Messico: la battaglia di Marisela Ortiz Rivera
Paola Bizzarri
Ciudad Juarez. Ai confini con gli Usa. Dal 1993 sono sparite oltre 100 ragazze tra i tredici e i vent’anni. 500 sono state trovate morte. La battaglia difficile, tra incomprensioni e minacce, di un’associazione di donne.
Colpisce la scelta del nome dell’associazione fondata nel 2001 da Marisela Ortiz Rivera*, insegnante e psicologa messicana: “Nuestras Hijas de Regreso a Casa”, vale a dire: “Che le nostre figlie ritornino a casa”. Una preghiera, un’esortazione, una speranza, un’invocazione.O, come dice Marisela, “como un grito de auxilio desesperado”. Lo sguardo rivolto al futuro. Perché il presente non dà certezze. E il passato non ha fatto altro che mettere in fila cadaveri su cadaveri in questo angolo di mondo chiamato Ciudad Juarez. Città al confine tra Messico e Stati Uniti, fatta di maquiladoras, fabbriche di assemblaggio di proprietà straniera con particolari privilegi fiscali. Meta di lavoro, malpagato e senza nessun diritto riconosciuto, per giovani donne che arrivano da tutto il Messico.
A Ciudad Juarez, dal 1993 ad oggi 1000 donne sono scomparse, 500 sono state ritrovate morte dopo essere state violentate e torturate con accanimento crudele. Tutte giovani, tra i tredici e i vent’anni, di modesta estrazione sociale, studentesse o operaie.
Un’ecatombe, un vero e proprio femminicidio, che una donna dall’umanità forte e vibrante, Marisela Ortiz Rivera, ha deciso di denunciare al mondo, ricevendo una serie di minacce di morte e intimidazioni. Eppure lei procede, per ottenere una giustizia e perché crimini del genere non avvengano più. Tra novembre e dicembre 2008 Marisela è stata in Italia, dove ha ricevuto una lunga serie di riconoscimenti per il suo lavoro all’interno dell’associazione.
Quando e perché hai cominciato a occuparti di “femminicidio”?
È successo nel febbraio del 2001, dopo la scomparsa e il successivo assassinio della mia ex allieva, Lilia Alejandra Garcia Andrade, il cui cadavere è stato ritrovato alcuni giorni dopo. Questo movimento cominciò con una forte protesta pubblica nella quale Norma Andrade, madre di Alejandra ed io, denunciavamo le autorità per la loro inerzia nella ricerca delle ragazze scomparse, principalmente di Alejandra. Tale denuncia venne accompagnata da una manifestazione in questa zona a Nord del Messico con centinaia di persone di fronte agli uffici della Procura generale di Giustizia. Abbiamo manifestato con il corpo di Alejandra nella bara, il nostro scopo era esigere giustizia e indagini per il suo assassinio, avvenuto sette giorni dopo la sua scomparsa.
Oggi l’associazione è costituita da familiari e amici vicini alle giovani assassinate e desaparecidos, si impegna nella difesa dei parenti delle vittime e nella lotta contro l’omertà della gente e la corruzione delle istituzioni.
Di che cosa è fatta la tua quotidianità?
Di molto lavoro e di molto rischio a causa delle minacce che ci ha procurato la lotta per difendere il diritto delle donne di vivere e lavorare in sicurezza. Non basta. La mia giornata è fatta anche del timore che le minacce di assassinare le mie figlie un giorno si realizzino.
Qual è la causa principale di questi assassinii?
Le cause possono essere varie e di diversa natura: la permissività delle autorità statali, giudiziarie e politiche e la violenza sessista incrostata nella nostra società particolarmente machista. Ma aggiungo anche la forte corruzione che caratterizza le istituzioni e le autorità messicane, l’indifferenza dello Stato di fronte all’industria creata dal capitale straniero. Un’industria inseritasi nel nostro territorio grazie alla mano d’opera a buon mercato e che non si è mai assunta alcuna responsabilità per la sicurezza dei lavoratori sfruttati senza nessuno scrupolo. Infine, chiudo con la mancanza di volontà politica da parte del Messico nel risolvere i problemi dei diritti umani, così come la mancanza di potere e la vulnerabilità delle donne messicane che lungo questa frontiera cercano opportunità per uno sviluppo economico.
Puoi confermare che dietro questi omicidi potrebbero nascondersi casi di rituali di iniziazione richiesti dai narcotrafficanti?
