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La convivialità delle differenze

La nuova costituzione boliviana

Gianni Tarquini

A colloquio con Xavier Albò: “È chiaro l’intento di forgiare un paese nuovo, capace di convivere con le tante diversità che possiede. Altri arrivarono e ci insegnarono il razzismo”.

Abbiamo intervistato Xavier Albò, uno dei massimi esperti di indigenismo latinoamericano, sul modello di convivenza proposto dalla nuova Costituzione boliviana. Albò è un gesuita, antropologo e linguista, originario della Catalogna (Spagna). Dal 1952 vive in Bolivia e ha preso la cittadinanza boliviana. È tra i fondatori del CIPCA – Centro de Investigaciòn y Promociòn del Campesinado. Un suo saggio, “Eticità e movimenti indigeni in America latina”, inedito per l’Italia, sarà pubblicato in un testo a più mani sul protagonismo degli indigeni della Bolivia e dell’Ecuador curato da Terre Madri e in stampa tra qualche mese.
Quali sono gli elementi più interessanti della nuova Costituzione boliviana approvata nel 2008 e promulgata nel 2009?
I punti chiave della nuova Costituzione sono inseriti già nel suo Preambolo, dove sono contenute novità assolute. Si inizia con un elogio alla natura, già questo giuridicamente innovativo, e si prosegue con un elogio alla diversità (utilizzando, per questo passaggio, la dichiarazione dell’Unesco del 2001): “Popolammo questa sacra Madre Terra con facce differenti, e comprendemmo già da allora la pluralità vigente di tutte le cose e la nostra diversità come esseri e culture”. È qui chiaro l’intento di forgiare un paese nuovo, capace di convivere con le tante diversità che possiede e dentro la diversità stessa. Si richiamano i soprusi subiti dalle popolazioni originarie: “Non sapevamo cosa fosse il razzismo fino a quando lo soffrimmo dai funesti tempi della colonia”. Altri arrivarono e ci insegnarono il razzismo.Importante è la formula dell’articolo 1: “Stato Unitario Sociale, di Diritto Plurinazionale Comunitario, libero, indipendente, sovrano, democratico, interculturale, decentralizzato e con autonomia”, che tenta di racchiudere i propositi sviluppati nei passaggi successivi.
Tra gli articoli risalta il 2 per la novità del riconoscimento della preesistenza di popolazioni che definisce “nazioni e popoli indigeni”. La sua articolazione a 5 assi - “Popoli, Nazione, Indigeni, Originari, Contadini” - riconosce l’evoluzione storica con cui questi gruppi sono stati definiti nei diversi decenni di storia boliviana e introduce il concetto di plurinazionalità.
Qual è stata l’evoluzione del concetto di plurinazionalità nel paese?
Evo Morales e il Mas (Movimiento Al Socialismo, partito al governo), durante la stesura della Carta lo avevano ben chiaro e supportavano le rivendicazioni degli indigeni. Il problema è sorto in Assemblea costituente dove erano necessari i 2/3 dei voti per approvare i diversi articoli: il Mas non li aveva e ciò ha permesso agli oppositori di bloccare le proposte non gradite, tra le quali quella della plurinazionalità, per molto tempo.
La Bolivia già dal 1978, dopo l’esplosione del movimento katarista di orgoglio indigeno, iniziò a utilizzare questo concetto senza metterlo in pratica. Oggi un aspetto innovativo della nuova Carta è il suo carattere “fondativo” basato proprio sull’introduzione della plurinazionalità.
Com’è rappresentata?
Nell’ultimo censimento del 2001, la percentuale di popolazione che si riconosce indigena è la seguente: quechua 31%, aymara 25%, altri popoli originari 6,6%. Nel restante 38% abbiamo i meticci, gli afroboliviani e i bianchi. All’epoca dell’ultimo censo eravamo ancora in anni in cui l’aspetto psicologico e la perdita della lingua del proprio ceppo etnico portavano molti a non identificarsi con gruppi indigeni.
Quali sono altri punti ‘forti’ della nuova Carta?
