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Inchiesta sulla cooperazione

Una ricerca di Fratelli dell’Uomo

Andrea Foschi

L’indagine ha evidenziato in generale come il titolo di studio sia la variabile che maggiormente discrimina atteggiamenti e comportamenti sia nei confronti della cooperazione, sia dell’immigrazione.

Era il 1969, l’uomo scopriva la luna. Molti alzavano gli occhi al cielo sognando il lontano satellite, altri stavano con i piedi per terra. Questi ultimi erano per lo più donne e uomini del Sud del mondo, impegnati nella dura battaglia quotidiana per la sopravvivenza, che non potevano permettersi questo sogno. Riprendendo i contenuti dell’ultima pubblicità sociale di Fratelli dell’Uomo viene lo spunto per parlare di un’importante ricerca commissionata proprio da questa Ong in occasione del suo quarantennale. Dopo quattro decadi di attività, l’associazione ha voluto confrontarsi con l’opinione degli italiani, per stimolare la riflessione sui temi che la vedono impegnata e per poter rilanciare i propri progetti di cooperazione, tenendo conto dei contesti di opinione in cui opera. Un’importante società di ricerche di mercato, CRA Research ha colto questo invito e, a titolo di donazione, ha realizzato questa ricerca con interviste ad un campione di 2070 persone (over 18). Un telepanel che statisticamente rappresenta un significativo campione di italiani che hanno risposto alle domande. Il campione era stratificato e controllato secondo i parametri Istat per sesso, età, ampiezza del comune di residenza, regioni geografiche, professione e livello di istruzione. Le domande erano quattro con la possibilità di dare anche risposte multiple. La ricerca è stata curata, per CRA Research, dal Dott. Marco Dell’Acqua e presentata alla stampa il 29 aprile scorso, presso Aseri, l’alta scuola di economia e relazioni internazionali dell’Università Cattolica di Milano.
Incoraggiare la cooperazione
Alle persone intervistate è stata fornita una definizione generale di cooperazione internazionale in modo da inquadrare e delineare al meglio il tema: “Per cooperazione internazionale si intende l’insieme delle attività solidaristiche ed umanitarie realizzate nel mondo, a favore degli strati più deboli della popolazione, da enti privati, governi, istituzioni internazionali, associazioni, Onlus (cioè senza fini di lucro) e Ong (Organizzazioni non governative). Iniziative e progetti che hanno come obiettivo principale il miglioramento delle condizioni di vita e la tutela dei diritti umani degli uomini, donne e bambini coinvolti”.
La prima domanda ricercava l’opinione sul tema generale della cooperazione internazionale e su quanto fossero in accordo gli intervistati con alcune affermazioni riportate. La cooperazione internazionale “andrebbe incoraggiata di più dai governi del Nord del mondo” è l’affermazione che ha riscosso maggiori consensi: i ¾ della popolazione esprimono accordo, con un’accentuazione tra i laureati. È un dato che fa riflettere su come si colloca la percezione e la volontà della gente a fronte di un effettivo impegno del nostro governo che destina alla cooperazione solo lo 0,20% del PIL nel 2008 e con la previsione di un ulteriore riduzione (stima 0,10%) nel 2009.
La capacità di promuovere lo “sviluppo” dei paesi del Sud raccoglie un livello di consenso del 66% e all’incirca lo stesso valore è raggiunto anche da chi sostiene che la cooperazione internazionale “è una buona strategia per ridurre l’immigrazione”. Questi due dati fanno riflettere sulla comunicazione dei risultati post-progetto realizzata in generale dalle Ong. Un miglioramento di questa comunicazione e una maggiore trasparenza, incoraggerebbero sicuramente tra le persone l’idea che la cooperazione promuova davvero lo sviluppo. “Non mi ispira particolare fiducia” raccoglie un accordo di poco inferiore al 50%, espresso soprattutto da chi ha un basso titolo di studio e un’età avanzata. Un profilo analogo è quello della maggioranza di coloro che condividono l’idea che la cooperazione, in questo periodo di crisi, sia uno spreco di soldi (il 34%). Quest’ultimo (il solo 34%) è un dato incoraggiante tenendo presente che in un periodo di crisi economica e finanziaria le persone tendono solitamente a richiudersi in se stesse in una forma di protezione.
