Antonio Nanni
In tempo di crisi economica tutti si domandano se esistono modelli finanziari alternativi. In questo senso non può passare inosservato il documentato articolo del gesuita Luciano Larivera (La Civiltà Cattolica, 4 aprile 2009). Perfino l’Osservatore Romano ha suggerito di guardare ai «meccanismi alternativi di credito basati su un codice etico» sviluppati nell’Islam.A Londra oltre 20 istituti tradizionali offrono prodotti islamici. Nel corso del 2009 dovrebbero aprire banche islamiche anche in Francia dove i musulmani sono 5 milioni.
Si parla di «finanza islamica» quando essa è conforme ai dettami della legge islamica. La sharia contiene, infatti, precetti che riguardano non soltanto la sfera personale, ma anche quella sociale, politica ed economica. I divieti principali che incidono nella sfera economica sono quattro: la proibizione degli interessi (riba), cui si associa il principio chiave della «partecipazione ai profitti e alle perdite» per cui il denaro, tecnicamente, non si presta; il divieto di gharar (incertezza, rischio); quello di maysir (speculazione); e infine quello di svolgere attività haram (produzione e distribuzione di alcolici, suini, armi, pornografia, gioco d’azzardo, assicurazioni sulla vita).
Dopo aver affermato che la finanza islamica economicamente funziona, Larivera riporta due critiche che vengono mosse nei suoi confronti: la prima è di considerare gli strumenti di finanza islamica come quelli «etici» occidentali, puri meccanismi per fare soltanto buoni profitti. Ma questa accusa sarebbe generica e non circostanziata.
La seconda insinuazione è che gli strumenti di finanza islamica, come già i petrodollari negli anni Settanta, siano soltanto il cavallo di Troia della sharia per islamizzare il mondo e colonizzarlo. Ma anche qui saremmo dinanzi ad una percezione pregiudiziale che proietta sul mondo economico la solita idea dello «scontro di civiltà».
La sua conclusione è che i risparmiatori italiani e immigrati dovrebbero sapere che si può contare sulla tradizione della Dottrina sociale della Chiesa e su un patrimonio di esperienze, riflessioni e soluzioni organizzative che fanno capo alla «Responsabilità sociale dell’impresa» che è finalmente ora di realizzare autenticamente e diffusamente. Musulmani e cristiani alleati per una finanza etica?
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