“Cambiamenti Climatici e mobilità umana in Africa”
Valeria Viola
Il Ministero degli esteri organizza una conferenza sui cambiamenti climatici e la mobilità in Africa. Uscite tante proposte. Il Ministro riconosce che la gravità della situazione africana provoca le migrazioni. Ma poi si respingono gli immigrati e si tagliano i fondi alla cooperazione.
Le dichiarazioni del Ministero degli Affari esteri lette dall’onorevole Scotti all’apertura della conferenza su “Cambiamenti climatici e mobilità umana in Africa” hanno immediatamente mostrato l’interesse del governo italiano su una questione cruciale, non solo per l’Africa, ma per il pianeta. Alla conferenza era presente anche Richard S. Odingo, ex vicepresidente dell’Ipcc – Intergovernmental Panel Climate Change (in pensione da due settimane dalla data della conferenza). L’Ipcc è l’istituto di cui faceva parte Al Gore, che nel 2007 vinse il Nobel per la Pace “per gli sforzi per costruire e diffondere una conoscenza maggiore sui cambiamenti climatici provocati dall’uomo e per porre le basi per le misure necessarie a contrastare tali cambiamenti”.Clima e vulnerabilità
La presidenza italiana del G8, si afferma, sarà la prima riunione dedicata al clima. Secondo il governo italiano infatti “è rilevante approfondire tematiche sul cambiamento climatico”, anche perché “le zone più povere sono le più vulnerabili per incapacità di adattamento poiché la loro sussistenza dipende totalmente dall’agricoltura”. Le parole ufficiali del governo si spostano sul ruolo dei paesi occidentali. Che cosa possono fare? Escono delle parole rassicuranti, d’avanguardia, che se fossero messe in pratica, verrebbe raggiunto un obiettivo molto grande, quello di restituire all’Africa la propria dignità: “Dobbiamo iniziare a pensare a quale ruolo deve avere l’Africa. Dobbiamo uscire dall’approccio assistenzialista in cui si creano solo nuove forme di dipendenza e nemmeno si risolvono i problemi. L’Africa significa risorse, potenzialità di sviluppo. L’Africa deve diventare un’attrice protagonista nel palcoscenico politico. Per questo deve essere considerata a pieno titolo un soggetto di politiche e non un destinatario, per costruire forme di partenariato”.Il ministro Frattini, come ha potuto raccontare perché constatato di persona vistando Angola, Nigeria, Sierra Leone e Senegal, afferma che l’Africa è in cambiamento, grazie al lavoro della società civile. Parole importanti e significative soprattutto perché dichiarate da un’alta carica dello Stato italiano, il ministro degli Affari esteri. L’Africa è un continente pieno di risorse naturali, un tesoro. Bisogna intervenire nella relazione tra i continenti, ad oggi sempre iniqua. Richard Odingo, avendo una decennale e riconosciuta esperienza sull’argomento, sa che il cambiamento climatico è una sfida importante e difficile da mettere in agenda nelle politiche perché i risultati sono a lungo termine.
Se si lavorasse veramente per costruire delle azioni comuni volte ad affrontare il problema della mobilità umana causata dal cambio del clima, dovrebbero essere riscritte e rivoluzionate molte delle politiche proposte da questo governo, anche quelle in materia di immigrazione.
Proprio durante quella conferenza si concludeva la triste querelle tra Malta e l’Italia su dove dovessero sbarcare due barconi di migranti con a bordo circa 140 persone. Entrambi i paesi si sono rifiutati di accoglierli. Il braccio di ferro durato 4 giorni - durante i quali i migranti hanno continuato a soffrire freddo, fame, sete e un mare forza quattro - ha visto “capitolare” l’Italia che si è vista “costretta” all’ospitalità forzata.
Il global warming ha infatti un grosso impatto nel continente africano. Il cambiamento climatico provoca dei flussi migratori sia interni che esterni all’Africa.
Una grande sfida
“La mobilità umana è una grande sfida” afferma Frattini. Ce ne siamo resi conto tutti, ma il governo, con queste politiche razziste sembra la stia perdendo, in termini di umanità e di opportunità economiche e culturali che può offrire.Le risposte alla mobilità, dovuta anche all’impatto dei cambiamenti climatici sulle persone in Africa, non le può offrire Frontex. Non ci si è resi conto che le migrazioni, anche quelle climatiche, esistono da sempre e non si può fermarle, afferma Balgis Osman – Elasha sudanese, anche lei parte dell’Ipcc. “Lo status del rifugiato climatico però non è ancora riconosciuto” - spiega Philippe Boncour capo dell’Idm, International Dialogue on Migration Division. “Un rifugiato deve dimostrare l’elemento persecutorio ed è difficile che un migrante riesca a giustificare il suo spostamento forzato con cause legate al cambiamento climatico, seppure esistano i legami. Quanto deve essere secco un pozzo perché il villaggio scelga volontariamente o forzatamente lo spostamento?”.
Gli effetti del cambiamento climatico sono infatti molteplici. Con l’aumento della temperatura c’è un elevato calo di piogge e un aumento delle tempeste di sabbia. In questi due casi, ad esempio, c’è un impatto sull’agricoltura, la salute, le infrastrutture, così come sulle risorse idriche. Prolifera la zanzara della malaria e aumentano i contagi, arrivando anche negli altopiani, zone che fino a questo momento non erano ancora state contaminate.
Le risposte vanno cercate anche nei modelli di consumo. Infatti è stata la pressione umana – l’impronta ecologica dell’Italia, della Francia, degli Stati Uniti e di altri paesi – a caratterizzare il nuovo periodo geologico. Secondo la comunità scientifica, la rivoluzione industriale ha dato inizio ad un’era geologica chiamata “antropocene”, come spiega Gianfranco Bologna, direttore del WWF Italia. Insomma, le cause vanno cercate a casa nostra visto che l’impronta ecologica degli africani è minima: dodici tonnellate di CO2 è quanto emette ogni anno uno statunitense, tra le sei e le 8 tonnellate un europeo, 0,2 un africano.
Per questo, secondo il ministro Frattini, l’approvvigionamento energetico e la differenzazione delle fonti è un argomento cruciale, così come lo è lo sviluppo di tecnologie pulite per rispondere al problema del cambiamento climatico.
E perché, ci chiediamo, l’Italia, nonostante un referendum popolare di qualche anno fa, ha previsto di investire nel nucleare? Non riusciamo proprio a capire dov’è il nesso. E continuiamo a non capire perché l’Italia, il paese de “O sole mio”, ancora non abbia cominciato ad investire massicciamente nelle energie rinnovabili.
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