L’Afghanistan verso le elezioni
Laura Giallombardo
Approvata una legge che toglie i diritti alle donne e permette perfino lo stupro in famiglia. È il tentativo del presidente Karzai di avere il consenso dell’ala più conservatrice del paese.
Basteranno gli appelli delle organizzazioni internazionali, le critiche di numerosi governi e le proteste della società civile a far modificare la nuova legge sul diritto di famiglia? Sebbene sia vero che finalmente la minoranza hazara di credo sciita (circa il 9% della popolazione afghana), per lungo tempo perseguitata, si vedrà riconosciuto un proprio diritto di famiglia basato sulle tradizioni sciite e non sunnite, la legge rappresenta per molti un compromesso che sacrifica la donna.Un sacrificio per la donna
Un compromesso, perché potrebbe essere il tentativo del presidente Hamid Karzai di ottenere l’appoggio degli sciiti, dei musulmani conservatori e degli estremisti religiosi alle prossime elezioni; ma un sacrificio per la donna, perché avrebbe di nuovo un ruolo marginale e degradante rispetto all’uomo.La legge, se pubblicata, autorizzerebbe di fatto lo stupro all’interno del matrimonio, in quanto obbliga la donna a concedersi al marito una volta ogni quattro giorni, mentre l’uomo è obbligato a concedersi una volta ogni quattro mesi. Inoltre viene vietato alla donna di ricevere un’istruzione, di uscire di casa, di cercare lavoro e di andare dal medico senza il permesso del marito; vengono indeboliti i diritti della madre in caso di divorzio; viene reso impossibile alla moglie ereditare dal marito case e terreni. Si tratta di una legge che però contrasta con la Costituzione afghana, in cui è sancita la parità tra uomo e donna, garantendone gli stessi diritti e doveri. Quando poche centinaia di donne sono scese in piazza a manifestare contro la legge, migliaia di studenti le hanno insultate e derise.
Nulla è cambiato?
Da questa premessa si potrebbe desumere che nulla è cambiato ad otto anni dalla caduta dei talebani, e poco ci si può aspettare dalle elezioni, ma sarebbe riduttivo e superficiale.L’analisi della situazione attuale dell’Afghanistan va fatta alla luce di diverse componenti: la storia del paese, con le sue tradizioni culturali e religiose, le guerre succedutesi nel corso degli ultimi decenni con le loro conseguenze, gli attori in campo, eterogenei, ma alleati e nemici a seconda della convenienza.
Indipendente dall’Impero britannico dal 1919, l’Afghanistan ha un periodo di relativa stabilità fino al 1973, quando il re Zahir Shah è deposto dal cugino Mohammad Daoud, che proclama la repubblica diventandone il presidente. Con il nuovo colpo di Stato del 1978 si impone un governo comunista, che però non riesce a dare stabilità al paese. I sovietici vogliono un governo da controllare facilmente, ma il presidente Amin si rivela un uomo tutt’altro che manovrabile, sensibile ai richiami dei nemici americani. L’invasione da parte dell’Armata Rossa fa precipitare il paese nel caos. Circa un milione di morti, milioni di rifugiati all’estero, senza contare feriti e conseguenze economiche. Gruppi di combattenti islamici, i mujahiddin, con il supporto degli Usa, si uniscono per combattere gli invasori. Nel 1989 i sovietici lasciano l’Afghanistan, ma i mujahiddin impiegano tre anni per entrare a Kabul, facendone teatro degli scontri tra le loro diverse fazioni. Il paese, completamente distrutto, è in balia dell’anarchia.
I talebani
L’emergenza e il successo dei talebani si basano sulla necessità di porre fine al caos. Dal 1996 controllano il 90% del territorio. Se da un lato il loro governo si basa sulla lotta alla corruzione e sul commercio florido, dall’altro favorisce la produzione di oppio e impone alla donna dure restrizioni alle sue libertà. L’operazione militare Enduring Freedom da parte dell’esercito statunitense e dei suoi alleati pone fine al regime talebano, ma non porta la pace.Oggi la situazione è più che mai instabile. Sebbene vi siano stati fattori positivi, gli afghani non possono affermare di vivere in un paese sicuro. Quali sono stati gli sbagli e quale strategia dovrebbe adottare il nuovo presidente degli Usa Barack Obama?
