Roberto Musacchio
Società dell’informazione e della conoscenza. Sono termini assai ricorrenti e rilevanti nei dibattiti politici europei, pilastri d’iniziative comunitarie di rilancio dell’economia continentale, come la Strategia di Lisbona.Queste tematiche stanno ricoprendo sempre più importanza anche nei processi di sviluppo economico dei paesi più poveri. Strumento per combattere la povertà, la diffusione di tecnologie di comunicazione, dalla telefonia ad internet, deve ricoprire un capitolo prominente nelle relazioni dell’Europa con i “paesi in via di sviluppo”.
Se si guardano i dati della diffusione di internet nel mondo, appaiono allarmanti. Basti considerare le percentuali sulla diffusione di internet in Africa. Nel 2007 si stimava, per esempio, che solo il 4% degli africani avesse accesso a internet, mentre solo il 3,6% degli accessi mondiali proveniva dall’Africa (nonostante la sua popolazione equivalga a circa il 14% di quella globale). Gli accessi sono concentrati nelle aree più sviluppate, come il Sudafrica e, in minor numero, il Nord Africa.
A livello internazionale, la lotta al “digital divide” costituisce un impegno già definito, almeno sulla carta. Negli obiettivi Onu del Millennio per la lotta alla povertà, è presente il proposito di una maggiore diffusione di internet. Sempre a livello di Nazioni Unite, è stato costituito il World Summit on the Information Society (WSIS) nel 2003, un organo dei governi per discutere e promuovere la diffusione delle tecnologie di telecomunicazione. In questo contesto, l’obiettivo di costruire una società della conoscenza è ricondotto al diritto fondamentale allo sviluppo. Aspetto essenziale, i documenti del WSIS richiamano alla libertà d’espressione e di circolazione delle informazioni, delle idee e della conoscenza come requisito essenziale per le politiche di sviluppo economico.
Anche a livello europeo, questa tematica è stata trattata nella strategia di partenariato Europa-Africa del 2007, nella quale l’Europa s’impegna per una maggior cooperazione con i paesi africani per contribuire alla costruzione in Africa di una società e un’economia basata sulla conoscenza.
Dalle parole ora bisogna passare ai fatti. Solo un modello basato sulla vera cooperazione fra Nord e Sud che possa favorire la condivisione di tecnologie e di strumenti adatti può rispondere alle esigenze di economie che altrimenti rimarrebbero soggetti deboli, schiacciati da un sistema internazionale spietato e competitivo. È uno schema complicato che deve prevedere interventi in settori diversi, dal campo economico, all’educazione, alla mobilità. Tempo fa a livello Ue si parlava, per esempio, di migrazione circolare, per favorire lo scambio d’idee e di conoscenza, come motore di sviluppo economico per i paesi più poveri. Il tutto sembra oggi essersi fermato.
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