Oltre all’aspetto fondativo, contiene importanti capitoli come quello dei Diritti e Garanzie, ben sviluppato soprattutto quando enuncia i diritti collettivi che contemplano rivendicazioni storiche dei popoli originari e contadini. Qui diviene effettiva una nazione che cerca di contenere tutte le diversità culturali e storiche che possiede. Nella seconda parte si parla dei quattro poteri dello Stato: Esecutivo, Legislativo, Giudiziario ed Elettorale. È interessante ricordare il tentativo, poi abbandonato per difficoltà giuridiche, di costituzionalizzare un quinto potere: quello dei movimenti sociali. Bisogna poi sottolineare che viene ribadita la base plurinazionale dello Stato quando l’Assemblea viene definita legislativa e plurinazionale.
Ci può aiutare a comprendere meglio il concetto di nazione così come è inteso dalle popolazioni indigene?
Gli Stati si sono appropriati del termine ‘nazione’ per porre solide basi al proprio momento fondativo. In realtà il concetto è precedente alla loro creazione storica. È chiaro così che l’elemento nazione è riferito a tradizioni, lingua, organizzazione sociale che non coincidono con la creazione storica degli Stati e che la precedono. Boaventura de Sousa Santos dice che le grandi teorie dominanti sono state elaborate da poche persone che non hanno conosciuto direttamente il popolo, e per questo, pur essendo imponenti costruzioni, a volte mancano di elementi basilari. Sostiene che le nuove teorie dovranno essere basate sulla conoscenza diretta e che i viaggi ne sono elemento chiave.
Il nuovo modello di convivenza boliviano contiene elementi della Teologia della Liberazione?
In Bolivia non c’è mai stata una riforma liberale e il cattolicesimo è stato per secoli l’unica forma religiosa riconosciuta. La Carta del 2009, con l’articolo 4, riconosce pienamente la libertà religiosa a cui aggiunge le diverse “credenze spirituali” e le “cosmovisioni” ad esse collegate, spostando l’asse verso la spiritualità. Mi sembra un bel punto di arrivo che mi ricorda come alla base dei tanti concetti scaturiti dalla Teologia della Liberazione ci fosse proprio la spiritualità nelle sue diverse forme e la sua importanza per le azioni umane.
Le autonomie riconosciute nella nuova Carta possono essere lette come un compromesso con le spinte secessioniste dell’oriente del paese?
Nella terza parte della Costituzione si affrontano la Struttura e l’Organizzazione dello Stato. C’è stata una doppia spinta: da una parte la pressione delle fazioni autonomistiche del ricco, e ad egemonia bianca, nell’oriente del paese, la cosiddetta “Media luna” comprendente i poco popolati Dipartimenti di Beni, Pando, Santa Cruz, Chuquisaca e Tarija. Questi hanno osteggiato la Costituzione plurinazionale e spostato la lotta politica verso l’autonomia a base economica e, in alcuni casi, la secessione delle loro regioni. Dall’altra parte, è venuta la richiesta degli indigeni di vedere riconosciuta la loro peculiarità e alcune forme di autogoverno comunitario, come nel caso delle giurisdizioni indigene originarie contadine. Le popolazioni originarie hanno sempre avuto un rapporto ambivalente nei confronti dello Stato, sentendone da un lato l’esigenza come elemento re-distributore e capace di imporre regole paritarie, e dall’altro un rifiuto come elemento estraneo alla propria cultura comunitaria e coercitivo soprattutto a causa dell’imposizione di una cultura e di una lingua non propria.
Dall’incontro dalle due potenti richieste di “autonomia” e dal loro riconoscimento è nata la terza parte della Costituzione. Qualcuno dice che queste aperture potrebbero essere pericolose per l’unità statale, ma è vero che le opzioni per costruire qualcosa di diverso erano poche e altrettanto fragili.
Importante sarà mantenere le autonomie e le diversità dentro i paletti di uno Stato aperto ma unitario e non razzista. L’appoggio internazionale sarà, su questo punto, fondamentale, come lo è stato il recente rapporto delle Nazioni Unite sugli episodi di razzismo appoggiati e fomentati dagli indipendentisti della Media luna a fine del 2008. Un rapporto tenuto nascosto per mesi ma che finalmente è stato reso pubblico e che accusa di razzismo gli episodi perpetrati nei confronti degli indigeni che si erano schierati con Evo Morales ed esprimevano politicamente il loro dissenso verso i potenti governatori dei dipartimenti orientali.
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