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A casa di Dona Valda

Lettera dal Brasile

Martina Feliciotti *

La visita a una comunità indigena. L’incontro, il canto e la danza. Ma anche la paura. Una comunità sotto la minaccia di espulsione dalla propria terra. Per dar spazio a un insediamento industriale.

Arrivo a casa di Dona Valda Anacè, ha un sorriso sulle labbra e la curiosità dei bambini. Gli occhi di tutti si posano sulla chitarra che mi porto appresso. La prima domanda che mi viene rivolta è: “Sai suonare? Suona qualcosa per noi!”. È l’ora della canicola e le famiglie riposano all’ombra della veranda, i più piccoli giocano all’altalena sulle amache di tela.
All’invito non mi tiro indietro, ho proprio voglia di suonare. E già dopo la prima canzone, “le italiane” sono diventate di casa, la chitarra passa nelle mani di Ivan, che si rivela un vero maestro di musica, anche se non ha mai messo piede in un conservatorio, e si comincia a suonare insieme, canzoni di paesi e lingue diverse da scambiare, da imparare.
Il lavoro dei missionari del Cimi, l’associazione partner del Sal nel progetto di servizio civile, parte proprio da qui, dalla costruzione di rapporti umani e di amicizia con i popoli indigeni del Brasile, dalle visite nelle case, dalla condivisione del cibo, dalla partecipazione alle feste e ai rituali. Senza prendere posizione sulle questioni interne, partecipiamo con delicatezza e umiltà alla vita delle comunità, ascoltiamo le sofferenze e i problemi delle persone, portiamo notizie degli altri popoli indigeni del Nord-Est. E così a poco a poco, come per il contagio di un sentimento di dignità che fa rialzare la testa, come per il lavoro silenzioso dell’acqua che scava il letto del fiume, uomini e donne che fino a pochi anni fa erano costretti a nascondere la propria discendenza indigena, cominciano a reclamare i propri diritti, a riprendersi le terre dove vivevano da sempre insieme ai loro encantados (spiriti) prima della conquista portoghese e olandese, della caccia all’indio.
Danza e musica uniscono

E così, succede che la nostra visita alle comunità indigene Anacè si trasformi in poco tempo in un’occasione per riunirsi, per danzare il rituale del Torè, per darsi forza nella lotta: si sparge la notizia che si andrà a suonare con le italiane, tra le dune della spiaggia proprio vicino al porto industriale di Pecèm, un complesso enorme in piena terra indigena (che il governo ha espropriato e concesso gratuitamente a multinazionali come la Petrobras e la Odebrecht, senza oneri di tasse per i primi 20 anni). Visitando le case con Junior, riuniamo strumenti vari e si avvisano i suonatori. In poco più di tre ore, siamo più di cinquanta persone che, cantando e suonando i tamburi, si incamminano sotto la luna piena, sulla statale verso il porto, dove anche di notte sfrecciano con grandi boati i camion carichi di merci.
Camminiamo per quasi tre quarti d’ora ma senza esser stanchi, l’aria è frizzante e si sente avvicinarsi il profumo del mare, la luce della luna si propaga sulla sabbia fina e bianchissima. Suoniamo forrò, danziamo il Torè, ammiriamo le stelle fino a tarda notte... e verso il mare, dietro le dune, il bagliore dei fari del porto e delle industrie ci ricorda con violenza la pesante situazione politica in cui si trovano gli indigeni Anacè.
Questo popolo non è ancora stato riconosciuto dal governo - il prefetto locale ha recentemente affermato che non esistono indigeni in quelle terre – e centinaia di famiglie sono minacciate di espulsione, per l’ampliazione del complesso industriale di Pecèm. Si tratta di un grande progetto, iniziato già negli anni ‘90, che il governo Lula sta cercando di portare avanti con il “piano di accelerazione della crescita”, e comprende la costruzione di una grande raffineria di petrolio, di una grande siderurgica, di numerose imprese di produzione (dalla plastica, al cemento, al cibo per cani...) e di grandi infrastrutture. Per garantire il livello di “sicurezza idrica” necessario agli impianti di raffreddamento, verranno deviate le acque del Rio São Francisco, con la costruzione di due canali di 400 e 220 km di lunghezza. Per rifornire di energia le grandi industrie, verranno costruite altre dighe e centrali idroelettriche, con un forte impatto sulla vita di ben 27 popoli indigeni che abitano le sponde del Velho Chico. E soprattutto, neanche un bicchiere di quell’acqua deviata, privatizzata, messa in pericolo di vita, sarà per la sete del contadino, della capra, del mais, della mandioca...
Ma questa notte, quelli che vengono chiamati “gli assenti” da certi studiosi di sociologia, fanno sentire la loro voce e la loro presenza. Si riprendono lo spazio del porto per risignificarlo e si preparano alla resistenza: come dice lo sciamano Pajè Luiz Caboclo “c’è stato un tempo in cui per vivere avevamo bisogno di stare zitti, oggi per vivere abbiamo bisogno di parlare”.

 

(* volontaria in servizio civile per il progetto Cipsi/Sal, Recife, 14 febbraio 2009).

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