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Giorni e notti 06 giu. 2009

Gianni Caligaris

In ricordo di Franz Jagerstatter

Il 20 maggio 1907 nel paesino di St. Radegung, nell’Alta Austria a pochi chilometri dal confine con la Baviera, nacque Franz Jagerstatter.
Chiamato alle armi nel 1943, in pieno conflitto mondiale, dichiarò che come cristiano non poteva servire l’ideologia hitleriana e combattere una guerra ingiusta.
Contadino autodidatta, sconfigge la comoda teologia di quella Chiesa che aveva scelto di convivere con il nazismo. Il suo parroco, Josef Karobath, dopo la discussione decisiva nel 1943, pochi giorni prima della chiamata all’arruolamento, ha scritto: “Mi ha lasciato ammutolito, perché aveva le argomentazioni migliori. Lo volevamo far desistere, ma ci ha sempre sconfitti citando le Scritture”.
Combatte la sua battaglia da solo, non ha rapporti con le altre deboli fronde del regime hitleriano.
Viene ghigliottinato nel carcere di Brandeburgo, dove era rinchiuso anche Dietrich Bonhoffer, che sarà impiccato meno di due anni dopo a Flossenburg.
Nel suo testamento, destinato alla moglie e alle tre figlie bambine, si legge: “Scrivo con le mani legate, ma preferisco questa condizione al sapere incatenata la mia volontà. Non sono il carcere, le catene e nemmeno una condanna che possono far perdere la fede a qualcuno o privarlo della libertà […] Perché Dio avrebbe dato a ciascuno di noi la ragione ed il libero arbitrio se bastava soltanto ubbidire ciecamente?”.
Franz, solo e indifeso contro il moloch nazista, senza movimenti di piazza, senza attivisti a lavorare per lui, senza collegi di avvocati a difenderlo, senza la consolazione di sentirsi un simbolo od un esempio. Solo lui e la sua coscienza contro il mostro che aveva annichilito la civiltà del popolo tedesco.

Dopo più di cinquant’anni, l’invitta fragilità di quella coscienza si è dimostrata più forte di tutte le divisioni di SS.

Mel Gibson

Mel Gibson, protagonista un po’ allucinato di Braveheart, The patriot, Arma letale, We were soldiers e via accoppando, fino al sanguinolento The passion, è stato mollato dalla moglie, che chiede il divorzio dopo 28 anni di matrimonio e la nascita di sette figli.
Qualcuno di voi dirà: “Gianni, invecchiando ti dai al gossip?”. No, è che un mio caro amico che lavorava e viveva a Matera mentre si girava “La passione di Cristo”, mi ha raccontato che Gibson aveva al suo seguito un sacerdote cattolico tradizionalista, quasi lefebvriano, e che tutte le mattine alle sette, prima di andare sul set, si celebrava la Santa Messa. Questa spiritualità così fervente non gli ha impedito di essere condannato due o tre anni fa per guida in stato di ebbrezza e, soprattutto, di apprezzare la compagnia di una procace miss qualcosa russa. Forse pensava alle più becere rappresentazioni della figura della Maddalena.
Ancora una volta, posso commentare approfittando delle parole del Guccio: “Da tutti gli imbecilli d’ogni razza e colore, dai sacri sanfedisti e da quel loro odore, dai pazzi giacobini e dal loro bruciore, da visionari e martiri dell’odio e del terrore, da chi ti paradisa dicendo ‘è per amore’, dai manichei che ti urlano ‘o con noi o traditore!’, libera, libera, libera, libera nos Domine!”.
L’eccesso resta sempre il peggior peccato contro gli dei.

Il gioco che non ci sarà

Nessuno, d’ora in poi, potrà dubitare della potenza mediatica di “Solidarietà Internazionale”.
Nello scorso numero avevo criticato l’imminente uscita di “Six days in Falluja”, videogioco prodotto dalla Atomic Games e affidato alla distribuzione della giapponese Konami.
Appena le bozze sono arrivate in tipografia c’è stata evidentemente una fuga di notizie e pochi giorni fa, prima ancora che le copie andassero in distribuzione, la Konami ha annunciato la sua decisione di rinunciare alla commercializzazione del gioco.
Ma chi sono io, chi siamo noi…? E adesso non raccontatemi la vecchia storia della mosca cocchiera, solo per sminuire il mio ego. Non ci casco.

Migranti in Iraq

Parlerò la prossima volta della vicenda, abbastanza atroce da sconvolgere anche i militari che hanno dovuto concretizzarla, dei migranti respinti e rispediti in Libia, nonché dell’infelice uscita di Piero Fassino, che credevo capace di meglio. La deriva della nostra coscienza pubblica e civile sta imboccando percorsi verso abissi che qualche anno fa, pur con tutti i problemi di allora, avrei giudicato irraggiungibili.
Resto sull’argomento, colpito da un brevissimo reportage di pochi giorni fa. Dove si stanno indirizzando i più recenti flussi migratori? In Iraq.
Quanta fantasia serve a noi e quanta disperazione ai migranti per vedere nell’Iraq attuale una speranza di vita e di riscatto?
Eppure loro arrivano, dal Bangladesh e dal Nepal, dall’India e dall’Uganda, dall’Etiopia: da un qualunque paese dove le loro mani valgono persino meno che sotto i cieli iracheni.
“Ad assoldare questa manodopera da poco sono gli uomini d’affari iracheni. Dicono che in Iraq nessuno sia disposto a lavorare come sguattero o uomo di fatica, anche se il tasso di disoccupazione - per quel che valgono le statistiche in un paese disastrato - è pari al 40 per cento. «Ci sono lavori che nessuno vuole fare anche se non ha nient’altro», spiega un ristoratore”. Così scrive nel suo rapporto Marina Mastroluca.
Cambia l’inclinazione del sole a mezzogiorno, ma tutto il resto è molto simile. Braccia da due soldi come carne da cannone. Respingiamo pure i migranti, vorrei solo sapere se Maroni o Borghezio manderebbero i loro figli a consumarsi le mani nelle concerie di pellami o nelle piantagioni di pomodoro. Ops, scordavo, loro sono “onorevoli” e i loro figli possono anche farsi bocciare a ripetizione, come il Bossi jr, non dovranno sforzarsi troppo per mettere insieme il pranzo con la cena.

