Cipsi
Banner

Dio e solo Dio

Suor Stefania Monti

di Eugenio Melandri

È un incontro che parte da lontano. I banchi del liceo di Faenza. Un edificio austero ubicato in un vecchio convento. Tanti ragazzi. Tra di loro anche Stefania. Anche io. Poi ognuno ha preso la propria strada. L’ho incontrata forse una decina di anni dopo. Anche io, come tanti, alla ricerca di qualcosa per cui valesse la pena vivere. In questa ricerca l’incontro, forse di moda allora, con il monastero di Lagrimone. Anche là tanti ragazzi che andavano a cercare di capire perché un gruppo di monache, guidate da una vecchia Superiora carismatica che tutti chiamavano “Mamma Chiara”, aveva deciso di tornare all’antica regola francescana, di vivere nella povertà più assoluta. Non usavano denaro. Non avevano né corrente elettrica, né riscaldamento, anche se il monastero era a circa mille metri di altezza sulle colline parmensi. Lì ho ritrovato Stefania, nel frattempo diventata monaca. E con lei è tornata a galla l’inquietudine di chi vorrebbe capire il perché di una scelta così strana e così “inutile”. Dietro a questa intervista – forse la più difficile della mia vita – ci sono le domande di sempre e, forse, di tutti.

 

Stefania, la prima domanda è d’obbligo, chi sei?
In questo momento sono una monaca clarissa cappuccina professa solenne dal 1976. La qualifica di monaca è quella che mi preme di più.

 

Risposta come da copione. Ma non pensare di cavartela così.
Che vuoi che ti dica? Certo sono arrivata qui con un percorso lungo e accidentato. D’altra parte se non fosse così non sarebbe serio. Ho avuto una vita penso come tutte le ragazze della mia generazione. Una famiglia piccola ma unita. La scuola. I compagni - molti li conosci. L’università. I viaggi. Le solite cose, in fondo. Poi, ad un certo punto, mi sono posta il problema di Dio. Avevo poco più di 17 anni. L’età critica in cui è quasi inevitabile porsi questo problema. Io, anche tenendo conto del mio carattere, me lo sono posto in termini abbastanza unilaterali. Come a dire: se esiste davvero deve essere più importante di tutto.

 

La tua era una famiglia di credenti?
Tutt’altro. Mio padre era comunista, ma non solo, anche “mangiapreti”, nella Romagna che ama le tinte forti. In quegli anni si viveva il travaglio del Partito Comunista. Ricorda i fatti di Ungheria. Io simpatizzavo, anche se in maniera blanda, per la sinistra perché fin da allora credevo fortemente nella difesa dei diritti di tutti.

 

Non certo il luogo più adatto a coltivare la scelta di diventare monaca.
Come ti dicevo, ad un certo punto mi sono posta le domande di tutti: chi sono? Che senso ha la mia vita? Dove sto andando? A scuola, ti ricordi, c’era il professore di religione don Lanzoni, il quale, un giorno parlandomi, mi ha detto una frase che non ho più dimenticato: se l’uomo non risolve il problema religioso non risolve nulla. Tutta la vita dipende da questo. Io invece a non ci avevo mai pensato. Certo, la mia famiglia mi aveva mandato al catechismo, come facevano tutti. Avevo ricevuto i sacramenti dell’iniziazione come tutti i bambini, ma in una forma sì, anche convinta, ma pure borghese. La prima comunione, in fondo, la fanno tutti. Don Lanzoni per me ha avuto il merito di impostare il problema nel modo giusto e, soprattutto di mettermi subito in mano la Bibbia. Una scelta rivoluzionaria, allora. In quegli anni era ritenuto quasi pericoloso dare da leggere la Bibbia ai comuni credenti. Non si trovava neanche una traduzione decente. Da allora, ho iniziato una riflessione per mio conto, parlandone ogni tanto con lui. Le cose sono andate avanti così fino agli inizi dell’università, quando mi è capitato di cominciare a studiare l’ebraico per approfondire la Bibbia, la cui lettura, intanto, mi aveva appassionato. Nel frattempo mi era capitato di conoscere dei monaci e di vedere qualche monastero. E quella questione che mi portavo dentro: se Dio c’è è la cosa più importante di tutto, ha preso corpo.

