Messico. La sicurezza interna affidata ai militari
Diana Cortese
La priorità data dall’attuale governo alla lotta contro i narcotrafficanti mette a repentaglio i minimi diritti umani. L’esercito continua a fare abusi nella totale impunità. Mentre il ministro della sanità annunciava l’epidemia influenzale il Senato votava la nuova legge sulla sicurezza.
Per una macabra coincidenza del destino dal 2006, anno in cui il neo eletto governo dell’attuale presidente Calderon ha deciso di fare della lotta al narco una priorità assoluta, questa lo è diventata. Il numero di “esecuzioni”, omicidi relazionati al confronto tra clan o tra clan e forze dell’ordine, registra un’impennata incredibile. Solo nel 2008 si sono contate circa 5620 “esecuzioni”, per una media di quasi dieci persone al giorno. Gli omicidi vengono commessi con una violenza provocatoria, tramite decapitazioni o menomazioni gravi e le parti amputate non raramente sono esposte pubblicamente a monito.Gli abusi dei militari
Il 1° gennaio del 2008 il presidente Calderon fa il passo successivo e inserisce formalmente tra gli obiettivi delle Forze Armate quello di “appoggiare le politiche in materia di sicurezza interna”, e cioè di ordine pubblico. Il 7 marzo del 2008 un nuovo documento generalizza la presenza militare in tutto il paese. Cade nel vuoto la risoluzione della Commissione interamericana per i Diritti Umani in cui si dichiara che il potere pubblico sta violando la Costituzione con atti che tradiscono il mandato costituente dell’esercito.L’elemento più preoccupante sono gli abusi da parte dei militari a danno dei civili, che restano impuniti grazie alla giurisdizione militare e alla difficoltà, incontrata dalla popolazione, di denunciare i crimini commessi da esponenti delle Forze Armate. Crimini raramente riconosciuti come tali dalle autorità grazie a una riforma del codice penale che mentre svecchia il sistema giudiziario messicano, compiacendo le organizzazioni in difesa dei diritti civili e politici, prevede notevoli eccezioni per il caso del crimine organizzato. La carcerazione preventiva fino a 80 giorni sulla base di sospetti non formulati in accuse e non provati, detta arraigo, pur se limitata ai casi di delinquenza organizzata non smette di essere una violazione seria dei diritti umani, così come la previsione di violazione di domicilio senza mandato da parte della polizia detta cateo. Le pratiche lesive dei diritti fondamentali, adottate in alcune occasioni dai militari, non possono essere sottoposte all’attenzione dei Tribunali penali civili, ma ricadono sotto la giurisdizione di quelli militari. Fin dal 2006, quando è cominciata la crescente militarizzazione del paese, hanno espresso la loro opinione contraria e critica varie organizzazioni di prestigio internazionale, che tuttavia non hanno suscitato reazioni determinanti da parte delle autorità messicane.
Una guerra preventiva
Si profila lo spettro di una sorta di guerra preventiva dello Stato, ma contro chi? Il contesto politico locale è costituito da tensioni sociali enormi, da fortissime disuguaglianze, dalla irrisolta questione indigena, dagli effetti devastanti della crisi economica mondiale e da un governo illegittimo risultato da una frode elettorale. Le zone più povere del Messico, in cui vivono vari gruppi etnico-linguistici in stato di totale emarginazione, soffrono di una completa mancanza di rappresentanza a livello amministrativo e politico, e di gravi livelli d’insoddisfazione riguardo all’utilizzo delle risorse pubbliche da parte delle autorità statali o federali. Si tratta di un contesto in cui la pressione sociale si manifesta spesso e prende forma nei numerosi movimenti sociali. Le persecuzioni a danno di movimenti campesinos e indigeni sono spesso archiviate come danni collaterali della guerra al narcotraffico ma la frequenza con cui l’esercito, svolgendo mansioni di polizia, utilizza o abusa dei suoi poteri per indebolire e colpire i movimenti, ha fatto pensare a una strategia mirata, cui contribuiscono anche la chiusura dei canali di dialogo con il governo e il non riconoscimento degli attori sociali. La presenza militare in queste zone remote del paese, lontane dai centri di potere e di controllo, ha indotto numerose organizzazioni a parlare di criminalizzazione della protesta sociale e a leggere la presenza militare come un’ arma nelle mani delle autorità, un’arma garantita e tutelata da una giurisdizione ad hoc. Si sta delineando in Messico un’antitesi grave tra Sicurezza Nazionale e Sicurezza Pubblica, in cui per garantire la prima si minaccia costantemente la seconda. Dal 2006 al 2008 sono stati documentati dalla stampa e dalle organizzazioni non governative numerosi abusi da parte delle Forze Armate contro la popolazione civile.Gli abusi si configurano come violazioni dei diritti fondamentali alla vita, all’integrità fisica, a non essere sottomesso a tortura o a trattamento crudele, inumano e degradante, alla libertà della propria persona, alla difesa, all’accesso alla giustizia, all’inviolabilità del domicilio, all’informazione. Spesso si verificano nei check point militari e per la maggior parte sono localizzati negli Stati dove si registra la maggiore presenza di contingenti militari per la lotta al narcotraffico.