Lo sciopero delle donne keniote

“Chi non lavora non fa l’amore, questo mi ha detto ieri mia moglie…”. È una vecchia canzone di Celentano degli anni ’70. Nel testo si spiegava che chi faceva sciopero e non portava a casa lo stipendio andava incontro ad un periodo di astinenza forzata. Deve aver pensato questo, un gruppo di donne keniote di fronte alla possibilità che il paese sprofondi, come già accaduto a fine 2007, nella violenza politica. La soluzione che hanno trovato per cercare di scongiurare il possibile braccio di ferro fra il presidente Mwai Kibaki e il primo ministro - nonché rivale politico - Raila Odinga, passa attraverso le lenzuola: una settimana di sciopero del sesso, per dare agli uomini il tempo e la possibilità di riflettere sulla crisi.
Le donne - riunite in un cartello denominato G-10 (che mi sembra una cosa più seria del G8 e del G20) - hanno annunciato che nella protesta saranno coinvolte anche le prostitute: quelle delle zone di Nairobi dove la prostituzione è più frequente saranno infatti pagate dalle associazioni femminili per astenersi dal fornire prestazioni ai clienti.
Anche la moglie del primo ministro Odinga, Ida, scommette che l’idea potrebbe funzionare. “Le voci delle donne devono essere ascoltate”, ha spiegato al quotidiano The Standard, annunciando la sua adesione al 100% alla campagna.
Sempre Celentano, nell’altra canzone che cito a fine articolo, affermava che “L’amore tira più di cento buoi”. Speriamo che in Kenya sia vero e funzioni.

La “paghetta” del XXI secolo

“Il Congresso americano dichiara guerra ai minorenni irresponsabili e, per tutelare i genitori dalle condizioni capestro sottoscritte dai figli, vieta la concessione delle carte di credito a chi non ha compiuto la maggiore età. «La gente oggi non sa a cosa va incontro indebitandosi, in particolare i giovani», spiega il senatore democratico Dick Durbin, promotore dell’iniziativa. «Ho dovuto pagare un sacco di soldi e annullare subito la carta di mio figlio, altrimenti lo avrebbero denunciato e sarei finita sul lastrico», racconta Ann Bolster, che si è vista recapitare un estratto conto da migliaia di dollari pendenti da oltre un anno sulla carta di credito del suo Bob, studente universitario fuori sede. Così un servizio di Francesco Semprini da New York per “La Stampa”. L’articolo continua: “Il fenomeno ha assunto connotati pericolosi, sia per l’uso spregiudicato che si fa in America del credito rinnovabile, trasferibile cioè da un mese all’altro senza particolare limiti, ma a costi elevatissimi, sia per l’applicazione di interessi maggiorati per la crisi finanziaria e l’erosione del mercato dei prestiti”.
La prima domanda che sorge spontanea è: quale imbecille di genitore permette che il figlio post adolescente giri con una carta a credito illimitato? Io non sono contrario a responsabilizzare i ragazzi e a far loro conoscere gli strumenti ed i criteri per una moderna gestione del denaro. Il mio figlio maggiore, che oggi ha ventidue anni, ha avuto il suo primo Bancomat a sedici anni. Ma aveva un tetto di spesa di trenta euro al giorno, e io controllavo tutti i giorni come lo usava. Verificato che aveva la testa a posto, ora è autonomo, anche se io continuo a controllare.
La seconda domanda è: quale cultura drogata dal “tutto subito e adesso” può prendersi la responsabilità di affidare ad una legione di minorenni affamata di oggetti, status symbol e divertimento una fetta consistente della propria finanza e dell’economia di migliaia di famiglie?
Dalla “paghetta” alla plastica facile, in trent’anni il mondo è cambiato. Forse è l’ennesimo prezzo pagato per il tempo che non diamo ai nostri figli, l’indennizzo, il riscatto per potersi consolare della reciproca solitudine. Vai, compra e non rompere l’anima.

Veronica

Nelle corride, la veronica è una figura in cui il torero, ritto di fronte al toro, ne attende la carica tenendo la cappa protesa in avanti ed aperta con ambo le mani.
Nel calcio, la veronica è una finta che consente di superare e sbilanciare l’avversario.
Nel tennis, la veronica è una volée alta schiacciata dalla parte del rovescio.
Nel biliardo la veronica è una mossa che permette di colpire una pallina nonostante un’altra lo impedisca, aggirandola.
“Veronica, Veronica, verrai e lascerai quell’uomo e il suo museo,
più povera che mai, vestita solo di un pareo” (Adriano Celentano).

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