 

Quindi la Bibbia al centro di tutto.
Ho fatto l’università a Firenze. Studiavo lettere classiche, però nella mia facoltà c’era una cattedra di filologia semitica e una di filologia biblica. Ciò mi aveva permesso di continuare ad approfondire il mio interesse per la Bibbia. Ho un bellissimo ricordo dei miei anni dell’università, nonostante tutti parlino male del ‘68. Per me è stata un’opportunità unica, anche perché mi ha aiutato a mettere in discussione tutto.
Ho avuto anche dei maestri che per me sono stati molto importanti. Voglio ricordare soprattutto, il filologo Antonio La Penna, il filosofo della storia antica Francesco Adorno. A chi dice che in quegli anni non si studiava, vorrei ricordare che Adorno era il tipo che, se chiedevi di fare l’esame personalizzato, ti rispondeva: “Studiati Filone di Alessandria” e ti faceva un programma che ti ammazzava rispetto a quello normale. Ti rompevi le ossa a studiare, ma per qualcosa. Nel 1970, sono andata in Israele. Qui ho avuto modo di studiare all’università ebraica, soprattutto le origini del cristianesimo, ma lette dal punto di vista ebraico. Una vera e propria scoperta. Anche qui ho incontrato maestri importanti come Roland e Dubois. Tante opportunità per la formazione di una persona come me che allora aveva vent’anni circa. Credo che tutta questa serie di esperienze mi abbia aiutato ad affinare in me la consapevolezza che Dio è più importante di tutto. Sta di fatto che, dopo il mio ritorno da Israele e la laurea, avevo ormai chiaro che dovevo entrare in monastero. I miei, però, soprattutto mio padre, non ne volevano sapere. Per cui ho continuato a studiare altri due anni, fino a quando non ci sono riuscita.

 

E sei arrivata a Lagrimone. Un monastero un po’ speciale.
Se volessi usare una parola di oggi, direi un po’ talebano. Il monastero, infatti, nasce come fondazione del monastero cappuccino di Ferrara. Oggi a Ferrara la comunità non c’è più. Ma allora viveva in uno splendido edificio quattrocentesco dove c’erano più di 100 stanze. C’era stato il Concilio che aveva invitato le comunità religiose a ridimensionare le strutture e a ritornare alle origini. La Badessa di Ferrara decise di intraprendere questa avventura. Il monastero aveva ricevuto in regalo un terreno a Lagrimone, appunto. Un luogo molto umido, neanche adatto forse a costruire un piccolo monastero. In una zona allora molto povera dell’Appennino parmense. Di fatto questa esperienza è partita con cinque suore che da Ferrara si sono spostate là, riprendendo a vivere secondo l’antica regola francescana. Un’esperienza che sembrava fallita in partenza. Lo stesso Vescovo, pur benedicendo l’iniziativa era convinto che le suore non sarebbero sopravvissute.

 

Sono passati tanti anni e le monache a Lagrimone ci sono ancora.
Quando arrivarono c’era solo la casa. Una sorta di guscio vuoto Le suore si portarono dietro il minimo indispensabile, e poi stettero ad aspettare. Se non ricordo male, per mangiare si erano portate da Ferrara un sacco con del pane tostato. La sfida era fidarsi della provvidenza. D’altra parte se proprio noi non ci fidiamo di Dio... Forse la gente del paese aspettava suore che curassero i bambini e gli anziani. Eppure un po’ alla volta tanta gente cominciò ad arrivare. Per parlare, per pregare. E, con la gente arrivava anche il necessario per sopravvivere.
Il monastero non usava denaro. O, meglio, lo usava solo per cose di cui non puoi fare a meno. A quell’epoca non c’era corrente elettrica in nessun ambiente. Quindi non c’erano bollette. Usavano una stufa a carbone e un benefattore glielo procurava. Arrivava qualche aiuto da Ferrara perché il rapporto si era mantenuto. Con il tempo, invecchiando la comunità, in qualche ambiente è stata messa la corrente elettrica. In infermeria, ad esempio. Ma sempre consumi limitati.
Si decise anche di non ricevere le pensioni di vecchiaia. Perché, anche se è poca, si tratta di un’entrata fissa e noi di fisso non volevamo nulla. In più, la pensione sociale spetta alle persone che non hanno potuto fare un lavoro qualificato. Certo noi non facciamo un lavoro qualificato, ma per scelta, non perché non potremmo farlo. Così ci siamo chiamate fuori. È stata una scelta discussa all’interno dell’Ordine. Qualcuno ci accusava di esibizionismo. Altri dicevano che lasciare questi soldi allo Stato non valeva la pena perché lo Stato li avrebbe sciupati. Io non credo si tratti di esibizionismo, ma di una scelta precisa. Poi se lo Stato sciupa o no i soldi, non è un problema nostro, ma suo e dei suoi funzionari. San Francesco mai si sarebbe posto questo problema. Importante è non essere avari, ma solidali.