Tutto è possibile. Chi presenta questa ipotesi è l’accademica brasiliana Rita Segato nel suo libro “Territorio, Sovranità e Crimini di Secondo Stato: la scrittura sul corpo delle donne uccise a Ciudad Juarez”. Per conoscere meglio queste ipotesi, ti segnalo anche il libro di Sergio Gonzalez Rodriguez, “Ossa nel deserto” e quello di Diana Washington, “Raccolto di donne”. Senza dimenticare il documentario di Alejandra Sanchez “Sotto Juarez” (“Bajo Juarez”).
Mi chiedo quindi se potrebbe esserci un collegamento tra l’aumento della violenza nel Messico per mano dei cartelli dei narcotrafficanti e le violenze contro le donne.
Sì, potrebbe esserci uno stretto rapporto dimostrabile dal maggiore indicatore, ossia l’aumento di questa violenza nel 2008, così come nel 2009. In questi due anni, infatti, Ciudad Juarez ha vissuto una fase di crisi dovuta agli eventi di violenza derivanti dalla lotta condotta quotidianamente almeno da due cartelli della droga e che ha già lasciato la sua scia di migliaia di orrendi assassinii e gente mutilata per le strade. Nel primo quadrimestre del 2009 ci sono stati 22 casi di assassinii violenti di donne, nel 2008 lo Stato ne ha riconosciuti 87, noi ne contiamo più di 130, rispetto ad una media annuale che va dai 24 ai 30 dal 1993 al 2003.
Come siete riuscite a farvi ascoltare e sostenere dalle organizzazioni internazionali?
Diffondendo ampiamente il tema, come un grido di aiuto disperato. Denunciando che in Messico non esiste nessuna giustizia per le donne, utilizzando gli strumenti forniti da internet e recandoci sempre dove venivamo invitate per testimoniare fatti che non si risolvono né si concludono. Infine, ricorrendo alle maggiori e più riconosciute organizzazioni per i diritti umani nel mondo: Amnesty International, Organizzazione mondiale contro la Tortura, Human Rights Watch, Commissione interamericana dei diritti umani, università e governi europei, parlamenti di diversi paesi, compreso quello europeo.
Da dove trai la forza di continuare il tuo lavoro nonostante le molteplici minacce?
La forza è di chi ha ragione. Traggo l’energia necessaria perché spero che un giorno tutto si risolverà: per questo abbiamo lavorato duramente. Traggo l’energia vedendo i sorrisi e gli sguardi dei bambini e delle bambine, familiari delle vittime, con i quali lavoro. La trovo nelle loro necessità, nella fiducia che hanno posto in noi queste madri disperate le quali, pur con il grande dolore della perdita delle loro figlie, lottano instancabili per la giustizia. Nella mia famiglia, forte e unita, solidale e amorevole, che non solo ha sostenuto la nostra causa, ma l’ha fatta sua in appoggio alle famiglie colpite da queste tragedie.
Perché le autorità messicane non portano avanti indagini su questi omicidi?
Perché sicuramente sanno che quelli che stanno dietro possono essere persone potenti. Qui ci sono solo due possibilità: o hanno abbastanza denaro per pagare il loro silenzio e la loro immobilità, oppure esiste una eccessiva pressione che intimorisce le autorità.
Perché cercano di screditare il tuo lavoro, le tue denunce?
Per intimidirci, per far tacere le nostre voci, per minimizzare i fatti e persino negarli, per cercare di dimostrare che la nostra lotta nasce da un presunto interesse materiale, mentre è ovvio che si tratta di un problema grave di diritti umani, di impunità. Perché nel denunciare i fatti noi rendiamo manifesta la possibile complicità dello Stato e perché è più facile spiegare le nostre azioni con un motivo di lucro che non accettando l’esistenza del problema nella sua enorme dimensione. In caso contrario dovrebbero dare una risposta effettiva a tutti coloro che pongono da anni domande e mettere fine agli assassinii, il che colpirebbe i loro interessi. Nel 2008 non esistono accusati, né un cenno di chi siano, non esiste alcuna indagine effettiva, nessuna traccia.
La popolazione messicana ha imparato a convivere con la violenza?
Spero di no. Però c’è un grande rischio che succeda e non solo in Messico, ma in tutto il mondo, soprattutto se noi esseri umani rimaniamo inattivi, permettendo questi fatti intollerabili di estrema violenza e pensando che non ci riguardino se non siamo direttamente colpiti.
* Nuestras Hijas de Regreso a Casa - www.nuestrashijasderegresoacasa.blogspot.com - http://www.proyectoesperanzacdjuarez.blogspot.com - www.radiofem.net)