I comportamenti
Agli intervistati è stata sottoposta una domanda inerente ai comportamenti praticati per sostenere la cooperazione: i più citati sono stati “l’acquisto di prodotti del commercio equo e solidale” (34%), “adozione a distanza” (34%), “volontariato” (33%). “Boicottare i marchi che sfruttano i paesi del Sud” (27%), supera per adesioni la scelta di “donare soldi in parrocchia” (25%) e alle associazioni di cooperazione internazionale (23%): uno scarto modesto ma significativo, poiché denota l’attenzione rivolta dai cittadini alla responsabilità sociale delle grandi aziende. Uno scenario che accentua la necessità e il dovere per le imprese di compiere scelte etiche e socialmente responsabili. La “revisione del proprio stile di consumo” e “l’appoggio ad associazioni del Sud del mondo” sono intorno al 20% nelle scelte degli intervistati. Quest’ultima, pur essendo una metodologia di cooperazione molto importante ed efficace (e sempre più praticata), risulta però sconosciuta al grande pubblico che rimane legato a delle tipologie più classiche di solidarietà quali l’adozione a distanza o l’invio di volontari.
Le cause della “povertà”
La terza domanda riguardava l’opinione nei confronti delle cause della povertà dei paesi poveri: il 55% del campione ha indicato l’attuale modello di sviluppo come causa principale. Una risposta che quasi certamente è influenzata dalla crisi economico-finanziaria che investe le nostre economie, ma che comunque denota una maggiore percezione e avvicinamento, rispetto al passato, ai temi di politica economica. Su questo fronte le Ong possono trovare stimolo da questo dato per incrementare e rafforzare le loro campagne di opinione e di sensibilizzazione stimolando un terreno di possibili utenti che sembrerebbe fertile e ricettivo.
Come affrontare l’immigrazione?
Per ultima, la delicata domanda legata al fenomeno dell’immigrazione e delle sue cause. Favorire lo sviluppo del paese da cui partono gli immigrati è, tra le tre modalità proposte per affrontare l’immigrazione, quella con il maggior numero di risposte (64%); soprattutto da parte di laureati, diplomati e persone tra i 45 e i 54 anni. Il 23% ha indicato la limitazione degli ingressi agli stranieri (con un’accentuazione tra i pensionati). Il 13% ha indicato che va favorito il dialogo a partire dal mondo della scuola. Stupisce, nel clima attuale di criminalizzazione dell’immigrazione, che il solo 23% scelga l’opzione della limitazione all’ingresso; ma d’altra parte il tema del dialogo, anche a partire dal mondo della scuola, è assai misero (il 13%). Attività, quest’ultima, che tra l’altro vede coinvolte molte Ong con proposte di educazione allo sviluppo e di sensibilizzazione nella scuola italiana e sul territorio.
L’indagine ha evidenziato in generale come il titolo di studio sia la variabile socio-demografica che maggiormente discrimina atteggiamenti e comportamenti sia nei confronti della cooperazione, sia della immigrazione. Un atteggiamento più chiuso e diffidente è evidenziato da coloro che hanno un titolo di studio inferiore e un’età avanzata. Per quanto riguarda l’età, si nota come siano i più giovani (e laureati) a essere attenti a questa tematica insieme a chi appartiene alla fascia di età 45-54 anni.
Fratelli dell’Uomo proseguirà nei prossimi mesi con la diffusione di analoghi questionari, rivolti direttamente ai cittadini e disponibili in alcuni luoghi dei comuni di Milano, Pisa e Padova. Mentre il prossimo appuntamento per le celebrazioni del 40ennale dell’associazione sarà al Festival di Villa Arconati, a Bollate (MI), il 25 giugno, con il concerto di Rokia Traoré, i cui proventi saranno destinati ad un “progetto” sul tema della risicoltura in Senegal.
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