 

E tu a Lagrimone come ci sei arrivata?
All’epoca io vivevo a Roma. Ormai decisa ad entrare in monastero, appena ne avessi avuto la possibilità. A Roma i monasteri abbondano, ma non trovavo niente in cui mi riconoscessi. Intanto cercavo di guardarmi attorno, di informarmi. A Faenza c’erano due o tre preti che conoscevano Lagrimone. Me ne parlarono e allora decisi di andare a vedere. Ho parlato con questa badessa, mamma Chiara e, ritornando indietro, mi sono fermata a Bologna al monastero di S. Caterina. Anche lì ho parlato con la badessa. Ambedue mi avevano fatto un’ottima impressione. Non avrei saputo quale scegliere. Però lo stile di Lagrimone mi aveva colpito di più. Così decisi di scrivere a Lagrimone chiedendo di accogliermi. Mi fu subito risposto di sì anche se non me l’aspettavo perché in fondo ci eravamo viste solo una volta. Comunque ho preso la palla al balzo. Ci sono tornata qualche mese dopo, finita la scuola. Mi sono fermata in foresteria per 15 giorni e insieme abbiamo deciso che potevo entrare. Non avevo più voglia di aspettare. Se si apre una porta, si apre e basta.

 

I tuoi, soprattutto tuo padre, non erano d’accordo. Come hai risolto il problema?
Aspettando. Sono partita senza dirlo a casa perché avevo fatto un’esperienza precedente in cui anni prima l’avevo detto. Loro erano arrivati prima che entrassi e mi avevano riportato a casa. Stavolta non volevo di nuovo farmi riportare a casa. Ero ampiamente maggiorenne e quindi sono partita senza dire niente. Anche se, secondo me qualcosa sospettavano. Li ho avvisati solo dopo qualche giorno, quando ero già dentro. Quando l’hanno saputo sono venuti. Hanno cercato di riportarmi a casa. Tentando anche di entrare nel monastero. C’è stato un po’ di chiasso: ma poi alla fine sono dovuti tornare a casa senza di me. Poi i rapporti si sono interrotti per 10 anni.

 

Mica una cosa semplice. Dieci anni di rottura dei rapporti con i propri genitori. Come li hai vissuti?
Adesso mi sembrano niente. All’epoca li ho vissuti pensando che il tempo non è nostro. Conoscevo molto bene i miei genitori. Ero sicura che la loro chiusura su questa faccenda era frutto di amore nei miei confronti. Avevano paura che non fossi felice. Che stessi male. Sapevo che, quando si fossero accorti che non era così, si sarebbero aperti. Mio padre una volta rispose ad una delle mie lettere dicendo: “Quando lo decideremo, ci incontreremo su un terreno neutro come due generali”. E abbiamo fatto proprio così. La cosa straordinaria è che quando ci siamo incontrati mi è sembrato tutto molto normale.
Stefania, un conto è sognare il monastero. Un conto è la quotidianità della vita monastica.
Devo dire che dopo la mia entrata, per me l’impatto non è stato semplice. Diciamo pure pesante. Si va dalle cose minime, quale, ad esempio, l’orario dei pasti. Io appartengo a quella generazione che per i pasti non aveva orario, mangiava quando aveva fame. Nel monastero non è così, non solo esistono degli orari, ma il pasto è un momento importantissimo nella vita comune. Ha una caratteristica quasi liturgica. Il refettorio è un prolungamento della chiesa. Non a caso in tutti i refettori c’è la riproduzione dell’ultima cena. Già entrare in questa dinamica è difficile. E poi vivere sempre con le stesse persone, nello stesso ambiente. In più non ero abituata a vivere solo con donne. L’universo solo femminile chiuso, è difficile, ha dinamiche inimmaginabili. Cose a cui non daresti importanza con il tempo diventano importanti, ti si affina una sensibilità fino ad arrivare a essere molto suscettibile, con reazioni che in altri contesti non ti aspetteresti. C’è un grande lavoro da fare. Soprattutto su te stessa. Non pretendere che siano gli altri a cambiare per te.