In alcuni Stati come Guerrero e Chiapas le forze dispiegate dal governo federale, sembrano in abbondante soprannumero rispetto al pericolo che le comunità indigene rappresenterebbero per il paese e rispetto alle loro relazioni con i trafficanti, soprattutto in Chiapas, molto ridotte. Le vittime delle violazioni sono civili, in maggior parte donne indigene, che subiscono aggressioni fisiche a scopo sessuale, ma è elevato anche il numero di minorenni e giovani, giornalisti, poliziotti locali e impiegati pubblici. Le persone che cercano di agire sul piano legale soffrono continue minacce, le loro denunce vengono ignorate dall’autorità preposta e vige un’impunità allarmante a causa della giurisdizione militare.
La violenza
Lo stupro e la molestia a sfondo sessuale stanno acquisendo un valore quasi sistematico, poiché è in vertiginoso aumento il numero delle donne, soprattutto indigene, rimaste sole a causa dell’uccisione, sparizione o arresto dei familiari maschi. Molte delle rotte che separano il domicilio dal posto di lavoro, i campi, sono sotto il controllo dei militari. Non meno rischioso è il ruolo che stanno acquisendo le donne nella difesa dei propri familiari, sollevando denunce alle autorità con il sostegno di Ong locali. Alcune sono perfino arrivate alla Corte interamericana per i Diritti Umani e la violenza sessuale è un’efficace risposta da parte dei corpi militari minacciati. 634 denunce in un anno e mezzo sono il risultato visibile di un infaticabile lavoro collettivo delle comunità colpite dalla militarizzazione. Questo numero rappresenta solo la porzione di popolazione che ha potuto denunciare ma rivela la gravità e l’intensità del fenomeno che non può essere assolutamente considerato incidentale e occasionale. Le denunce sono così distribuite: 250 per esercizio indebito della funzione pubblica, 221 per cateos o violazioni di domicilio non autorizzate, 182 per trattamenti crudeli, 147 per detenzioni arbitrarie, 85 per furto, 41 per minacce e 32 per intimidazioni. Molte denunce accusano la perpetuazione di varie violazioni allo stesso tempo, costruendo un quadro di eventi complessi e caratterizzati da notevole violenza. Non si può omettere neanche un altro dato riguardante le cosiddette “esecuzioni” legate allo scontro tra bande criminali e forze dell’ordine. Il numero di vittime civili, ovvero non colluse con il narcotraffico e non integranti polizia o esercito, è basso. La stampa ha riportato 13 omicidi accidentali da dicembre 2006 a giugno 2008.Sorge un dubbio: come si stabilisce se tra le vittime ci sono persone non colluse con la criminalità? Secondo le attuali leggi al rispetto e secondo una prassi ormai internazionalmente consolidata, non viene considerata nessuna differenza di grado tra la manodopera occasionale della criminalità, quella fissa ma non coinvolta a livello gestionale o decisionale, e i dirigenti. Il solo sospetto fa la colpa, ma se così non fosse quante sarebbero le vittime cosiddette civili di questa guerra silenziosa? In un sistema in cui vige la presunzione di colpevolezza un sospetto giustifica arresti, detenzioni, perquisizioni, sequestri di beni e minacce. Da qualche giorno basta anche solo uno starnuto.
La distrazione mediatica
Giornalisti e associazioni messicane non sembrano essere caduti nella trappola dell’influenza suina e tentano di tenere all’erta la popolazione sulla distrazione mediatica che questa comporta.Il 23 aprile scorso il ministro della Sanità messicano Villalobos informa la cittadinanza dell’esistenza di un’infezione nel paese che definisce in termini non allarmanti. Nel frattempo il Congresso vara 182 proposte di legge, tra le quali importanti novità in materia di sicurezza. Una di queste rinforza il sostegno legale alla partecipazione militare alla lotta contro il narcotraffico prevedendo in alcuni casi il totale assoggettamento dei corpi di polizia al comando militare. Un altro provvedimento chiave riguarda la legalizzazione delle intercettazioni telefoniche, lo spionaggio internautico e nuove operazioni in incognito. Il 24 aprile si annuncia la chiusura delle scuole e delle università nel distretto federale, che pochi giorni dopo è estesa a tutto il paese, la possibilità di entrare senza mandato in ogni tipo di locale o abitazione privata, l’isolamento immediato di qualsiasi sospetto caso di contagio, le perquisizioni e ispezioni di potenziali portatori di virus, il divieto apposto a tutte le forme di riunione di persone. Il 28 aprile il contagio è già diffuso e il grado d’allerta dell’Oms passa da 3 a 5. Mentre il ministro messicano rettifica che i morti non sono 159 ma 8, aggiungendo che le durissime misure adottate restano valide in ogni caso, il Senato approva con un solo voto contrario la riforme alla legge di sicurezza. La presenza dell’esercito si estende, nel mutismo incredulo delle bocche tappate dalle mascherine, all’unico territorio che fino ad ora non era stato incluso nella strategia di militarizzazione massiccia del paese, la mastodontica Città del Messico. E questo avviene con l’automatismo di un gesto necessario.
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