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L’amicizia di strada


Guatemala: incontro con Gerard Lutte

Francesca Giovannetti e Nicola Perrone

La situazione peggiora di continuo. Cresce la violenza nel paese. Lo Stato non è presente e il potere è nelle mani della classe dominante, in particolare dei poteri occulti che sono legati al narcotraffico, ai sequestri e alla violenza.

“Violenza, diritti umani calpestati, fame, miseria e paura stanno rendendo difficile la situazione in Guatemala. La speranza sta nell’amicizia liberatrice dei bambini e delle bambine di strada”. Chi parla è Gerard Lutte, psicologo e fondatore di Amistrada, che da anni vive e lavora con i giovani di strada in Guatemala. Nel 1995 insieme a un gruppo di giovani di strada ha fondato il movimento delle ragazze e ragazzi di strada del Guatemala (Mojoca): per difendere i loro diritti, migliorare la qualità della vita, favorire l’inserimento scolastico e lavorativo, per vivere nella società come cittadine e cittadini che si impegnano per una realtà più giusta. E qualcosa si sta muovendo...

 

Qual è l’attuale situazione politica e sociale in Guatemala?
La situazione peggiora di continuo. Cresce la violenza nel paese. Lo Stato non è presente e il potere è nelle mani della classe dominante, in particolare poteri occulti che sono legati al narcotraffico, ai sequestri e alla violenza di destra golpista. Governa la malavita, come nel Sud d’Italia. La gente è obbligata a pagare il pizzo che, a volte, può arrivare fino alla metà del salario minimo mensile di un lavoratore - che ammonta a circa 120 euro. Anche i commercianti sono costretti a pagarlo se vogliono mantenere il proprio negozio aperto. E chi non paga viene brutalmente eliminato. Ogni anno nella sola capitale guatemalteca ci sono più di 100 persone assassinate, soprattutto conducenti di bus, perché rifiutano di pagare il pizzo. 
Dal 2007 al governo è in carica il socialdemocratico Álvaro Colom Caballeros: di fatto non ha potere, ma almeno ha tentato di realizzare alcune disposizioni a favore della classe più povera. Nei mesi scorsi Colom ha preso posizioni, anche simboliche, di rottura con i governi precedenti: ad esempio si è recato in visita a Cuba per ringraziare Fidel Castro, soprattutto per i medici di origine cubana che lavorano in Guatemala. Secondo me, non ci sarà un colpo di Stato perché c’è troppa paura della reazione internazionale, in particolare degli Usa.

 

Nel paese sono arrivati  i segni della crisi economica mondiale?
Purtroppo sì: la crisi economica si sente enormemente. I prodotti alimentari di base hanno subito forti aumenti, a volte fino al 100%. La gente ridendo dice che è più economico mangiare pollo che fagioli, i quali rappresentano l’alimento di base più del riso. L’aumento del costo della vita è notevole e, di conseguenza, cresce la fame nel paese dato che la maggior parte della gente non riesce ad avere un’alimentazione sufficiente.
Un altro problema è la mancanza di lavoro. Le ditte chiudono o riducono i propri operai. Migliaia di persone guatemalteche sono state espulse dagli Usa. C’è la speranza che qualcosa cambi con Barack Obama, ma di certo non potrà fare tutto ciò che vuole. Il commercio informale però cresce notevolmente. E come conseguenza della crisi ci sono fame, violenza e paura. Il Guatemala è un paese che vive nella paura come conseguenza della violenza, una paura antica che ha le sue radici nell’invasione spagnola. La maggioranza della popolazione è indigena e non può esprimere ciò che pensa.

 

Parlaci della tua esperienza con i giovani.
Quest’anno il viaggio in Bolivia e Perù mi ha permesso di fare dei paragoni tra le condizioni dei giovani di questi paesi e quelle dei giovani in Guatemala. A mio parere, la situazione è molto più drammatica in Guatemala, soprattutto per la violenza e per l’esistenza di gruppi giovanili chiamati “maras” (bande) che presentano caratteristiche comuni ai nostri giovani, anche se la miseria li ha resi più aggressivi. Le maras possono essere manipolate dal narcotraffico, dal partito di estrema destra, dalla polizia, anzi spesso lavorano insieme alla polizia. Ciò che spinge i giovani in Guatemala a organizzarsi tra di loro, a rubare, a farsi la guerra, è soprattutto la situazione di miseria in cui vivono. Nella sola capitale guatemalteca vengono assassinati dai 10 ai 15 giovani al giorno.
Di fronte a questa situazione, il governo ha risposto con la pura repressione. Ad esempio, ha creato un carcere speciale dove ci sono soltanto i giovani delle maras. Le prigioni guatemalteche non sono per nulla paragonabili alle nostre. Qui, chi è in prigione e ha molti soldi, nella cella possiede una televisione, una linea telefonica, la possibilità di far rimanere donne lì con sé. Insomma godono di piena libertà, organizzano dalla prigione le loro attività, come dare ordini ad altri nel riscuotere i soldi.