 

Adesso devo farti forse la domanda più difficile: perché la clausura? Che senso ha una vita così?
Mi piacerebbe avere una risposta precisa da darti. Ma non ce l’ho. Normalmente, quando dei ragazzi mi chiedono a che cosa serviamo, io che sono un po’ dissacrante, rispondo: “A che cosa serve Francesco Totti?”. Il sig. Francesco Totti serve a se stesso perché guadagna un sacco di soldi, ma a cosa serve sotto il profilo sociale? Il criterio di valutazione delle cose deve proprio essere quello dell’utilità? Ci sono tante cose al mondo che non servono di cui l’uomo non sa fare a meno, anche se non servono. A cosa serve la Gioconda? Credo che ogni persona debba cercare il suo modo di essere davanti a Dio. Punto e basta. Io sono fatta così, c’è poco da discutere. Non credo sia una forma di egoismo, credo di non rubare nulla a nessuno. Sono una persona che, nei limiti del possibile si dedica al Vangelo e basta. La Chiesa è una realtà sacramentale. Certo, la mia vita per un non credente non ha significato. Lo rispetto. Ma se mi guardo in giro e vedo cosa succede, ad esempio, nella politica, mi viene da rispondere. “Fatemi vedere voi qualcosa di utile”. Perché, allora, è meglio dedicarsi a Dio.

 

Un modo un po’ troppo facile di cavartela. Forse i politici, forse Totti, ma ci sono tante suore missionarie, c’è stata Madre Teresa. Qualcosa di utile lo fanno.
Ognuno è fatto a modo suo. Posso però dirti che tutte le consorelle che si dedicano ai malati, agli altri, in realtà hanno una gran nostalgia di una vita di preghiera. Ne conosco tante. Alcune approdano in un monastero chiedendo almeno una settimana, un mese per dedicarsi solo a Dio. Bada bene, non per riposarsi, ma proprio perché sentono questa ansia. Il servizio a poco a poco ti divora. Comunque c’è chi cerca Dio attraverso mediazioni. C’è chi lo cerca direttamente. Una scelta un po’ rischiosa. Che può sembrare individualistica. Il monachesimo è nato in questa forma eremitica. In ogni caso, per me, la possibilità che intravedevo per dedicarmi a Dio era solo questa.

 

Ma non hai mai avuto la tentazione di dire: io potrei fare tante cose? Perché questa vita inutile?
In questa forma no. Forse una delle intuizioni più forti che ho avute leggendo il Vangelo è che un cristiano è uno che non conta. Un’intuizione che San Francesco aveva molto chiara e che ha vissuto schierandosi sempre dalla parte dei “minores”. A me interessa molto non contare niente, socialmente parlando. Se poi per qualche tempo devo occuparmi anche di cose, in questo momento sono responsabile di una comunità, va bene lo faccio. Ma non è questo che mi interessa. Posso fare qualunque cosa. L’importante è che funzioni o valga per Dio. Quello che mi è piaciuto nella vita monastica, è che tu vivi in una comunità dove hai contatti reali con le persone con tutti i rischi che può comportare. Le raggiungi una per una. Ti occupi di loro singolarmente. Non ragioni mai per i grandi numeri. Il grande numero mi fa paura. Anche Dio ne ha scelti 12. Si comincia con 12. Adesso in comunità noi siamo in 5, e 6 con me.

 

Ti faccio un’altra domanda pesante. Stefania, ma chi è o che cosa è Dio?
Nella Bibbia c’è un versetto del salmo 34: “Chi cerca il Signore non manca di nulla”. Mi piace molto. Perché pone l’accento sul verbo cercare. Nessuno di noi, a iniziare da me, sa chi è Dio. Dio, in fondo, è la grande domanda della vita. Non credo sia la risposta. È un continuo porsi domande sul significato di se stessi, degli altri, dei rapporti. È una costante ricerca del volto invisibile. Noi siamo immersi nel mistero. È un fatto. E cercarne il significato è il nostro compito. Dio è la grande domanda della mia esistenza. Chi è lo sto ancora cercando. È questo che mi interessa. Mi interessa cercare, Pascal ha indovinato, parlando di scommessa. Ognuno di noi gioca la propria vita su un grande rischio.