Veniamo ai fatti. Dopo oltre trent’anni, nel 2004 e nel 2005 si svolgono le prime elezioni presidenziali e legislative. Una nuova costituzione è creata. Un esercito e una polizia nazionale si formano. Le donne iniziano a riappropriarsi dei propri diritti. Oltre 4 milioni di bambini ritornano a scuola. Gli ettari di terreno coltivati a oppio diminuiscono di oltre il 20% nel 2008. Sebbene siano positivi, questi risultati vanno osservati in maniera più accorta.
L’amministrazione americana non appoggia più Karzai e il suo governo, che non sono riusciti a contrastare in maniera adeguata il narcotraffico e la corruzione e non hanno favorito lo sviluppo economico. La maggiore responsabilità di Karzai è quella di aver scelto per le amministrazioni distrettuali e i governatorati provinciali personalità poco valide politicamente, ma a lui legate da amicizia o da interesse. Il sistema amministrativo è lento. Gli atti criminali spesso non raggiungono le corti. Il governo non ha il completo controllo del territorio, specialmente nella zona meridionale, dove cresce il potere dei talebani. La loro strategia è imperniata non su atti di violenza indiscriminata, ma su frequenti attacchi mirati a demoralizzare la popolazione. Sono consapevoli che la conquista dell’intero territorio è fuori portata, ma a loro vantaggio hanno una grande capacità di attrarre nuove reclute e di mantenere il morale alto. Il Pakistan, alleato degli Usa nella lotta al terrorismo, è rifugio dei talebani, così come lo era stato negli anni Novanta. Le frontiere tra Pakistan e Afghanistan sono controllate da numerosi gruppi tribali. Persino Kabul è una fortezza non esente da attacchi terroristici.
La linea di Obama
È su questo quadro politico-territoriale che Obama deve basare la sua strategia. Bisogna partire dagli errori del passato per riconoscerli e modificare le azioni.Il presidente Usa ha annunciato l’invio di circa 20.000 uomini, soprattutto consiglieri civili, e altri ne arriveranno dagli alleati. In molti rievocano la parola “vietnamizzazione”. Ma Obama intende agire su molteplici fronti. Al fine di rendere sicuro il paese bisogna rafforzare le truppe straniere già presenti, ma anche garantire nuove risorse e training per le forze di polizia. Accanto alla strategia militare serve inoltre una chiara politica multilaterale. In passato gli errori maggiori sono stati due. La mancanza di una chiara strategia comune tra Usa, Ue e Onu, e la propensione ad intessere tra paesi rapporti bilaterali. Obama appoggia la politica opposta. Vuole un maggior coordinamento tra tutte le forze in campo e chiede un maggiore coinvolgimento dei paesi dell’area: Pakistan, India, Cina, Russia, Iran, le nazioni dell’Asia centrale. Prove del dialogo multilaterale ci sono state a fine marzo durante la conferenza internazionale sull’Afghanistan.
Un punto con cui la nuova amministrazione statunitense dovrà fare i conti è il ruolo dei talebani. L’apertura al dialogo potrebbe essere il segnale di arresa al terrorismo, ma la chiusura potrebbe portare il paese a uno stato di guerriglia permanente.
La chiave di svolta legata alle prossime elezioni sta nella natura multiculturale e sociale del paese. Al di là degli annunci di routine: prime elezioni democratiche sotto il pieno controllo del governo afghano, reale partecipazione delle donne ecc. L’esempio sta nella composizione dell’esercito e della polizia. Si trovano insieme donne e uomini, ex combattenti mujahiddin e comunisti, atei e religiosi. Partire dalle diversità, attraverso il dialogo e il rispetto, per raggiungere la convivenza.
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