Nulla di fatto del G8 Ambiente a Siracusa
Luca Manes
Nessun impegno serio. Eppure negli stessi giorni del G8 sull’ambiente è stato presentato un rapporto di Environmental Defense Fund che denuncia la complicità delle istituzioni finanziarie internazionali nella realizzazione di centrali a carbone.
Il G8 dell’Ambiente di Siracusa dello scorso fine aprile ha prodotto pochissimi risultati di rilievo. Anzi, in realtà si è concluso con un prevedibile nulla di fatto, tra la solita retorica stucchevole sulla lotta ai cambiamenti climatici e promesse così vaghe da risultare addirittura irritanti. In concomitanza con l’evento siciliano è stato presentato un rapporto che svela come le istituzioni finanziarie internazionali foraggino con miliardi di euro la costruzione di centrali a carbone, che tutto fanno tranne che preservare l’equilibrio ambientale. Forse i ministri dell’Ambiente delle otto grandi potenze mondiali avrebbero potuto prendere spunto dallo studio, realizzato dall’organizzazione ambientalista statunitense Environmental Defense Fund (Edf), per parlare seriamente di come attuare dei cambiamenti concreti ed efficaci sull’approccio per la tutela del nostro pianeta.Banca mondiale e carbone
Nel rapporto si dimostra come dal 1994 la Banca mondiale, le altre banche multilaterali di sviluppo e le agenzie di credito all’esportazione dei principali paesi occidentali abbiano favorito la realizzazione e l’espansione di ben 88 impianti che bruciano carbone, ovvero il più inquinante tra i combustibili fossili, staccando assegni per un totale di 37 miliardi di dollari. In Europa si è costruito in tutto il blocco orientale, ma anche in Germania, mentre nel resto del pianeta sono stati portati avanti numerosi progetti, tra gli altri, in India, Filippine, Vietnam e Indonesia.
Tanto per chiarire quali saranno gli impatti sui cambiamenti climatici, quelle centrali libereranno nell’aria 791 milioni di tonnellate di anidride carbonica (CO2) l’anno. Secondo l’Agenzia internazionale sull’Energia, senza un’immediata inversione di rotta in merito agli investimenti sul carbone operati nei paesi del Sud del mondo, la bolletta delle emissioni sarà così alta - e dannosa - che si raggiungerà un punto di non ritorno anche se le realtà industrializzate dovessero azzerare la loro produzione di CO2 entro il 2030.
Eppure, l’impiego del carbone tra il 2000 e il 2006 è cresciuto di una media annuale pari al 4,9 per cento, mentre le fonti energetiche rinnovabili si sono attestate sul 3,1. I finanziamenti del fondo delle Nazioni Unite per combattere il surriscaldamento globale, un totale di 6,4 miliardi di dollari, sono poi poca cosa se rapportati alle decine di miliardi che vengono erogate da istituzioni finanziarie internazionali e agenzie di credito all’export.
Gli impianti a carbone hanno un ulteriore “difetto” da tenere in debita considerazione: la loro vita può arrivare fino a 50 anni. Un periodo molto lungo, soprattutto se si pensa ai loro impatti sull’ambiente. Eppure, la dirigenza della Banca mondiale continua a sostenere che puntare sul carbone “pulito” sia una soluzione ottimale, dimenticando che in termini di emissioni la differenza con il carbone “sporco” è risibile. In alcuni casi poi, ad esempio in India, per costruire le centrali sono state utilizzate tecnologie di dubbio valore e che lasciano molto perplessi gli esperti. L’impianto di Tata Mundra, sostenuto economicamente da Banca mondiale e Banca asiatica per lo sviluppo, rilascerà nell’atmosfera l’incredibile ammontare di 26,7 milioni di tonnellate di CO2 l’anno, ovvero i due terzi del totale delle emissioni dell’America latina nello stesso arco di tempo.
L’Edf propone quindi di dare ascolto ai tanti studi che dimostrano come gli investimenti sulle rinnovabili e in particolare sul solare potrebbero far sì che nell’arco di pochi anni cessi la dipendenza dal carbone. Oltre a rendicontare in maniera seria e completa le reali emissioni di CO2 provocate dai loro finanziamenti, le banche multilaterali di sviluppo e le agenzie di credito all’export dovrebbero iniziare a destinare fondi pubblici per opere che combattano sul serio i cambiamenti climatici e non li amplifichino.
Mentre sul presidente americano Barack Obama e sulle sue iniziative “verdi” pende la spada di Damocle del Congresso, che ha già bloccato il sostegno ai nuovi fondi sul clima della Banca mondiale perché vuole che siano inclusi anche i progetti per il carbone “pulito”, è auspicabile che i prossimi summit sull’ambiente siano meno fumosi e possano raggiungere dei progressi reali. Per cominciare si potrebbero obbligare le istituzioni finanziarie internazionali e le agenzie di credito all’export a investire più soldi e risorse umane sulle energie rinnovabili, invertendo una tendenza che va avanti da troppo tempo, come dimostrano ormai una pletora di rapporti indipendenti. Ne va della salvezza del nostro pianeta.
Powered by !JoomlaComment 4.0 beta1