 

In cosa consiste il lavoro del Mojoca, il movimento dei ragazzi e ragazze di strada?
Il programma del Mojoca è molto complesso. Abbiamo una ventina di programmi e servizi che vengono svolti in due case autogestite: una denominata “8 marzo”, dove ci sono le ragazze di strada e i loro bambini, e l’altra “degli amici”, dove ci sono i ragazzi. Il nostro lavoro inizia con i numerosi ragazzi e ragazze che abitano in strada, allo scopo di stringere amicizia e acquisire nuovi contatti. In particolare offriamo servizi che riguardano la salute, la prevenzione dell’Aids, l’alfabetizzazione, la mensa, l’amministrazione, ecc. I giovani di strada possono scegliere anche di venire il sabato nella casa per vederla e conoscere le attività. Questa rappresenta la prima tappa del lavoro. Invece, nella seconda tappa, le ragazze e i ragazzi di strada entrano nella casa e cominciano a frequentare la scuola all’interno del Mojoca che dà in tre anni di studio il grado della scuola elementare. Nel pomeriggio seguono laboratori di formazione professionale per apprendere una cultura del lavoro, attività sportive e di lettura. Nella terza fase questi giovani possono essere reinseriti nella società con un lavoro e scegliere la loro abitazione, o in una delle due case o un’abitazione propria. Quest’anno siamo riusciti ad arrivare a una piena autogestione nell’organizzazione interna delle case. Per la gestione generale abbiamo unito il coordinamento dei programmi e l’amministrazione; composta da cinque persone di cui tre sono uscite dalla strada o sono nella strada. Per la prima volta, è stata eletta come presidente una ragazza che prima viveva in strada.

 

Oltre all’associazione Amistrada, ricevete altri sostegni?
L’anno scorso il Mojoca ha vinto il 1° premio della Fondazione Gutiérrez come riconoscimento del buon lavoro sociale svolto. Quest’anno lo sforzo più grande è stato quello di scrivere ad alcune istituzioni nazionali per richiedere case e materiali per il nostro lavoro, ma ci hanno risposto dicendo che al momento non hanno risorse economiche, eccetto il comune con il quale siamo in trattativa. Stiamo creando una rete di amicizia che si chiama “Amigas e amigos del Mojoca” e che cercherà di ottenere appoggi locali. Stiamo lavorando molto di più per trovare alleanze con altre organizzazioni, sia a livello nazionale che internazionale, al fine di fare pressioni sul governo guatemalteco e trovare una risposta politica alla situazione esistente. Esistono molti gruppi di persone che si muovono in questa direzione, ma ai quali manca una protezione politica.
Nel paese esistono una miriade di organizzazioni che lavorano con i giovani che vivono in condizioni di vita difficili. Esistono anche organizzazioni di tipo settario che operano come un campo di concentramento attraverso sequestri, maltrattamenti sessuali, violenza, ecc. Di questi fatti abbiamo alcune testimonianze di giovani che li hanno subiti. Per questi comportamenti, abbiamo esposto denuncia insieme ad altre organizzazioni, ma la cosa non ha avuto nessun seguito.

 

Qual è la cosa più bella della tua esperienza in Guatemala?
La solidarietà che esiste tra la gente di strada. Ad esempio un giorno si sono presentate alla casa “8 marzo” due ragazze che cercavano due posti letto per dormire, ma la casa era già piena e non c’era nemmeno un posto libero, neanche uno spazio dove poter sistemare un letto. Tutte le ragazze presenti nella casa si sono mostrate subito favorevoli ad accoglierle e a trovare una soluzione, mettendo i tavoli del refettorio in una parte della casa, così è stato possibile collocare sei posti letto in più. L’accoglienza e l’amicizia sono di casa.

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