di legislazione umanitaria internazionale che l’Onu ha sottoposto alla ratifica degli Stati membri. Attualmente la Convenzione è stata ratificata da 191 Stati, anche se mancano all’appello gli Stati Uniti e la Somalia. La Crc ha un carattere vincolante che impegna gli Stati ratificanti a rendere conto dei loro programmi legislativi e sociali nel confronti dell’infanzia e dell’adolescenza a livello nazionale e internazionale.
La Crc si fonda su quattro principi cardine che sono la non discriminazione, l’interesse superiore del minore, la vita, sopravvivenza e sviluppo, la partecipazione.
La Convenzione attribuisce una grande rilevanza alla partecipazione di bambini e adolescenti, che rappresenta la parte più innovativa dell’intero impianto culturale del documento. Nel settembre 2006 il Comitato sui diritti dell’infanzia ha dedicato una sessione a questo tema con la “Giornata di discussione generale sul diritto del bambino e dell’adolescente ad essere ascoltati”.
Nel Preambolo del documento finale si afferma: “Parlare, partecipare, avere le proprie opinioni prese in considerazione. Queste tre fasi descrivono il processo dell’attuazione del diritto alla partecipazione da un punto di vista funzionale. Il significato nuovo e più profondo di questo diritto dovrebbe indurre a stipulare un nuovo contratto sociale. Un contratto che riconosca pienamente i bambini e gli adolescenti come soggetti di diritto, non solo degni di essere protetti, ma anche titolari del diritto di partecipare ad ogni questione che li riguardi, un diritto che può essere considerato come simbolo del loro riconoscimento come soggetti di diritti. Questo implica nel lungo termine, cambiamenti nelle strutture politiche, sociali, istituzionali e culturali”. Il documento afferma ancora: “… Ascoltare i bambini e gli adolescenti non dovrebbe essere visto come fine a sé stesso, ma piuttosto come un mezzo attraverso il quale gli Stati interagiscono con bambini e adolescenti e, nell’interesse di questi ultimi, diventano sempre più sensibili all’attuazione dei diritti dei bambini … Si deve evitare che il coinvolgimento e la partecipazione dei bambini e degli adolescenti sia solo una concessione puramente formale”.
La valorizzazione del ruolo sociale di bambini/e e ragazzi/e si scontra spesso con una cultura “adultista”ancora diffusa, che stenta a considerare i minori soggetti titolari di diritti con cui dialogare con serietà. Le loro percezioni, idee, considerazioni possono differire da quelle degli adulti e pertanto devono trovare lo spazio per emergere. Non bisogna soltanto interpretare i loro bisogni, i loro punti di vista ma è necessario progettare intenzionalmente spazi e tempi per ascoltarli direttamente. La partecipazione può essere considerata un significativo indicatore di qualità nei progetti che hanno come destinatari diretti o indiretti bambini e adolescenti. E questo criterio va preso in considerazione anche nei progetti di cooperazione.
Gli under 18 non sono solo soggetti particolarmente vulnerabili che, come tali, vanno protetti e assistiti. Sono cittadini che hanno il diritto di partecipare alla vita della comunità di appartenenza e ad esprimersi su tutte le questioni che li riguardano. Vanno considerati una risorsa insostituibile e creativa portatrice di originali chiavi di lettura dei problemi.
Nell’ambito della Convenzione, la partecipazione è considerata un diritto umano fondamentale, non è una concessione degli adulti, elargita a bambini e adolescenti a loro discrezione. Inoltre, non è un fine ma uno strumento che consente ai minori di agire in prima persona per tutelare e promuovere i loro diritti e per denunciarne le violazioni. È un processo decisionale graduale che deve coinvolgere bambini e adolescenti in tutti gli ambiti in cui si operano scelte che incidono sulla loro vita e sulla comunità di appartenenza. Il termine processo sta ad indicare che si può diventare “esperti di partecipazione” solo facendo molte esperienze sul campo.
La partecipazione è collegata all’informazione che è una componente essenziale. Pertanto è necessario promuovere pari opportunità di accesso all’informazione e il rispetto di criteri etici nella comunicazione. L’articolo 17 della Crc, riconoscendone l’importanza, richiede ai media senso di responsabilità e comportamenti corretti nei confronti dei minori.
I bambini protagonisti
Per superare ottiche velleitarie o demagogiche, è necessario dunque progettare intenzionalmente processi di partecipazione che prevedano e diano valore a e dignità alla presenza di bambini/e e adolescenti. Questi devono percepire e vivere il processo come significativo, poterne cogliere e condividere il senso. Per partecipare alla vita di comunità è indispensabile desiderarlo, aver voglia di costruire insieme, pertanto la motivazione è un aspetto del processo a cui prestare molta attenzione. Non si può essere obbligati a partecipare e si deve poter recedere dalla partecipazione liberamente e in modo motivato. Solo praticando progressivamente modalità partecipative si interiorizzano comportamenti e atteggiamenti di cittadinanza solidali. Bambini, bambine e adolescenti possono fare esperienza di processi decisionali democratici in tutti i contesti, dalla famiglia alla scuola, dal lavoro alla comunità.
Bambini e adolescenti devono essere consapevoli dei diritti di cittadinanza. Ciò significa anche comprendere che si hanno delle responsabilità verso gli altri che sono ugualmente soggetti di
diritti senza discriminazioni. Partecipare significa acquisire senso di appartenenza, significa “sentirsi parte”, essere protagonisti/partner attivi e non semplici spettatori. Partecipare significa avere la possibilità di diventare competenti a partire dalla consapevolezza della propria situazione in relazione ai diritti di cui si è titolari.
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