 

Ma come puoi impostare la tua vita così, sulle sabbie mobili?
Mi piace giocare. Sono un tipo che ama divertirsi. Mi piace giocare e rischiare. Non mi piacciono le sicurezze. Le ho rifiutate andando a Lagrimone. Bada bene, non solo le sicurezze economiche, ma anche quelle che potrei definire esistenziali. Mi piace farmi delle domande. Non mi piacciono i dogmatismi. L’unica certezza sulla quale scommetto è quella di Dio. Io sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Dopo qualche versetto questo Dio dice: “Io sarò con te”.

 

Non è facile però incontrarlo.
Io credo che questa presenza di Dio ci sia. L’ho trovato nella mia vita, forse proprio quando meno l’ho cercato. Provi questa presenza a volte quando non la cerchi. C’è un fatto della vita di mio padre che mi ha colpito. Ti ho detto che mio padre era ateo convinto, marxista-leninista, scientifico, “mangiapreti”. Mi ha raccontato che subito dopo il passaggio dal fronte in Romagna, una notte ha incontrato per strada un fascistone che aveva preso a ceffoni mia nonna. Mio padre era armato e quindi la tentazione era quella di scaricargli il caricatore addosso. E, mi raccontava, che in quel momento ha sentito una mano che l’ha fermato. Di fronte alla mia obiezione che si trattava della sua coscienza etica che gli aveva impedito di sparare, lui mi ha risposto dicendo che aveva sentito una presenza fisica, reale. Io credo che ognuno nella vita abbia due o tre volte, non di più, avvertito quasi fisicamente questa presenza. Magari nei momenti insignificanti.

 

Stefania, stiamo parlando di cose difficili. Anche questa è una domanda pesante: in che rapporto sei con la morte?
Personalmente non bello. Mi fa molta paura il distacco dagli affetti. Cioè l’idea di una persona che mi viene a mancare. È inutile dirmi che dopo il rapporto non è più legato allo spazio o al tempo. Le persone sono persone. Tu le ami concretamente e quando non ci sono senti tutto il vuoto possibile. In questo senso credo di non avere ancora un buon rapporto con la morte o, forse, non sono ancora abbastanza vecchia per averlo. Ho già visto morire molte suore, sia a Lagrimone che in altri monasteri. Non riesco ancora ad accettare questa cosa. C’è questo enorme distacco che per me è molto serio. Mi far star male. Se penso alle tragedie storiche, ad esempio ai cinque milioni di morti in Congo, sto male. Pare solo un numero, ma se ci pensi bene, dietro ci sono persone con storie, affetti. Solo Dio mi può dare conforto.

 

Ma non ti viene anche un po’ di rabbia?
Certo. Qualche volta sì, mi arrabbio di brutto. Chi ha capito meglio questo rapporto difficile anche con Dio sono gli ebrei. Noi cristiani, abbiamo inventato lo stupido concetto della permissione di Dio. Ma Dio non permette nulla. Siamo noi. Quando la gente è libera fa quello che vuole.

 

Stefania, dal tuo monastero, come una che non conta nulla, cosa diresti ai potenti della terra?
Convertitevi e credete al Vangelo. Pensate ai poveri. Convertitevi e credete al Vangelo.

 

E ai ragazzi più giovani che si affacciano a questo mondo difficile?
Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo. È una parola del Vangelo molto importante ma poco citata. I ragazzi devono sapere che c’è qualcuno che ha vinto il mondo, e per loro c’è sempre una speranza.

Commenti
Nuovo
Nome: *
Email: *
 
Website:
Titolo:
Prima di commentare, inserisci il codice che compare in questo box.
I campi contrassegnati con * sono obbligatori.

Roberta |2010-08-12 08:50:41
Stefania sei grande. Conoscerti, frequentarti è stato per me un arricchimento. Grazie.
giancarlo |2010-12-23 00:20:23
un carissimo augurio di un sereno Natale dal tuo sempre amicissimo Giancarlo Ragazzini dalla tua amata Faenza

!joomlacomment 4.0 Copyright (C) 2009 Compojoom.com . All rights reserved."

E-mail Stampa
 
Sei in: Home page / Anno XX / n. 06 Giu. 2009 / Dio e solo Dio